Monday, September 30, 2013

I SACCHETTI



Mirela abita al ponte Gazela. Nella casetta n. 67, fatta di cartone, lamiera e compensato. Questo è il suo indirizzo. Ha due sorelle ed un fratello. Frequenta la sesta classe. Un giorno, a scuola hanno parlato sul tema  “Piccole cose che per noi significano molto” Alcuni bambini hanno raccontato del telefonino cellulare, alcuni di collezioni di bigiotterie, altri di cartoline arrivate da ogni parte del mondo oppure di libri, album di figurine e così via. Mirela ha deciso senza un attimo di esitazione: le borse di plastica. I normalissimi sacchetti per la spesa. Per lei sono piccolezze ordinarie ma anche  cose importanti nella sua vita e in quella dei suoi fratellini. I bambini l’ascoltano con interesse.
 Alle prime non la capiscono ma sono certi che sia un’alunna in grado di fornire sempre risposte esatte e attinenti. E’ un’ottima alunna.

-Quali sacchetti? Di caramelle? Di regali?- chiedono alternandosi i bambini, impedendole di finire il suo racconto.
- I sacchetti, i sacchetti qualunque - ripete semplicemente Mirela. -Io conservo sempre i sacchetti perchè so che mi aiuteranno. Se cade la pioggia, la nostra casetta ha un sacco di buchi nel tetto, che il papà ripara sempre. Ma non serve a niente. Quando piove fuori, piove anche dentro la nostra piccola abitazione. Io allora salvo quello che è più importante, i libri ed i quaderni di scuola e li metto nelle borse di plastica che mi ha dato la commessa del negozio al blocco 28 *.
Così sono un po’ tranquilla perchè so che le mie cose non si bagneranno, so che resteranno belle asciutte.
Le borse per me sono importanti anche quando vado a scuola.
 La mamma, a me e ai miei fratelli, infila in ogni piede un sacchetto, che lega intorno al ginocchio. Solo così possiamo passare attraverso il Gazela e il fango del villaggio. Una volta raggiunto l’asfalto io levo i sacchetti e resto con le scarpe da ginnastica pulite. Questo è l’unico modo per venire a scuola e non essere rimandata indietro. Sì, perchè le addette delle pulizie non vogliono che sporchi e dicono che siccome vivo nel fango non c’è altro modo per liberarmene. Io custodisco ogni sacchetto che mi capita e, prima o poi lo uso-.

 -A volte, quando vedo che qualcuno sta per buttarne via uno ancora pulito, non mi vergogno di chiederglielo per piacere.  Le borse di plastica mi serviranno anche alla fine della scuola di base*. Anche alle mie sorelle e a mio fratello. So che le persone nella vita di tutti i giorni non le notano considerandole insignificanti  e spesso le gettano quando arrivano a casa, dopo averle svuotate di tutte le cose costose che ci sono dentro-.
Gli alunni se ne stanno in silenzio. L’insegnante dice che Mirela ha dato il migliore esempio di quanto le cose ‘banali’ di tutti i giorni, possano essere importanti nella nostra vita. Mirela ottiene un ottimo voto e l’indomani…  l’indomani, l’insegnante e i bambini della sua classe le comprano un’infinità di borse che le potranno servire fino al termine della scuola.
Ed anche durante le vacanze, quando la scuola è chiusa. Mirela ama la pioggia, le piace pestare coi piedi nudi nelle pozzanghere e fare torte con il fango insieme agli altri bambini del villaggio.
Solo allora i suoi sacchetti si riposano ed aspettano in buon ordine di ritornare a scuola con la piccola Rom.

Racconto di Radmila Pecija Urosevic
Traduzione di Laura Maestrello



Saturday, September 28, 2013

LUKA E I BALKANI DVA



 Metti una notte a Belgrado. Non un posto qualunque. Ma Belgrado. Son le dieci e mezza. E' ora di lanciarsi, senza indugi, nella movida serba. Chiamo un taxi e mi catapulto in strada ad aspettarlo. Tempo di attesa? 3 minuti: quanto basta per cominciare ad annusare che aria tira. Ecco una macchina: più che un'automobile, è un contenitore ambulante di musica dance. Pompata, rigorosamente, a volume altissimo. Dentro, un paio di ragazze, forse tre. Non so dove vanno, ma so cosa vanno a fare. Qui si balla giorno e notte, notte e giorno. E' Belgrado: prendere o lasciare. Io prendo volentieri, molto volentieri. In lontananza, in un paio di locali c'è gente che scatena l'inferno: l'asfalto fluttua seguendo il ritmo della musica. 'Tremano' perfino i buttafori: loro che dovrebbero far tremare gli altri. Tranquilli, non è un terremoto. Sono, semplicemente, le prime tracce di ritmo nella notte belgradese. Arriva il taxi. Apro la portiera e vengo travolto da uno tsunami di musica dance: mi sento come in uno dei locali galleggianti sul Danubio e non ci sono ancora arrivato: taxi dancer, altro che taxi driver! Chiedo al tassista di 'abbandonarmi' al Freestyler Belgrade Night Club. Che bella Belgrado in abito da sera: sembra più giovane di quel che racconta la sua carta d'identità. Scivoliamo verso il fiume e a me non sembra nemmeno di essere in una serata di metà settimana. Qui è weekend per tutto l'anno, o quasi. Davanti a noi altri due taxi, carichi di gioventù, sigarette e minigonne: come sopra, non so dove vanno, ma so cosa vanno a fare. Eccoci, siamo arrivati al capolinea. Quello dei taxi. Fine della corsa: sono 350 dinari serbi. Davanti a me gli splavovi, i mitici splavovi. Quanta grazia, quanta festa: qui si ha la sensazione che qualcosa di buono possa accadere da un momento all'altro, qui non si può essere tristi. Gli splavovi: a loro modo, una metafora di questa vita. Sorridere, restando a galla. E restare a galla, sorridendo. Questa è Belgrado: se non la ami, non ci sei mai stato.

Wednesday, September 25, 2013

IL VAGONE



Di vagoni ce ne sono diversi. Alcuni viaggiano verso il mare, altri tornano dal mare. Altri percorrono infiniti tunnel che conducono bambini spensierati verso un indimenticabile inverno sulle alte montagne. I vagoni sono più vivaci durante le vacanze, perchè c’è più gente, più lavoro.
Vagoni e treni dovunque nel mondo sono amati dai bambini.
Ma da qualche parte c’è un vagone che non viaggia più. Dimenticato e arrugginito al porto sulla Sava*, è diventato il rifugio di Melita e della sua famiglia, da quando, qualche anno fa, sono giunti dal Kosovo e Metohija.  Melita e le sue sorelle non sono come gli altri bambini. Non vanno a scuola. Non hanno indirizzo e a loro non piacciono i vagoni che viaggiano. Amano solo il proprio vagone.
D’inverno è molto freddo e quando c’è brutto tempo e tuona, si spaventano. Il loro corridoio lungo e stretto diventa il più bel cortile durante la brutta stagione o mentre aspettano da soli i genitori che sono andati al mercato per racimolare qualcosa.
D’estate, il padre li conduce al fiume per fare il bagno e tornano allegri alla loro casa-vagone e, per questi bambini, il vecchio rottame di vagone abbandonato in qualche parte dimenticata del porto è il più bel posto del mondo. E quando fioriscono le piante ed i fiori selvatici tra le rotaie allora la finestra di Melita è decorata proprio come un giardino.

Ci sono dei vagoni diversi. E non devono tutti viaggiare. I vagoni in tutto il mondo sono amati dai bambini.

Racconto di Radmila Pecija Urosevic
Traduzione di Laura Maestrello

Tuesday, September 24, 2013

IL DESIDERIO DI SAŠA




La camera di Saša era strapiena di giocattoli costosi. Al computer lo aspettavano le ultime novità di giochi per PC. Ma lui, come al solito, si annoiava. E nuovamente si sentiva solo. Saša aveva  dieci anni. Da molto tempo aveva imparato tutte le lettere dell’alfabeto cirillico e latino. Aveva finito i compiti ma non aveva voglia di leggere o di accendere il suo computer.
- Quando non hai compagnia, tutto è stupido! - Pensava.
 Ogni giorno aveva le sue occupazioni: compiti quotidiani, giocattoli, giochi di computer, l’ultimo album di figurine, i programmi alla TV.
Mamma e papà lavoravano tutto il giorno. Ogni tanto portavano a casa dei mucchi di carte che non erano riusciti a compilare in ufficio. Saša  sapeva che i suoi genitori lo amavano e che gli compravano tutto quello che desiderava.
Cosa devo fare? Pensava, mentre staccava un messaggio dalla maniglia del frigorifero:
-Lavati i denti.
-Fai i compiti.
-Non dimenticare la lezione di inglese.
-Il pranzo è nel microonde.
-Non aprire la porta agli sconosciuti.
-Ti telefonerò durante la pausa- mamma.
-Sto andando a Budapešt. Ti porterò qualcosa di bello. Papà.
 L’attenzione di Saša fu attirata da un foglio colorato in mezzo alla quantità di carte accumulatosi sulla sedia. Era pubblicità: “Pizza Service-consegniamo in cinque minuti-telefonate!”
La pizza arrivò velocemente ed aveva un profumo meraviglioso. Il giovane delle consegne però mostrava di avere fretta.
-Vuoi che ci dividiamo questa pizza? Non mi va di mangiarla solo! – chiese Saša  al giovane, che lo guardava un po’ meravigliato.
-Hai ordinato tu questa pizza?-
-Sì, anche se non ho fame- Il giovane a dire il vero, era rimasto perplesso.
-Non capisco cosa stai dicendo... -
-Vuoi essere mio ospite? Dai che mangiamo insieme!-   Saša si fece insistente, pregando il fattorino sconosciuto, che ora era pensieroso. Evidentemente, indeciso.
A dire il vero stava aspettando l’arrivo di un nuovo messaggio. Aveva lavorato tutto il giorno senza pausa. Ma non aveva il coraggio di trattenersi più a lungo. Aspettava la telefonata del suo capo.
Era davvero confuso ma, alla fine, acconsentì. Per dieci minuti, a causa di una pizza, non sarebbe caduto il mondo! Pensò ad alta voce scherzando.Velocemente aprirono la scatola, il cellophane, e stranamente a Saša  tornò l’appetito.

 Mentre masticavano in compagnia il bambino indicò all’interlocutore il mucchio di messaggi. Era veramente una piccola collezione! -E’ così tutti i giorni, talvolta anche durante il fine settimana!
 Mi avessero dato almeno un fratello o una sorella!-
-Finchè la mamma non torna dall’ufficio non oso andare fuori, mentre i miei compagni sono già al campo da basket - si lamentava Saša senza interruzione con l’ospite sconosciuto.
Da quel giorno, Saša chiamò  ogni tanto il pizza-service scusandosi col suo  amico ‘un po’ cresciuto’ per tutte quelle confidenze.

 Il bambino si sentiva ora meno solo e il casuale sconosciuto era diventato un buon interlocutore.
Nonostante tutto ciò che comprarono e regalarono a Saša egli aveva solo un desiderio, che nessuno riusciva a colmare e cioè che mamma e papà potessero stare spesso con lui, magari a passeggiare al Kalemegdan* o al parco Tašmajdan*. Avrebbe voluto telefonare ai suoi compagni per invitarli a mangiare i più buoni sandwich che sapeva fare sua madre… ma questo gli era già  stato promesso, quando ci sarebbe stato tempo. Il fatto che il bambino mangiasse tanta pizza, appariva strano in casa, ai suoi genitori. Alle loro domande, Saša scrollava le spalle in modo misterioso. Invece una volta, quando ebbero tempo, passeggiando insieme, il bambino raccontò loro del suo nuovo amico.
E così, quella volta decisero di invitare anche lui, un giorno, a mangiare i sandwich coi compagni.

Racconto di Radmila Pecija Urosevic
Traduzione di Laura Maestrello



Friday, September 20, 2013

UNA VIA INTITOLATA A DERVENTA



E' successa una cosa meravigliosa !
All'interno della festa dell'artigianato di Pinerolo (TO), è stata intitolata una via alla città di Derventa e sono venuti gli amici di Derventa con un gruppo folkloristico che è semplicemente meraviglioso !
Il tutto è stato fatto grazie all'impegno decennale dell' "Associazione arcobaleno" e al gemellaggio delle città di Derventa e Pinerolo.

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Siamo un po' sconcertati perchè tutto si è svolto davanti a una banca !

Friday, September 13, 2013

IL PICCOLO TROMBETTISTA



L’orchestra suonava da quasi un’ora. I passanti radunati, si divertivano ad ascoltare i ritmi sfrenati e qualcuno si avvicinava alla scatola posta in mezzo ai suonatori. Suo padre e gli altri ottoni suonavano disposti in semicerchio nella via Kneza Mihailova.
Điafer aveva appena nove anni. Già da due il padre gli aveva insegnato a suonare la tromba e quando si stancava, lo metteva alle percussioni. Non capiva che per lui era ugualmente difficile, sia l’uno che l’altro.
Avrebbe voluto osservare i bambini del pubblico e forse li avrebbe invidiati per la loro infanzia spensierata. Amava sinceramente la musica e avrebbe davvero desiderato un giorno ereditare l’arte di suo padre ma, ancora di più, avrebbe voluto in questo momento andare a scuola, giocare a pallone coi suoi compagni della Serbia del sud ed avrebbe voluto che la mamma gli preparasse la sua colazione preferita, il caldo strudel di formaggio e una tazza di yogurt.
 La sua infanzia era viaggiare, suonare a cielo aperto e dormire nelle più disparate baracche e accampamenti, qualche volta perfino in qualche appartamento affittato dove soggiornava l’intera orchestra.

Điafer faceva sempre esercizio alla tromba ed il padre si sarebbe arrabbiato se non avesse risposto alle sue aspettative ed eseguito le sue precise istruzioni. Il ragazzo non amava il viso severo del papà e nemmeno quando egli gridava. Gli zii lo calmavano dicendogli che ci voleva tempo, che il figliolo era ancora piccolo, e solo in quel modo Điafer riusciva ad evitare una lavata di capo.
Il genitore spesso ripeteva che all’età di suo figlio, lui, aveva già la capacità di interpretare parti da solista e che doveva essere del tutto naturale il fatto che la sua progenie non fosse meno, avendo ereditato il talento ed imparato dal padre.

La via Kneza Mihailova brulicava di passanti. Si avvicinava Đurgevdan, la festa di san Giorgio e
c’ era lavoro per tutto il giorno. Questo significava che, arrivati alla base del Kalemegdan non ci sarebbe stato tempo per un giro al lunapark del giardino zoologico. E Điafer veramente, non avrebbe nemmeno potuto chiedere di andarci altrimenti suo padre si sarebbe di nuovo arrabbiato.
La primavera era appena iniziata e sembrava già estate.
I musicisti stavano già suonando da un’ora senza interruzione davanti allo spiazzo attiguo al ristorante “Ruski car”*. Il pubblico era euforico e le canzoni si susseguivano una dopo l’altra.
Il bambino era assetato. Ogni tanto saltava pezzi di melodia e subito il padre girava gli occhi e la tromba nella sua direzione dandogli un’occhiataccia e lui presto si riprendeva.

Ad un certo punto, una signora anziana, di fianco alla quale stava in piedi un bambino, coetaneo di Đafer, si mise ad osservarlo. Lui dapprima non dedicò a questo particolare  attenzione perchè spesso gli ascoltatori  lo guardavano, commentando ad alta voce  la sua presenza in orchestra e lui poteva solo ascoltare senza poterci fare nulla. Era ancora assetato e desiderava rinfrescarsi alla fontana che zampillava lì vicino, promettendo frescura.
Banconote giungevano da tutte le parti. Il padre e lo zio si lanciavano sguardi soddisfatti.
Qualcuno della folla cominciò a danzare tra gli ottoni, agitando allegramente foulard usciti a sorpresa. Era prevedibile che un po’ alla volta potessero arrivare, spostandosi mano a mano, fino a Skadarlija*, per un agnello al forno.
Lui invece desiderava solo una limonata fredda e un sandwich, o almeno dei salatini.
Come se gli avessero letto nel pensiero, la donna con il nipote, che si erano allontanati, tornarono dal‘Ruski Car’ e intrufolandosi attraverso i passanti radunati, si fermarono alla portata di Điafer con un insolito regalo tra le mani.
Su un piatto bianco a forma di conchiglia, faceva allegra mostra di sè una grossa fetta di torta alla frutta, che il bambino non aveva mai visto prima. E ancora, c’era una spruzzata di crema sopra.
Il nipotino teneva in mano un bicchiere di limonata un po’ appannato. Sorridenti, guardavano entrambe il piccolo trombettista.
Điafer, suonando, aveva visto l’insolita scena tra il pubblico, ma non aveva pensato che fosse destinata proprio a lui. Credeva che di lì a poco il bambino, mentre lui suonava col padre in orchestra, avrebbe addentato quel colorato pezzo di torta e avrebbe sorseggiato il bicchiere di limonata. Per non soffrire la tortura, mentre combatteva per domare il difficile strumento che aveva tra le mani, cercava di non guardare nella direzione del bambino e della donna.
Era chiaro che il piccolo trombettista non osava interrompere l’esecuzione musicale, ma i due avevano fretta di acquistare il biglietto per lo spettacolo al Teatro dei Bambini.

La donna fece qualche tentativo, mentre lungo l’elegante Kneza Mihailova si disperdeva il suono della musica. Cercò di attirare lo sguardo del bambino, ammiccando verso il nipote. Finalmente arrivò il momento in cui si capirono ed il piatto col dolce e il bicchiere di limonata si fermarono a poca distanza da Điafer, offrendosi invitanti.
Điafer sapeva di non poter interrompere la musica perchè il padre lo avrebbe sgridato. Loro erano professionisti che guadagnano denaro con le proprie prestazioni ma… pensandoci bene... il cibo forse...non era come chiedere la carità. Suonava ancora senza interrompersi, passando gli occhi dal bambino con la merenda al severo padre.

Si sentiva assetato e stanco come non mai. Decise così di prepararsi mentalmente a sopportare le sgridate e le punizioni che lo aspettavano.
Già il minuto successivo, il piccolo trombettista, con lo strumento sotto il braccio, assaporava il dolce da cui sporgevano ciliegine rosse e verdi kiwi. Solo ogni tanto si interrompeva, col naso macchiato di crema, per trangugiare qualche sorso di limonata.
Godendo di quella insolita offerta, riusciva perfino a dimenticare quello che stava facendo nella sua “uniforme” con la camicia bianca...
Del padre e degli zii si era completamente dimenticato! Mentre la donna e il bambino lo guardavano  e in modo complice e benevolo, la scena per i passanti era bella ma anche triste.
A dire il vero, davvero pochi si accorsero della pausa. Lui era un esempio di tutti i bambini che non sono stati bambini e che hanno dovuto guadagnare come i grandi.

Suonare all’aperto era una corsa senza interruzione. L’orchestra continuò  infatti senza il piccolo trombettista, a suonare le canzoni richieste.

Racconto di Radmila Pecija Urosevic
Traduzione di Laura Maestrello

Thursday, September 12, 2013

IL CHIODO



La maestra spesso parlava di quanto  siano importanti verità e giustizia nelle nostre vite da ‘grandi’ e da ‘piccoli’. Ma ad Elvis non era mai stato del tutto chiaro come l’uomo possa essere ‘grande’ o ‘piccolo’. Suo nonno gli aveva spiegato molto tempo fa che una persona può semplicemente essere o non essere buona.
A questo proposito, un giorno, com’è naturale che succeda in classe, tutti i bambini avevano avuto il compito di fare una composizione su avvenimenti ingiusti.
Il compito di Elvis fu piuttosto breve, allo stesso modo del suo titolo: “Il chiodo”.

Quando Elvis non andava a scuola -inizia il ragazzo nel proprio racconto- era solo a causa della sua salute cagionevole o delle esigenze familiari, infatti normalmente doveva andare anche a lavorare.
All’età di cinque anni, il nonno gli lasciò, al posto di un regalo, il suo bauletto di legno con diverse spazzole, oggetti vari e vecchi stracci.
 L’indomani gli mostrò il posto, all’entrata della stazione ferroviaria, dove avrebbe dovuto pulire le scarpe sporche alla gente prima del passeggio per le vie della capitale.
Così Elvis imparò velocemente e molto bene il lavoro, portando presto alla madre non solo il guadagno, ma anche le mance e resistendo al gelato, alle caramelle e ai dolcetti che vedeva esposti in via Gavrilo Princip.

L’unica cosa che gli riusciva difficile era portare la scatola di legno, appena più leggera del suo peso, fino a casa, poi correre a scuola per non fare tardi, arrivare senza fiato e volare in classe.
Un pomeriggio, nella macelleria di fronte alla quale passava giornalmente, sul muro vuoto dietro la porta a vetri, vide un enorme chiodo.
Subito gli venne un’idea. Entrò nel negozio e, come un adulto, chiese del titolare.
 Rallegrandosi per averlo trovato, Elvis spiegò come quasi ogni giorno doveva portare la sua scatola di legno fino alla stazione ferroviaria e riportarsela indietro e come gli sarebbe stato davvero utile quel chiodo.
-E in che modo?- chiese il padrone
 –Ecco, se io potessi appendere la mia scatola al chiodo, se a lei non disturba, per me sarebbe più facile... giungerei sempre puntuale a scuola... avrei tempo anche per un po’ di colazione-.
Elvis sapeva di cercare l’impossibile, ma a lui questo chiodo in macelleria sembrava un dono di salvezza dal cielo. La felicità di bambino non ebbe fine quando il macellaio concesse il suo chiodo al piccolo pulitore di scarpe.

Passarono giorni e settimane. Elvis correva contento in macelleria, attaccava la sua scatola di legno e tornava ancora più contento facendo tintinnare ogni volta  i soldi spiccioli  ricavati dal suo lavoretto. Tutto andò avanti fino a quel giorno in cui il macellaio si mise davanti a lui e con voce seria gli disse che avrebbe dovuto pagare regolarmente l’affitto per il suo chiodo, altrimenti l’avrebbe levato, poichè disturbava l’estetica del negozio, insieme con la scatola di legno.

Elvis rimase sorpreso, deluso e triste. Non poteva pagare la somma richiesta e da quel giorno, sulla sua schiena non ancora robusta, portava la scatola sua e di suo nonno, con gli accessori per pulire le scarpe. Era una grande ingiustizia per un uomo di 10 anni. Sotto la composizione, la maestra scrisse un ottimo giudizio.

Racconto di Radmila Pecija Urosevic
Traduzione di Laura Maestrello

Wednesday, September 11, 2013

BRIOCHES PER I PICCOLI MENDICANTI



Via Makedonska. L’aria è calda e polverosa. Il marciapiede è intasato da automobili parcheggiate e affolato di passanti. Davanti all’entrata della Casa della Gioventù, una bambina siede sulla scala e chiede la carità.
Vicino alla creatura, dall’aspetto sporco e cencioso, si trova una scatola di cartone, in cui ogni tanto tintinna qualche monetina gettata di passaggio.
Come un piccolo robot, ripete ogni volta frasi imparate in modo meccanico e poi getta di nuovo lo sguardo davanti a se, sul marciapiede pieno di automobili e passanti frettolosi.
Evidentemente le è indifferente quanto denaro raccoglierà nel corso della giornata.
Man mano che il tempo passa, sempre più di frequentemente, il suo sguardo vaga tra i bambini della sua età con genitori o nonni che li conducono a passeggio per la Kneza Mihailova oppure al Kalemegdan*, dove, lei sa, è più bello per i piccoli.

Le immagini di gelati, popcorn, automobiline e giostrine, palloncini di tutti i colori, si alternano davanti a lei, ad occhi chiusi.
Ad un certo punto sopraggiunge un giovane, forse un tempo piuttosto bello, ma ora vestito in modo disordinato e casuale, il quale conta il denaro nella scatola e scontento inizia ad inveire verso la bambina spaventata.
Con rabbia e clamore si scaglia contro la piccola lavoratrice, le tira i capelli, ma non riesco a distinguere cosa le dice.
Qualche passante si ferma, guarda quella scena insopportabile e velocemente se ne va.
La bambina dopo poco rimane sola con la scatola vuota, nello stesso posto, ad iniziare da capo, come la mattina.
Quella scena è trascorsa in meno di un minuto ma l’impressione che mi ha lasciato è di quelle che durano per l’eternità. Sto in piedi sull’altro lato della strada vicino al negozietto dove si vendono i panini e la bambina oltre la strada piange e, ogni tanto, si gira verso la direzione nella quale si è avviato il giovane.

Compro una brioches rivestita di cioccolata e un tetrapack di latte di mucca, attraverso via Makedonska per dare il mio contributo e un po’ di consolazione alla bambina sconosciuta.
Lei piange. Lacrime di bambino. Sofferenza di bambino. Sfortuna di bambino.
Dovrebbe esistere un tribunale solo per i delitti che sono causa di lacrime e dolore per i bambini.
E i giudici dovrebbero essere soli bambini, rimugino.
 La bambina piange silenziosamente, tra sè. Non si occupa del suo lavoro ora, della sua questua forzata. Non esterna  più quelle frasi imparate a memoria. Piange sola tra sé e sé. I soldini risuonano davanti ai suoi piedini scalzi e adesso, dopo la scenata del suo ‘capo’, più di prima.
Siedo vicino a lei e le offro il mio ‘contributo’: la brioches ed il latte. Sporca di polvere e lacrime mi guarda spaventata e sorpresa. Ma già un attimo dopo, senza parole,‘cancella’ il mio ‘contributo’ senza esitazione.

 Chi sa quanto a lungo non ha mangiato, penso tra me, mentre guardo le sue magre braccine e le sue gambe sottili. Quando finisce, mi sorride con complicità.
 Ha dimenticato, almeno in questo momento, quel brutale uomo che non le permette di essere una bambina spensierata.
Da quella volta, ogni tanto la vedo in via Makedonska, sulla scala, davanti alla Casa della Gioventù, e adesso noi due ci riconosciamo.
Se vedete una piccola, magra bambina con una scatola di cartone, e non solo lei, e non solo in questo posto, ma in qualunque altro in città, un bambino qualsiasi, piccolo questuante, al posto delle monete, offritegli una brioches oppure una pallina di gelato.
Non cambierete il suo destino, ma gli darete un attimo di consolazione, un po’ di piccola allegria infantile e lo salverete dalla fame, se non è possibile mettere fine agli interessi del suo ‘padrone’.

Racconto di Radmila Pecija Urosevic
Traduzione di Laura Maestrello


Tuesday, September 10, 2013

Il pittore



Il concorso internazionale di pittura si è concluso con successo. I giovani pittori da tutte le parti del mondo hanno spedito oltre 500 disegni. Il tema è libero, oppure ‘Cosa mi fa felice’.
Il concorrente più giovane ha cinque anni, dalla Svezia, il più vecchio, Marco, diciassette,da Belgrado.
La cerimonia ufficiale per l’assegnazione del premio non è ancora iniziata. I premiati, accompagnati dai genitori, dagli amici ed insegnanti, aspettano impazienti la decisione, mentre orgogliosi guardano l’esposizione allestita, la sala gremita, le telecamere, i giornalisti, le personalità nazionali ed estere.
Tutti sono presenti, eccetto Marco.
‘Marco è malato, non è potuto venire...’dice un po’ confusa una giovane donna mentre spiega  che ritirerà per lui il premio.
 ‘Io sono sua madre, Marco vi saluta tutti’ Aggiunge.
‘Bene, per Marco J.... ritirerà la mamma’ annota l’organizzatore.
 ‘Si fermi là sulla destra, in modo da essere vicina quando sentirà il suo nome’.
 ‘Vedete, il lavoro col campo di grano maturo è di Marco, spiega una signora sorridendo e mostrando ai presenti il dipinto giallo-oro esposto nella sala dove si affollano gli ospiti, sperando di essere ammessi a qualche parte ufficiale del programma ed avere la chanse di essere ripresi dalla telecamera. Peccato, il disegno di Marco ha conquistato il secondo posto, anche se è tanto bello da meritare il primo, dice la signora, mentre constata che sono arrivati tutti gli ospiti, eccetto lui.
Da poco è iniziata la cerimonia e la consegna dei premi. Applausi, auguri, baci.

Mentre tiene nelle mani la scatola coi colori per dipingere, la targa e la medaglia a forma di pennello, la mamma di Marco mostra una felicità inesprimibile. Forse vorrebbe piangere ma i giornalisti ed i membri della commissione non le danno un momento di pace tempestandola con una sequenza di domande.’Vorrà diventare pittore un giorno, Marco?.. Frequenta qualche scuola di disegno?..Ci dispiace che oggi non sia venuto, il suo lavoro è davvero eccezionale, sono tutti d’accordo...possiamo fargli un’intervista quando starà bene?.
La madre di Marco tenta di spiegare, ma, guardando tutti quei volti sorridenti, non ha il coraggio e la forza di dire come stanno le cose. Tiene per se la verità, mentre tutti desiderano fotografare proprio il disegno di Marco e vogliono trascrive il suo numero di cellulare inoltrevolentieri gli farebbero visita nella sua stanza.

Mentre continua la cerimonia, Marco, in qualche altro posto della città, dipinge altri nuovi campi di grano dorato, preoccupandosi che assomiglino a quello di grano maturo del nonno, in cui amava nascondersi e nel quale si sentiva il bambino più sicuro e felice del mondo.
Prima di tornare dalla cerimonia, la madre tenta di spiegare a Marco che ha ottenuto il secondo premio, in concorrenza con 500 disegni, che ha vinto un viaggio in Italia e tanti, tanti colori nuovi.
Forse, quando era ancora nella pancia della mamma, è successo qualcosa di strano nella sua testolina. Capisce cosa gli dice la madre ma non sa spiegarlo.
Marco è un ragazzo, come dicono gli esperti, con bisogni particolari, con un ritardo dello sviluppo mentale. La madre avrebbe voluto che lui vincesse, ma un attimo dopo non ci pensava già più. Sapeva che la confusione e l’interesse intorno a lui lo avrebbero reso nervoso e che tutta questa gente sconosciuta e inconsapevole avrebbe avuto un’impressione sbagliata di lui.

‘Forse non crederanno che sia davvero il suo disegno, forse mi diranno che con la firma dovevo dichiarare che non è un ragazzo normale’...pensava tra se’ mentre si preparava  a ritirare il premio. Che Marco non abbia mai parlato, voluto, saputo o potuto, non è importante. Sua madre è sicura che il suo ragazzo un giorno diventerà pittore. In verità lo è già. Ed è pronta a comprargli tutti i colori del mondo per dipingere i suoi campi colorati di grano. 

Racconto di Radmila Pecija Urosevic.
Traduzione di Laura Maestrello

Sunday, September 8, 2013

SALUTAMI QUALCUNO

Come detto e ripetuto molte volte.. qui.. capitano solo favole.
Anche se Javier continua a dirci che ci dobbiamo svegliare e che questo mondo incantato non esiste... noi sappiamo che Happyland, invece, esiste davvero.
Prova ne è che qualche tempo fa è arrivata Laura a proporci dei racconti che lei ha tradotto e che nessun editore ha voluto pubblicare. Noi insistiamo un po', ma Laura è irremovibile e ha ancora avuto un colloquio con Radmila Pecija Urosevic, che è la giornalista autrice dei racconti e tutte e due sono d'accordo a pubblicare da noi questi scritti toccanti.
Davvero dei regali grandissimi per la nostra crew !!
Hvala lepo !!!


Siamo all’uscita di Kragujevac*, prima che la strada si immerga nel cuore della Šumadija*, alla sinistra del monastero di Divostin*. Si  vive una vita diversa da tutte le altre e, sotto la protezione  del monastero, si trova  la Casa per i bambini senza famiglia, o meglio, senza nessuno. Orfani di guerra, bambine.
Sbirciando  in qualcuna delle loro camere, si possono scoprire molte cosucce femminili che sono un piccolo tesoro per  tutte le ragazzine di questa età: smalti per unghie, giornalini colorati, cassette musicali e gli immancabili specchietti.
Le bambine, di anni differenti, si rallegrano quando arrivano da loro ospiti.
Spesso le donne di Kragujevac arrivano con dolci colorati ed offrono l’abbigliamento dismesso dei propri figli.
A loro volta ottengono, in segno di riconoscenza, disegni, canzoncine imparate a scuola e possono compiacersi degli abbondanti e rossi ‘cinque’ sui quaderni.*
Dal gruppo di bambini che si trova in sala da pranzo, seguo la piccola Zora, giunta dalla Repubblica Serba *. Vorrebbe diventare infermiera. Vorrebbe occuparsi dei bambini più piccoli, ci spiega.
E tutto il tempo cerca di essere allegra, mentre parla con gli ospiti. Ma non e abituata, lo dicono i suoi occhi, immensi, tristi.
Tutti i bambini senza famiglia che ho conosciuto, hanno gli stessi, occhi spaventati e tristi, penso tra me e me. Sono sicura che gli occhi di Zora, a Divostin, siano i più tristi.

Zora, come le altre bambine, si occupa dei più piccoli. Insegna loro a risistemare il letto, li aiuta a fare i compiti, insieme impastano i dolci per Natale o per qualche compleanno.
Mentre con gli altri bambini apre i regali, l’educatrice ci sussurra che spesso Zora la prega di essere svegliata presto, possibilmente per prima. In anticipo rispetto agli altri bambini.
-Perchè così presto, non è meglio dormire ancora un po’?- le aveva chiesto l’educatrice.
-Ti prego, svegliami per prima!- aveva risposto insistente la bambina.
 -E’ solo alla mattina, mentre tutti dormono, che posso piangere, ti prego svegliami che piango!-
Chiedo se la bambina abbia mai desideri simili a quelli del mondo esterno, desideri  che la facciano assomigliare ad una coetanea qualunque ma, come risposta, l’educatrice, discreta, mi sussurra:
-Qualche volta vedo che per lei è molto difficile ed in quel momento noi due piangiamo assieme-
Zora, mentre parliamo, preoccupandosi di essere brava, divide tra i bambini radunati i dolcetti e i giocattoli.
Tutte le sue compagne si sforzano di raccontare qualcosa di interessante della propria vita.
Raccontano di tutto. La musica che ascoltano, le compagne di scuola che vivono coi genitori da qualche parte a Kragujevac, i film che hanno guardato assieme al cinema, cosa faranno quando saranno grandi, i compleanni comuni qui a Divostin.
Raccontano di tutto, escluso la perdita dei propri genitori e della propria terra natale.

Quando si è avvicinato il tempo di partire, vediamo che tutte avrebbero il desiderio di farci restare ancora un po’. Promettiamo di tornare nuovamente. Sanno che torneremo a Belgrado e cercano di farsi salutare l’uomo che si occupa degli animali al giardino zoologico, Branko Kockicu e la ‘zia’ Ranka che spesso fanno loro visita con dei regali. Promettiamo che porteremo i saluti, mentre le ragazze gareggiano nel pensare a tutti quelli che dobbiamo loro salutare.
Solo Zora rimane in disparte. Nuovamente evita gli occhi.
-Hai desiderio che ti saluti qualcuno?- chiede il collega fotografo, mentre sistema l’attrezzatura. Lei si confonde ancora di più. Si sforza di nascondelo mentre balbetta: “Ehm…ehmm…”
“Dì pure liberamente, Zora” aggiungo, desiderando darle qualche aiuto. Ma niente l’aiuta. “Be’… saluta... saluta...”  la bambina parla confusamente, sforzandosi di prendere tempo “Saluta..saluta..salutami qualcuno!” ci dice infine con finto sollievo, sorridendoci mestamente. Evidentemente la piccola Zora non aveva nessuno da salutare.
Le abbiamo promesso seriamente di non preoccuparsi perchè avremmo salutato qualcuno. Ed ecco, portiamo il suo saluto e teniamo fede alla promessa.