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Thursday, July 11, 2013

La cittadella della speranza







Se questa crew è un sogno.. non svegliateci !
Un'altra favola ! Si tratta di Oscar e ci propone un post divino !
Grazie e benvenuto Oscar !

....«Ma questa è la nostra storia. Il Vidovdan rappresenta ciò in cui crediamo. Persino chi non crede in Dio si sente parte della storia del Vidovdan. Ancora oggi si tende a rappresentare i serbi come terroristi, come tutto il peggio possibile. Ma questo è assolutamente falso. Prendiamo la Prima guerra mondiale. La Germania e l’Austria l’avevano preparata molto, molto tempo prima dall’attentato di Sarajevo. Ma così come non si può giustificare l’assassinio di nessuno, allo stesso modo non si può sostenere che la guerra sia stata la conseguenza dell’atto di Gavrilo Princip (l’omicida dell’arciduca, ndr) e che costui fosse un terrorista. Come ogni guerra, la Prima guerra mondiale fu la più vantaggiosa impresa economica di tutti i tempi. E oggi è la stessa cosa. La nazione serba allora si difese, non attaccò l’Austria. Se si guarda a tutto questo, si capisce perché i serbi hanno grande considerazione di Ivo Andric e gli altri no. Noi celebriamo Ivo Andric come l’autore dell’unica opera artistica in cui la convivenza multietnica abbia un senso reale, con musulmani, serbi, croati, turchi, ebrei, gypsy, neri e ogni singola confessione religiosa. Celebrare Ivo Andric non vuol dire celebrare un assassinio»....

La cittadella della speranza (tratto da Corriere della sera )

Il ponte sulla Drina, di Ivo Andric

Il progetto di Kusturica

A trip to Happyland 35

Vidovdan

Vidovdan 2010

Vidovdan 2009



Saturday, June 22, 2013

INCLINI ALL'AMORE







Da Chiara P. dedicato alla favole della nostra crew





Buon compleanno Balkan Crew !!
Grazie Lina e Grazie Francy per aver nutrito il misterioso legame che ho con i Balkani , con "The My Former Jugoslavia" fin dal giorno in cui ho letto il primo post su un evento svoltosi nella mia città e ho in seguito conosciuto di persona Lina !!

Ho appena finito di leggere  INCLINI ALL'AMORE di una bellissima donna serba la quale con questo libro onora suo padre e con lui tutti gli esseri umani inclini all'amore.
Nella intervista recensione che troviamo sul suo sito si legge questa commovente frase:

Lui non credeva in Dio. Ma era incline all'amore, come altri sono inclini alla depressione, alla gelosia... Incline all'amore per la vita. E questo lo ha salvato. Ci ha salvato. Mentre tanti, troppi, nelle nostro Paese, non sono sopravvissuti".

e tutto il libro è commovente e poetico.

Un bacio grande da Chiara




Wednesday, June 5, 2013

Jelena Genčić






Jelena Genčić e' morta 4 giorni fa a 77 anni. Olimpionica di tennis e pallamano, storica dell'arte, regista televisiva e, soprattutto, allenatrice di tennis. Serba di Belgrado, si e' comunque sempre definita "jugoslava"..e chi ha avuto la fortuna di conoscerla la ricorda andare in giro con una vecchia borsa sportiva del team jugoslavo delle Olimpiadi di Los Angeles 1984.
Se una piccola nazione martoriata da guerre, lacerazioni interne, traumi inenarrabili, si e' imposta al mondo nel tennis, sport non molto popolare nei Balcani, lo si deve soprattutto, quasi totalmente a lei ed alla sua scuola tennis di Belgrado.
Tanti, tantissimi talenti scoperti e cresciuti, ma basta citarne i due piu' amati.. Monika Seles e Novak Djokovic.
Le storie di persone cosi', capaci, entusiaste, colte, eclettiche andrebbero raccontate sempre, per dire di un altro modo di concepire vita, interessi, relazioni, per raccontare del tesoro dei Balcani.
 
Alf

Grazie per questo regalo Alf  .... tu sei una favola fantastica !




Sunday, December 23, 2012

La parte sbagliata








Scopro di essere dalla parte sbagliata, quando mi ritrovo a sostare in piedi poc’anzi l’anta destra del portone d’ingresso dell’interno del Monastero di Dečani; un monaco sfiora la mia spalla facendomi cenno di spostarmi: perché durante le celebrazioni, gli uomini sono a destra e le donne a sinistra. Sono dalla parte sbagliata, proprio di poco... ma lo sono, così mi correggo, come altri, nel rispetto di quell’invito, di quella sorta di casa e del suo costume. Non è neanche troppo austera, la sensazione che mi passa, perché c’è accoglienza, ospitalità sincera. E’ tutto così suggestivo...
Fuori c’è la notte, limpida e generosa di stelle, dentro c’è il buio, delicatamente spezzato da qualche sottile candela di cera gialla, sapientemente collocata a formare nodi di luce viva alla base degli alti profili della chiesa. Al cenno del monaco, d’istinto mi infilo in uno dei sedili strutturati a parete, quasi a voler fare una tana di quella casella tutta di legno, ma poggio solo la schiena e stendo le gambe, senza sedere. E mi lascio riposare, la mente e il corpo, nell’eco di quelle voci prestate a privata omelia d’incanto, non so cosa dicono, chiedo a Tanja e a Sunčica ma neanche loro sanno… Ma non sembra importante. C’è un mezzo muro a separare lo spazio della liturgia da quello dei fedeli e degli altri spettatori. Pochi fedeli, pochi spettatori, otto di noi e qualcun altro.
Ma non sembra importante neanche questo, non si cerca lo scambio diretto, ma un invito al totale raccoglimento, nella personale spiritualità di ognuno, che sembra quasi andar oltre la fede religiosa e non ne è figlia, semmai può esserne madre.
Ma i miei occhi guardano in alto, catturati dalla grande ombra sulla volta del soffitto di un crocefisso inclinato, buio; è la luce di una lanterna, che in primis illumina il cerchio dei monaci in preghiera e poi, consegna un riflesso verso l’alto a generare un’ombra. Ed io continuo insistentemente e involontariamente a guardare solo quell’ombra, che è l’unica cosa per me visibile e ingoio qualche lacrima, frutto della mia debolezza, pensando che forse troppe volte le cose sono come appaiono. E allora mi rassegno, ma non dispero, di essere dalla parte sbagliata, quella che forse non mi darà mai una fede religiosa, che quindi non sarà mai concessa a strumento di guerra, che non potrà mai difendere gli altri e non dovrà mai difendersi da se stessa, perché non c’è e, forse, non ci sarà per molto tempo ancora...
Samantha

Una preghiera a Decani

La Provvidenza e Decani





Monday, October 1, 2012

Cronaca di un viaggio straordinario...







Io credo che nulla capiti a caso..
Nei giorni scorsi un mio amico ha incontrato una signora che era stata dal dentista in Croazia.
Si sa che non appena sento qualcosa di balcanico mi si drizzano le orecchie e così sono andata a vedere sul muro fb di questo studio di dentisti croati e li incontro Sara. Era tardi, ero stanca, ma qualcosa mi diceva di guardare ancora e le ho chiesto l'amicizia. Subito mi è apparsa una persona particolare e quando ho visto tra le sue foto il ponte di Mostar, non ci ho visto più dalla felicità.
Io spero che vi leggiate il racconto che segue. Nemmeno vi immaginate quanto mi ci riconosco in questa storia !

E' l' Ottobre del 2010 e Sara parte per un viaggio nei Balcani . Per leggere di questo viaggio cliccate : qui
Per non giudicare senza ragion veduta e capire, cliccate : qui
Se volete andare dal dentista, cliccate : qui

Grazie Sara, per me, tu sei un angelo !



Friday, April 27, 2012

Inquinamento sul fiume Ibar







Ci scrive un caro amico che è in Serbia , ma che ci racconta le stesse cose degli amici albanesi...

..Come tu sai il fiume Ibar rappresenta una risorsa turistica e naturalistica visto che lungo lo stesso sorgono i più importanti monasteri, è una risorsa idrica, si svolgono i campionati di rafting, altre manifestazioni ed è di interesse naturalistico-paesaggistico.
Sulle tv locali si parla spesso del problema (censurato naturalmente sulle tv nazionali).
Il contratto siglato tra il governo serbo (il 6 ci sono le elezioni e siamo in campagna elettorale) prevede che l’energia elettrica ricavata dallo sfruttamento delle risorse idriche vada direttamente in Italia senza che in Serbia resti nulla e cioè ne soldi ne energia. La stessa energia potrà al limite essere comprata dai serbi dalla azienda italiana. Cioè a fronte della cessione di una risorsa naturale i serbi non ne ricavano nulla.
Sembra poi che non siano state minimamente studiati gli effetti di impatto ambientale che a detta di molti esperti porterà ad importanti variazioni del microclima con conseguenze addirittura negative sugli affreschi dei monasteri. Inutile parlare di altro genere di impatto sotto il profilo paesaggistico naturalistico.
Altra informazione interessante è la seguente: Per la legge serba non si può procedere allo sfruttamento ed alla realizzazione di opere di impatto ambientale senza consultare la cittadinanza a mezzo dello strumento referendario, ma la  cosa non solo non viene fatta, ma viene assolutamente taciuta. MA QUESTO NATURALMENTE SI AGGIUNGE AL FATTO CHE: lo strumento referendario in questi casi è comunque previsto in base ad accordi internazionali europei di cui la Serbia è recentemente cofirmataria....



Tuesday, April 17, 2012

JUGOSLAVIA, IT'S THE SAME. Seconda parte

Continua da qui

Per una strana serie di casi, o di cause, o di casi nati da cause, ti ritrovi davvero più là, in quelle piazze, fra quelle persone. Per motivi e in tempi diversi ora vedi un'altissima cattedrale e sei in piazza Petar Preradovic, a Zagabria; ora vedi la Sava che confluisce nel Danubio, e sei nel parco di Kalemegdan, nella parte alta e vecchia di Belgrado, fra le mura di un'antica fortezza, costruita su una roccia calcarea il cui colore pare abbia ispirato il nome della futura capitale serba (Beograd, beli: bianco, grad: città). E poi Fiume, Zenica, Podgorica, Novi sad, Nis, Vrnjacka Banja e così via. Tutte quelle e molte altre piazze e statue e chiese, ti può capitare di vedere. Chiese tante, perché tante sono le religioni. Te ne accorgi facilmente quando passeggi nella Bascarsija, a Sarajevo e ti capita di passare da una chiesa cattolica a una ortodossa e da una moschea a una sinagoga, in soli cinque minuti.
Ti può capitare e infatti mi è capitato. Ed è stato un privilegio grande e inaspettato.






Ma abbandoniamo, per adesso, quelle piazze e statue e chiese costrette ancora ad essere figlie di un Europa minore, a metà strada fra l'oriente e l'occidente, legate al primo e rivolte al secondo, anche se da questo troppo spesso ignorate e sottovalutate e rifiutate, e torniamo in Istria, a Piran - Pirano. E, scusami, ma è necessario che io rientri nei miei panni, e forse è meglio anche per te.
E' il giorno libero e sono in macchina, alla frontiera tra Croazia e Slovenia, di ritorno da una bellissima gita a Pola. Siamo in quattro: io al volante, al mio fianco il regista e scrittore Goran Vojnovic (sloveno, di padre bosniaco, di Visoko), e dietro l'attore Moamer Kasumovic (montenegrino ma vive a Sarajevo da molti anni, musulmano) insieme a Sanja Popovic (attrice e conduttrice serba).
Siamo alla frontiera ed io sono già pronto a presentare i quattro passaporti, di quattro nazionalità diverse. La guardia di dogana slovena, però, fa uno strano sorriso e un cenno con il braccio, come a farmi proseguire. Io, sorpreso, dopo essermi quasi fermato accanto a lui, ringrazio con la mano e faccio per ripartire. "Stop!" grida lui. Io inchiodo all'istante. Lo guardo, si avvicina al finestrino e mi guarda anche lui. Mi chiede qualcosa in sloveno. Io, in inglese, rispondo che non capisco. Impassibile, con lo sguardo fisso su di me, mi chiede ancora qualcosa, sempre in sloveno, sempre con lo stesso tono. Io non posso fare altro che ripetere ancora una volta, in inglese, che non ho capito. Nel frattempo, dal sedile di fianco al mio, Goran inizia a spiegargli qualcosa, ovviamente in sloveno. Forse gli sta dicendo che sono italiano, che avremmo dovuto fermarci, ma ci sembrava che ci avesse invitato a passare oltre. Quindi il doganiere inizia a recitare un monologo, sempre in sloveno, nel quale riesco a cogliere spesso la parola "italiensko" o "italijan" e anche se sta parlando con Goran, continua ad avere lo sguardo appiccicato su di me. Ovviamente non capisco niente, ma di sicuro non usa parole carine. - Where I wrong? - bisbiglio ai miei compagni di viaggio, nel mio inglese spontaneo e sconnesso. Qualcuno, da dietro, mi fa cenno di lasciar perdere. Forse ha ragione. Meglio non indagare. E invece no, io voglio sapere. Ascolto con attenzione. "Slovenia, Hrvaska, Srbia, Bosna" dice lui, insieme ad altre cose che non saprei dire adesso. Sanja mi dice che si sta lamentando degli italiani, di tutti gli italiani, perché non sanno distinguere i paesi dell'Ex Jugoslavia l'uno dall'altro. Non solo, dice che siamo così ignoranti da metterci in mezzo anche l'Albania. Questo l'ho capito perché improvvisamente ha parlato in inglese. Sempre guardando solo me. Dice che non conosciamo, che abbiamo voluto dimenticare i nostri legami e le nostre responsabilità sul popolo albanese. Allora per un lungo istante provo a pensare all'Albania. Cerco delle immagini e mi appaiono davanti tutti quei pescherecci e quei gommoni lungo le coste pugliesi, scenario straziante dell'esodo degli anni novanta. Tutto qui? E poi cosa? Mi sforzo, e qundi cerco ancora: Albania, Albania, delinquenza, droga, violenza, un ragazzo che spezza una bottiglia su un tavolo e la punta in faccia a un cinese in piazza Mercatale a Prato, coltelli e cacciaviti in tasca, una prostituta bionda con una giacca rosa, fumo, ashish, cocaina, un gommone pieno di ragazzini che attraversa l'Adriatico, una mamma che vende un rene per pagare la scuola ai suoi bambini, un motorino rubato, un gruppo di muratori sporchi, con mani enormi, che bevono birra e ridono e mangiano un panino polveroso in pausa pranzo in un cantiere, immagini di bunker, di case distrutte, una macchina che passa con lo stereo a tutto volume, di nuovo una prostituta, di nuovo uno spacciatore, un finestrino rotto a una macchina in sosta. Una bandiera rossa con un'aquila nera a due teste. E poi il Kosovo. Anche quello mi viene in mente. Ma è tutto qui. Non mi viene nient'altro. Eppure ci sono anche stato in Albania, ma niente. Solo il triste epilogo della storia. E quasi non faccio caso di aver dimenticato di leggere il prologo e lo sviluppo drammatico.






Niente di niente che mi rimandi a eserciti romani, o ai più recenti plotoni dei nostri nonni, i quali di romano avevano ancora il saluto, che sono passati di lì lasciando molte tracce.
Certamente non siamo gli unici responsabili, figuriamoci, ma in questo momento non vedo alcuna differenza tra me e mia zia.
Guardo quest'uomo in divisa verde che parla ancora al mio finestrino. Penso che in fondo abbia ragione, noi italiani siamo proprio così. Ma abbiamo anche una grande virtù: lo sappiamo.
E quindi ora mi ribolle il sangue. Che cazzo vuole da me? Cosa devo fare? Ha ragione, l'ho già detto, ma non è simpatico. Allora decido che non vale la pena continuare e con un sorriso davvero idiota stampato sulla faccia gli dico, non senza un pizzico di humour, una frase che sarebbe poi rimbombata nel tempo, dentro di me, come una accusa e una difesa al tempo stesso nei confronti degli italiani: "Yes...Slovenia, Serbia, Bosnia... for me it's the same...Jugoslavia...it's the same..." e con un cenno con la mano, finito il controllo dei passaporti, lo salutiamo, "Dobar dan!".
Finalmente possiamo ripartire. In macchina scoppiano tutti a ridere per quello che è appena successo. Ma ridono anche di me. E della mia incoscienza, mi dicono. E tutti e tre si divertono a farmi presente che quello che ho detto, sarebbe saggio non ripeterlo più, soprattutto alle frontiere. Non si sa mai. E ridono ancora. E rido anch'io. Ma da qualche parte, dentro di me, anche se la mia provocazione aveva fatto centro, da qualche parte, per un attimo, ho sentito una puntura, come se una zanzara fastidiosa avesse fatto centro anche su di me. Credo di avere iniziato ad amare troppo, in modi e misure diversi, questi paesi, per non sentire il peso di una stronzata come quella. "It's the same". Ma so anche che mi è stato detto troppo poco di quella e di chissà quante altre parti di mondo. Qualcuno ha preferito così, e quindi non è solo colpa mia.
E poi, l'ho detto poco fa, all'inizio: da lì, da Prato, non è possibile capire niente.
In macchina, intanto, continuiamo a scherzarci su. Voglio credere di non avere detto niente di sbagliato. E anche se so che certe affermazioni possono fare perdere la ragione a qualche squilibrato, sono sicuro che lo sloveno, la serba e il montenegrino che sono in macchina con me, e chissà quanti altri milioni di persone dei loro paesi, preferirebbe che fosse davvero ancora "the same". Tutti insieme. E forse anche mia zia lo preferirebbe.

Francesco Borchi


Sunday, April 15, 2012

Dalla nostra inviata Chiara







"La danza del destino – Ritorno a Sarajevo"

Cara Lina,
io e Sergio siamo stati a Siena a Pasqua, per vedere Sarajevo attraverso le foto di Agostino Pacciani. Nel 1994, durante l’assedio, Agostino aveva scattato foto a persone che circa dieci anni dopo ha voluto ritrovare e rifotografare !!
Sul www.agostino-reportages.com ce ne sono alcune, esposte in Svizzera l’anno scorso.

Abbiamo potuto vedere le foto e sentire le voci delle persone ritratte: molte ringraziavano Agostino per essere tornato a cercarle, per essersi impegnato molto per trovarle (annunci sui giornali, ricerche nelle scuole e nelle università e per averle fatte incontrare nuovamente !!)
“Senza di te non ci saremmo ritrovati e riconosciuti – gli hanno detto i giovani e le giovani che giocavano insieme da bambini – perché con la fine della guerra le nostre famiglie si sono trasferite e noi ci siamo persi di vista!! Cercheremo di rimanere in contatto – gli hanno promesso – e quando ci incontreremo per caso in centro città (dove andiamo con la compagnia di adesso) ci saluteremo !!”

C’è un aspetto storico nella mostra ed uno artistico, ma secondo me questa mostra ha soprattutto un valore poetico:
• c’è il passato nelle foto del 1994: adulti e vecchi ritratti nell’atto di lavorare e di sopravvivere, bambini e giovani ritratti mentre giocano, cantano, ballano, suonano uno strumento musicale, “nonostante” la guerra e l’assedio.
• c’è il presente nelle foto del 2004/2006: quelle stesse persone e il loro destino.
• c’è il futuro nelle loro parole: i sogni e le speranze dei giovani e le disillusioni e le preoccupazioni dei vecchi.


IN QUESTO PONTE TRA PRESENTE E FUTURO possiamo riconoscere qualcosa di noi…..tutti noi !! Sia chi come me è entrato a Sarajevo durante l’assedio, sia chi come Sergio in quegli anni 1992-1996 non è andato al di là dell’Adriatico.

E possiamo cogliere i tanti messaggi di queste persone e di queste immagini grazie all’umanità di Agostino Pacciani che non conosco, ma ha fatto a me e a chi come me ha visto la mostra, un grande regalo !!! .

Ciao, Chiara e Sergio

Agostino-reportages.com

Più che assedio diremmo difesa dagli ultranazionalisti che hanno disintegrato la Jugo 





Friday, April 13, 2012

JUGOSLAVIA, IT'S THE SAME. Prima parte

Nei giorni scorsi, come sempre accade da quasi 4 anni, c'è piovuta un'altra favola. Si chiama Francesco ed è un ragazzo bellissimissimo, gentilissimo, educatissimo e molto umile. Abbiamo sconvolto la programmazione per dargli spazio perchè cio' che scrive è magnifico e un grosso regalo per tutti noi. Grande Francesco, ti ringraziamo di cuore !




FRANCESCO - Zia, lo sai vado a fare un lavoro in Slovenia?
ZIA - Bravo, bambino! Ma mamma mia, occhio in quei posti...
FRANCESCO - (risata) Perché? Che posti?
ZIA - Mah...non si sa mai da quelle parti là...
FRANCESCO - Macchè! Ljubljana è tranquilla...non te lo immagini com'è...
ZIA - Dove?
FRANCESCO - Ljubljana, zia, Ljubljana...la capitale della Slovenia...
ZIA - Mah...io...mi farebbe un po' effetto...il tuo babbo e la tua mamma son contenti?
FRANCESCO - Sì, zia, vado a girare un film, non vado mica...che ne so...
ZIA - Te fregatene di quello che succede...non ti fare impressionare...gli zingari...lascia perdere... Intanto si sa...stai attento...
FRANCESCO - Ma che dici?
ZIA - Si sa che gente c'è...La Lina me l'ha raccontato...quando rimase inferma chiamarono una badante russa...o polacca, non me lo ricordo...insomma all'inizio sembrava una persona per bene. Poi si accorsero che tutti i giorni andava a aprire il frigo e gli rubava sempre qualche cosa...

Breve dialogo tra me e mia zia. Bar Magnolfi, Piazza S. Francesco, Prato, novembre 2009.
Mettiti un secondo al mio posto, per favore, in quel bar. Non ti farebbe ridere e incazzare da morire la leggerezza e l'incoscienza di tua zia nel parlare di "quei posti"? E quanti, come lei, pensano che da Trieste in là sia una distesa di zingari, badanti e pornostar? Anche tu, del resto, sempre supponendo che tu sia nei miei panni, non la pensavi molto diversamente da lei fino a qualche anno fa. Non ti vergognare, è così.
Intorno a te, il bar è pieno di bambini e li senti correre sui tuoi nervi come fossero sugli scivoli. Tutti quei rumori ti fanno andare fuori di testa. Decidi che è meglio lasciar perdere e non iniziare un discorso troppo lungo e complicato che nemmeno sai dove ti porterebbe. Per di più con tua zia. Allora butti giù l'ultimo sorso di caffè, le dai un bacio e le dici: non ti preoccupare, sono grande. Ciao zia.



E ora, se ti va di fare una riflessione, ti invito a rimanere ancora un po' nei miei panni. Ma non a Prato. Da lì non capiresti niente. Nessuna zia tra i piedi, te lo prometto.
Dopo un mese trascorso a Ljubljana, ti ritrovi a girare gli esterni del film a Pirano, uno splendido paese in cui vedi Venezia in ogni strada e, perché no, qualche riflesso di Bisanzio su qualche facciata, tutto immerso nei colori caldi dell'Istria, che senti anche nella parlata delle signore al mercato, a volte in italiano, spesso in Sloveno. La piazza più grande si affaccia sul piccolo porto del paese e se ti lasci il mare alle spalle, fra i mille tavolini dei caffè, puoi imboccare una delle tante scale che si arrampicano in quel labirinto di case che è il vecchio centro abitato, e sopra il quale spicca una chiesa bianchissima. Questa piazza prende il nome dalla più grande personalità piranese, Giuseppe Tartini, un compositore italiano vissuto nel settecento. A ricordarlo, oltre alla statua al centro della piazza, sono le melodie dei violini che ti avvolgono, ad ogni ora del giorno, se ti capita di attraversare il vicolo che ti porta al piccolo mercato, o se ti siedi a guardare il mare sulla terrazza del caffè del teatro. Tartini era di Pirano ed era italiano, non sloveno. E se ti capita per un secondo di avere un po' di confusione in testa, se davvero non capisci per quale strana combinazione ti ritrovi in Slovenia e senti così tanta Italia intorno a te e non pensi, in quello preciso momento, che sei a tre metri dall'Italia e la vedi lì vicina, se ti volti a destra, e ancor più vicina vedi la Croazia, a sinistra, e se non pensi che prima di te, in quel piccolo promontorio di Pirano, o Piran, se lo vuoi chiamare nel nome slavo, ci sono stati i romani, i veneziani, gli italiani (che ancora ci vivono, seppure in minoranza) e forse anche D'Annunzio, non un italiano a caso, diretto o di ritorno dalla sua Fiume, non da Rijeka, se davvero non pensi a tutto questo, allora forse è meglio se ti chiudi in albergo in attesa di tornare a casa a mostrare le fotografie sul computer di famiglia. E, certo, non ti augurare mai di ritrovarti seduto in altre piazze, ancora più in là, ad est, a cercare di capire quelle città e studiare quelle facce meravigliose così lontane da noi, ma diverse fra loro, e che solo quel Tito e la sua straordinaria e discutibile grandezza, da molti, troppi, rimpianta, ricordata nelle stampe fotografiche esposte alle bancarelle di tutti i mercatini, sì, proprio quel Tito che al bar Magnolfi e anche a casa tua e in un'infinità di altre case italiane, viene conosciuto come "dittatore", perché così ci è stato detto, proprio quel Tito era riuscito a tenere tutti felicemente uniti per trent'anni sotto un'unica stella. Rossa, fra l'altro.
E invece no, non ti fermi lì.
Fine prima parte
Francesco Borchi

Continua qui



Monday, April 2, 2012

Jugoschegge








Buongiorno sono Giacomo Scattolini, mi permetto di disturbarla per segnalare che ho curato, insieme a Tullio Bugari, il seguente libro pubblicato da Infinito Edizioni:

Tullio Bugari – Giacomo Scattolini
JUGOSCHEGGE
Storie e scatti di guerra e di pace

Il libro contiene di interventi di:

Ennio Remondino – inviato RAI
Mario Boccia – fotoreporter
Alessandro Gori – giornalista
Luca Rastello - giornalista scrittore
Silvia Maraone – cooperante

Prefazione Massimo Cirri – conduttore radiofonico “caterpillar”
Introduzione Agostino Zanotti – cooperante


Due decenni dopo l’inizio della guerra che ha frantumato la Jugoslavia, sette protagonisti del “prima” e del “dopo” – Mario Boccia, Ennio Remondino, Luca Rastello, Alessandro Gori, Silvia Maraone – raccontano i “loro” Balcani a due viaggiatori che dei Balcani hanno fatto
ragione di vita. Giacomo Scattolini completa l’opera con una raccolta di fotografie a colori prese durante la guerra e poi scattate nuovamente due decenni dopo e messe a confronto, per raccontare gli estremi urbani di devastazione e ricostruzione.

Jugoschegge.it





Tuesday, March 20, 2012

Chiara e la Bulgaria







Ciao Lina, l'hai gia fatto un post sulla Bulgaria , che fa parte dei Balcani orientali...
In questi giorni ho 3 balcanici in casa: oltre a mio marito e mio figlio anche un ragazzo di Sofia che frequenta un liceo con il quale il convitto ha organizzato uno scambio!!
Ci ha portato un CD del coro polifonico LE MYSTERE DES VOIX BULGARES diretto da DORA HRISTYOVA davvero favoloso

Le Mystere Des Voix Bulgares

Le Mystere des Voix Bulgares - Concert at CCB, Lisbon

A proposito di cori bulgari ho trovato anche ELIO E LE STORIE TESE te lo ricordi IL PIPPERO ?

IL Pippero unisce Italia e Bulgaria

pare si siano ispirati a una canzona bulgara tradizionale !!

A proposito di cucina ho trovato questa delizia: trovo che sia davvero una ricetta "furba" !!!
Dalla Bulgaria un dessert d'eccezione, che deve il suo successo allo sposalizio perfetto tra noci, cacao e rum

La ‘Garash torta’ è quella che più spesso si può trovare nei ristoranti e nei Cafè bulgari. Al posto dei bar, in Bulgaria ci sono infatti le ‘sladkarnizi’ – ‘dolcerie’, dove oltre al caffè, vengono serviti un grande numero di torte diverse, gelati e cocktail vari.

La ‘Garash’ è la torta per eccellenza. Dopo di lei sono state inventate tante altre, alla frutta, al cioccolato, alle mandorle, al cocco, ecc. Ma rimane uno dei dolci più amati ed è anche quello delle grandi occasioni. Non tutti i Cafè offrono una versione degna della sua fama. Ecco perché è meglio imparare a preparala a casa, dove di solito si fa in occasione dei compleanni, più spesso quelli invernali perché è molto calorica e un piccolo pezzo basta per saziarsi.


Ingredienti
- 6 uova
- 1 bustina di polvere vanigliata
- 250 gr di burro
- una tazza di zucchero a velo
- una tazza di zucchero normale
- 3 cucchiai di cacao
- un po’ di rum
- 1 cucchiaio di farina
- 2 tazze di noci tritate

Preparazione:
Si mettono insieme sei tuorli d’uovo, la polvere vanigliata, il burro, una tazza di zucchero a velo, il cacao e il rum. Il tutto va miscelato con il mixer, fino a diventare una crema. Del composto 2/3 si mettono da parte.

Al restante 1/3 si aggiunge un cucchiaio di farina, gli albumi delle 6 uova precedentemente sbattuti a neve, una tazza di zucchero , due tazze di noci tritate. Il tutto si mischia bene prima di essere infornato. Va cotto in una teglia rotonda imburrata a 180 gradi per circa 10 minuti, finché non diventa rosato.

Dopo che la torta si è raffreddata bene, si copre con i restanti 2/3 della crema messa da parte all’inizio e si mette in frigo. Dopo qualche ora può essere abbellita con pistacchi o noci tritati.

Moreno Locatelli
Chiara e l'Istria


Friday, December 16, 2011

La Sarajevo di Bruno







Ragazzi che fatica !! Dopo aver chiesto e supplicato che Bruno ci raccontasse la sua visita a Sarajevo, ho dovuto capitolare e vi racconto io le sue impressioni, anche se le cose riportate non sono mai come quelle raccontate dal diretto interessato.
Bruno ama tanto viaggiare ed è stato in quasi tutta Europa e in Africa.

La Bosnia attrae chiunque e Bruno ha avuto una buona occasione per visitarla : un militare di alto grado che dall'Albania è venuto fino a Sarajevo per fargli visitare la città.
Sarajevo è una città martoriata dalla guerra e Bruno la gira tutta in lungo e in largo con il suo amico tenete colonnello che gli racconta soprattutto i luoghi di battaglia e gli fa vedere i segni nei muri e i colpi di Kalasmikof nei pavimenti.

Sarajevo è da sempre città multi-etnica e multi-religiosa, al suo interno convivono tre diverse religioni: l'islam, il cristianesimo (con due confessioni: cattolica ed ortodossa) e l'ebraismo. Il grande clima di tolleranza e rispetto tra queste confessioni ha portato a soprannominare Sarajevo la Gerusalemme d'Europa. I rapporti tra queste fedi si sono incrinati in seguito alle guerre jugoslave e Bruno vede tutte queste chiese e si stupisce di tanta diversità.
Vanno sulle colline, da dove tiravano i cecchini e vedono che adesso ci sono tanti bar e luoghi di ritrovo da cui si vede la città.
La serata più bella Bruno la passa con il suo amico e altri italiani in una bellissima birreria del centro. Un locale famoso di cui non si ricorda il nome, ma scommetto che lo troviamo. Chi ne sà qualcosa della Sarajevska pivara ?????

Un video su Sarajevo








 

Saturday, October 15, 2011

Una favola di nome Elena




Non abbiamo foto dell'Albania.. mandatecele 



Il viaggio in Albania è stato...Forte.
Non ho altri aggettivi che possano racchiudere e riassumere tutte le emozioni vissute giorno per giorno, quindici per l'esattezza.

Già, proprio così: io e Riccardo abbiamo avuto modo di toccare con mano una realtà diametralmente opposta a quella in cui viviamo, ed il tutto semplicemente al di là di uno stretto mare. Chi l'avrebbe mai anche solo immaginato?
Il caldo è stato torrido, soprattutto a Tirana dove alle 16.30 del pomeriggio ho fotografato le colonnine che segnavano 45.5 gradi... La città sembrava magicamente, cadere in una sorta di letargia nella ore pomeridiane, per poi risvegliarsi verso le 17.00 in un turbinio di rumori di serrande di negozi che si alzano all'unisono, e di profumi di pannocchie arrostite pazientemente lungo i marciapiedi. E Tirana, a mio avviso, merita di essere girata a piedi. Solo così si ha modo di sperimentare cio' che in realtà è, di comprendere la sua planimetria che altrimenti dalla guida, risulta riduttiva. Troppo. E solo così, si possono notare quei piccoli dettagli che la dipingono e contraddistinguono in modo così strano e particolare.
Io e Riccardo, nonostante un'assicurazione medica stipulata prima della partenza, abbiamo avuto modo anche di sperimentare la totale impotenza. Il mio ragazzo, infatti, è stato male, e abbiamo dovuto ricorrere ad un ospedale pubblico visto che la figura della guardia medica non sembra esistere, nemmeno se chiamata da un hotel, e in agosto le cliniche e i dottori privati sembravano tutti in ferie. Siamo finiti al reparto Infektive dell'Ospedale Nene Tereza di Tirana e le condizioni, purtroppo, erano a dir poco fatiscenti. Il personale si è adoperato alla meglio per aiutarci, abbiamo avuto anche la fortuna di trovare un'infermiera molto brava (e bella, come sottolinea di continuo Riccardo ) che parlava italiano molto bene. Mentre attendevo, ripetevo continuamente tra me e me "Com'è possibile che, ad un ambiente così degradato dal punto di vista strutturale, corrisponda poi, un ambiente umano così disponibile e gentile?" Ma...più di una puntura e di una flebo di soluzione fisiologica, non c'è stato modo di far nulla. Mancavano medicinali, quelli che c'erano erano scaduti e loro stessi si vergognavano a farmi vedere come sui fondi di bottiglie di plastica tagliati a 'mo di scodelline, ci fossero manciate di pastiglie e pillole buttate ala rinfusa. Guardavo l'infermiera annotare tutto a mano su di un registro, perchè nulla è ancora computerizzato. Nel 2011. Pazzesco.

E il tutto a inizio vacanza. Vi lascio immaginare come potevamo sentirci all'idea di doverci poi, mettere in auto alla volta del nord, dipinto dagli abitanti della capitale come "arretrato e lontano".
Niente sud. Niente mare. Purtroppo abbiamo perso giorni nel tentativo di riprenderci a Tirana.
Al nord, per fortuna, tutto è andato meglio: sono riuscita a reperire le fonti di cui tanto avevo bisogno, grazie ad una zia dei miei vicini di casa che...è riuscita a farsi aprire anche la biblioteca dell'Università di Shkodra, altrimenti chiusa per inventario. Ho visitato posti inimmaginabili, seguendo strade (strade?) e sentieri dove l'auto sembrava abbandonarci a piu' riprese. Il tutto seguendo sempre i miei vicini di casa, che abitano a Bushat e si sono resi davvero disponibili ad aiutarmi.
A Shkodra ho visitato i diversi conventi: e l'incontro con Suor Anna alla Chiesa Francescana, mi ha poi aperto le porte anche del convento delle Suore Clarisse. Con Suor Sonia sono in contatto via mail... è stata davvero una persona disponibile, come tutti quelli che ho trovato. La situazione dei conventi, la paziente dedizione delle suore che cercano pian piano di ricostruire e risistemare i locali, meriterebbero un racconto a parte. E non escludo che scrivero' di tutto questo, ancora. Perchè chiunque faccia un viaggio come il mio, deve essere preparato a quello che troverà. E ancora non basta per dire di sentirsi a proprio agio. La periferia di Shkodra, lungo la linea ferroviaria che una volta collegava l'Albania con la Yugoslavia (oggi con il Montenegro) è un luogo dove anche la polizia passa e... non si ferma. Criminalità ? Forse, non saprei. Famiglie chiuse in casa per vendetta, scese dalla montagne circostanti per mancanza di lavoro. Povertà e arretratezza. Bambini che giocano tutto il giorno sui binari, case costruite con ciò che si è trovato in giro, donne schiacciate dal peso di una realtà dura, inimmaginabilmente dura. Anche qui...prometto di scrivere, scrivere, scrivere. Perchè c'è bisogno di informazione...

Sono riuscita anche a visitare anche Rreshen, città natale della lettrice di lingua albanese dell'Università presso cui studio, Anila Alhasa. Abbiamo avuto modo di ottenere anche un'intervista con lo scrittore Ndue Dedaj, una persona tanto colta, quanto umile e disponibile. Mi ha regalato una copia del suo romanzo proprio sul Kanun, peccato che essendo scritto interamente in albanese e non tradotto... dovro' farmelo tradurre da qualcuno per capire meglio cio' che ci siamo detti durante l'intervista...
Rreshen non sembrava affatto abituata alla presenza di turisti: il costo della vita è bassissimo rispetto al resto dell'Albania, le persone sono molto guardinghe e scrutano in modo sospettoso i nuovi arrivati, ma ci siamo trovati bene. La città è un cantiere a cielo aperto: la lettrice mi spiegava come, le persone, stiano tentando di risistemare le case, restaurare muretti e aree pedonali, giardini e monumenti, e il tutto di tasca propria. E' una cittadina che ha capito che dovrà risollevarsi da sola, con l'aiuto delle persone che lavorano all'estero e rientrano d'estate, portando con sè denaro per i dovuti interventi strutturali. E braccia, voglia di fare, voglia di vedere una città rinascere dalle sue stesse ceneri. "Come l'araba fenice" non facevo che pensare tra me e me. Ci sono bambini curiosi per le strade, che appena ci hanno avvistati in centro all'ora di cena, non ci hanno piu' lasciati. Di Rreshen mi sono rimasti gli occhi curiosi delle persone, quelli dei bambini soprattutto. Il profumo del pane appena sfornato, le chiacchere in centro attorno ad una scultura moderna di cui quasi tutti sembrano ignorare il perchè sia collocata proprio lì, così lontana e distante dallo stile degli edifici adiacenti. Il museo è la parte che piu' mi ha colpita: abbandonato a se stesso, con i soldi raccolti ha sistemato il piccolo giardinetto all'ingresso.
Il direttore, un pittore ora in pensione, ci ha spiegato come, dopo il 1991, i cimeli siano stati accatastati in attesa che qualcuno arrivi lì a dar loro un ordine. Prima troneggiavano gli eroi della patria, l'arte del periodo comunista in primo piano. Ma ora, l'ordine non esiste piu', e le persone non sanno cosa collocare e dove.
Le vetrinette sono per lo piu' rotte e aperte, perchè "...quello che potevano prendere, l'hanno già preso..." e la gente si chiede se mai qualcuno dall'estero verrà a dare un po' di oggettività storica nella disposizione di cio' che rimane. Ci hanno fotografati, perchè "...se mai apriremo un sito, facciamo vedere come anche gli stranieri vengano qui..."... Inutile dire che la cosa mi ha fatto sorridere, ma amaramente.

Ho avuto modo di visitare anche Kruja: bellissimo il castello-museo, tenuto benissimo e completamente restaurato. Come pure il bazar esterno, una decina di negozietti con oggettistica di dubbia provenienza...credo che anche qui sia arrivato il "made in China", ahimé. Molti i turisti turchi, molti gli scatti su di una terrazza panoramica stupenda. Perchè l'Albania ha questo: paesaggi e viste mozzafiato. E l'Albania è questo: persone sorridenti e disponibili, uomini che parlano tra di loro tra colpi sulla spalla e strette di mano, partite a scacchi o domino infinite lungo la strada, bambini i cui occhi curiosi aprono il cuore fino alla commozione. Profumo di caffè, di pannocchie arrostite... papere che camminano indisturbate alla pompa di benzina finchè si fa il pieno. Ma anche due livelli di vita diametralmente diversi: i ricchi terribilmente ricchi... i poveri, terribilmente poveri. Questo soprattutto a Tirana.
Lina...Non bastano le parole, non basta un singolo pezzo per descrivere tutto quello che abbiamo visto, vissuto... No, non basta. Ma per ora lo faro' bastare, sapendo che, se vorrete, seguiranno altri articoli piu' dettagliati. Grazie mille!

Storie di Illiri e d'Albania


Thursday, August 4, 2011

Il racconto di Carlotta. Terza parte







 
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La mattina ci tranquillizzano : i cori di sirene non promettevano bombe, venivano dalle fabbriche. Qui si fabbricano madonnine di gesso, business diurno per altri costruttori, devoti o no. Sembrerebbe che a Medjugorie fossero i fornai a impastare le madonnine (noti in tutto il mondo per lavorare di notte).
Caricati sui pullman, via per dirupi verso Mostar, divisa in due, croata e bosniaca. Da Mostar ovest ci si spinge verso la zona musulmana. Si varca un ponte di assi, al posto del millenario ponte di pietra buttato giù dalla guerra. Pencola peggio della passerella di mani “beate” che oscillavano sotto i nostri piedi quando siamo andati in gita sulle nuvole. Tiriamo a diritto, con gli occhi fissi su tre montagne dirimpetto: di qua ci spiano i croati, di là i bosniaci e in mezzo stanno appostati i serbi.


Si ostentano candide magliette sul genere “Mirate al petto!”, con un pollastro al centro che esibisce un ciuffo di rosmarino nel becco. Soltanto un mistico visionario scambierebbe il rosmarino per un ramoscello di olivo e il pollo per una colomba. Mantengo un’apparenza spavalda mentre mi raccomando alla Madonna di Medjugorie.
Dal ponte si penetra nel cuore di Mostar e della Bosnia, in una desolazione schiarita dall’azzurro-primavera degli automezzi Onu mischiato al colore autunnale delle divise militari, fra case distrutte e strade stellate, strade trapunte di squarci a forma di stella, come se in una notte stregata di San Lorenzo le stelle si fossero staccate dal firmamento precipitando sulla terra.
La poca gente rimasta esce a stringerci la mano, indifferente alle magiche crepe sul selciato, ormai avvezza a quella pioggia di stelle cadenti che si stampano nel terreno e hanno il nome di granate. Le donne piangono, i bambini s’infilano in mezzo agli strani turisti di pace che siamo noi.
Sostiamo presso la targa in memoria dei giornalisti della Rai caduti sul campo. Anch’io cado in un campo, nonostante la classe con cui un dinamico “beato” porta due zaini, il suo e il mio. Cado fra gli scoscendimenti del terreno e i gerani sparsi in una profusione di croci, tutte con la stessa data, tutte della stessa guerra.
Su per tornanti chiusi fra le rocce o sospesi sui precipizi, si parte alla volta di Kisjelak, col naso appiccicato ai vetri del bus, in deroga alle avvertenze dell’istruttore di tappare i finestrini con gli zaini, promossi a baluardo di granate errabonde. Siamo curiosi di vedere se una piroetta dell’autista non ci scaraventi nel verdeggiante strapiombo che lui continua a rasentare con spensierata caparbietà.
A Kisjelak mettiamo radici sotto il comando croato. Ultima frontiera conosciuta.


Dopo, ci aspetta “la terra di nessuno”, due chilometri e mezzo di strada costeggiata di mine, attraverso campi altrettanto fioriti di ordigni che si nascondono alla vista come timide viole. In fondo alla terra di nessuno comincia la Repubblica Bosniaca dei Serbi. Farnesina, ambasciate, comando militare croato sono una lega di “no” al chiodo fisso di don Albino di andare in braccio ai serbi giù fino a Sarajevo e lì piantare una tenda dove trascinare un serbo, un croato e un bosniaco anche a calci, anche per un solo minuto di “pacifica” convivenza.
Si bivacca con acqua diuretico-lassativa, si scambiano saluti con i convogli della Caritas e dell’Onu, bighellonando tra coprifuochi, colpi di mortaio e scrosci di “bandiera rossa la trionferà” del comunista che si è preso una cotta per don Albino.
Il nostro affascinante leader celebra la messa bianco-vestito in stola arcobaleno a un tavolo di plastica e fa un’eucaristica colazione inzuppando nel vino un pezzo di pane raffermo. Il sovversivo innamorato si limita a gorgheggiare le sue strofe terrene sull’ultimo accordo di “filate, la messa è finita” intonato da Don Albino.
L’unico diversivo è la pistola puntata al petto di padre Maurizio, francescano casual, in camicia scozzese e clarks. Gliela punta più volte un croato di guardia al confine di Kisjelak, seccato dalle sue insistenze di voler passare in terra serba con tutti noi al seguito. Una pistola al petto gliel’avrei puntata anch’io a padre Maurizio.


Molti prodi Anselmi (il cinquanta per cento dei “beati”) invidiano Mario Primicerio, il sindaco di Firenze, al quale, giorni addietro, hanno sparato davvero. Eccitati dalla promessa dei serbi di mitragliare anche noi, i prodi vogliono forzare il blocco, calare su Sarajevo dal Monte Ingman, proprio dove hanno fatto fuoco sul sindaco, il che può avere il suo charme se si viaggia dentro un carro armato come il sindaco. Le “beate” singhiozzano, sull’orlo di una crisi di nervi…
Don Albino è rapito dal prezzo che il cinquanta per cento dei “beati” è disposto a pagare ma, per quanto estatico, rimane immobile, con gran refrigerio del restante cinquanta per cento di beatitudini.
Trascorriamo il ferragosto a stampare l’impronta delle nostre chiappe sull’asfalto bollente, di faccia al comando croato, dove una sentinella ubriaca sventola la bandiera che alcuni valorosi “beati” le hanno messo in mano: Mir, Paix, Peace, Pace.

Moreno Locatelli



Thursday, July 21, 2011

Il racconto di Carlotta. Seconda parte









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Dopo le manovre in parrocchia ci aspettava almeno un po’ di guerra. Va bene, una certa gioia di vivere non guasta; qualche giorno fa i serbi hanno bombardato Dubrovnik…
Ecco sopraggiungere i poliziotti a toglierci dalla testa lo sconforto di essere sbarcati sulla Costa Azzurra. La nostra sfilata è illegale, non l’ha autorizzata nessuno. Arrestano il reverendo leader dei “beati”, don Albino. Lo scarcerano quasi subito, ma non per restituirlo alle nostre braccia tese. Lo trascinano presso la radio locale a giurare di non esser venuto in Croazia a spargere zizzania. Colpa dei volantini istigatori di pace, che don Albino ha stampato in lingua serba, e ora siamo in mezzo ai croati. Carestia di traduttori, si scusa il beato pacifista. Bella scusa là dove serbi e croati se le danno di santa ragione!
Tappa dalla Madonna di Medjugorie, terza nella classifica delle Madonne che hanno scelto di mostrarsi all’infanzia, quella delle fasce indigenti. L’infanzia dorata non merita apparizioni celestiali: le bastano e avanzano le visioni terrene dei propri comfort.
La Vergine, in bella vista, risplende all’aperto. Intorno a lei, oltre che di luce, l’aria è satura di parole e musica. Dalla vicina chiesa un megafono diffonde messe no-stop. Un comunista, toccato dalla Madonna, si lancia in un’ardente dichiarazione di passione e di fede a don Albino.
Si mangia e si dorme in un tendone monolocale con panche e inginocchiatoi a uso e consumo di frati senza pretese in materia di sale da pranzo e camere da letto.
Genuflessa, tiro fuori il formaggio. È andato in estasi anche quello. Era un cacio di legno, di un bel giallo carico. Si è trasfigurato in una molle scamorza cadaverica. Commossi dal prodigio, i “beati” compagni di viaggio mi dispensano le loro provviste, in particolare le marmellate di una super mamma con sei figli, che fra le granate di casa e quelle della ex Jugoslavia ha optato per queste ultime.
La sera, coricata più o meno a mo’ di San Francesco, non riesco a mummificarmi nel sacco a pelo. Benché la situazione non abbia nulla di erotico, mi divincolo come un serpente in amore. Lo spettro di Tutancamen, o il suo sosia, si alza da una bara e mi suggerisce di levarmi le scarpe. Mi avvolgo nello scialle della nonna, stretto sul maglione da gran sera in Alaska; rosicchio gallette invece di dormire. Un “beato” si rivolta nel sonno con tutto il suo feretro, arrotando i denti, assediato da incubi di gallette in via di frantumazione.
Spira una zefiro polare dal tendone spalancato sul silenzio di un cielo solcato di quando in quando da cori di sirene.
Per sei ore confondo la Madonna illuminata con lo spuntar del sole.
Fine seconda parte...


Prosegue qui




Thursday, July 14, 2011

Il racconto di Carlotta. Prima parte







Sapete bene che qui piovono solo favole, ma qualche volta piovono delle favole molto particolari ! Carlotta è una di queste. E' capitata per caso non molti giorni fa, ma ci ha fatti subito innamorare d'immenso ! Il suo racconto è fantastico.
Colgo l'occasione per raccontarvi una storia vera che non abbiamo ancora pubblicato.
La notizia c'è arrivata da un testimone e riguarda un convoglio di circa 12 camion che era partito da Sarajevo per l'entroterra bosniaco. Il convoglio era preceduto da un carro armato Onu. Ogni 20 km un commando di banditi fermava l'ultimo camion, costringeva l'autista e il passeggero a scendere e a continuare a piedi, rubava il camion e scappavano nella direzione opposta al convoglio di aiuti umanitari. Quando c'è stato solo più un camion, i militari hanno parlato un po' tra loro e poi hanno deciso di scaricare gli aiuti umanitari a terra e far salire sul camion tutti i volontari con qualche provvista di farina e zucchero che si poteva lasciare sul camion. Così.. all'enclave sono arrivati circa una ventina di persone affamate che hanno peggiorato in maniera decisiva le condizioni di vita dell'enclave già sofferente. Tutto accadeva in Bosnia nel 1995.


Il tour “Beati i Costruttori di Pace”, esclusiva confezione clericale di probe intenzioni verso un mondo di cittadini e non di vittime, ha programmato una vacanza in Bosnia: tappa di ferragosto a Sarajevo. La Jugoslavia è ancora teatro di guerra, un eccitante per chi in guerra non sta più da mezzo secolo, desiderabile come un allucinogeno per chi aspiri a migrare da vacanze borghesi, stesso cielo, stesso mare. Anch’io sono stufa di acque lisce come l’olio e di cieli sempre blu.
Alcune care persone a me vicine si coalizzano per bardarmi di sarcofago da mummia (modernamente detto sacco a pelo), gommapiuma da spiaggia elevata al grado di materasso di sopravvivenza, zaino da scolaro modello, marsupio antiscippo, giubbino color giallo-cedro-del-Libano, omaggio della Cassa di Risparmio, vagamente somigliante a una giacca a vento, micro-pila multiuso: il nemico non ti vede e tu non vedi il nemico neanche se fosse un carro armato, catarifrangente anti killer-strade di notte.
Un secondo affettuoso nucleo di miei simpatizzanti, attenti lettori delle istruzioni di viaggio prodotte dai “Beati Costruttori di Pace”, mi procaccia antibiotici a largo spettro, disinfettanti per acque da colera, bende stretch, garze, ginocchiere, gallette ricordo dei fanti italiani (prima guerra mondiale), pane nero ricordo dei soldati tedeschi (guerre mondiali 1 e 2), formaggio duro da emigrante formato XIX secolo.
Su mia personale ispirazione, ficco nello zaino lo scialle della nonna che abitava in una ghiacciaia, un maglione da gran sera in Alaska e una masnada di profumi pestiferi quanto basta a sbaragliare fragranze corporali da carenza d’acqua e sapone. Unico gioiello, una borraccia girocollo verde smeraldo.
Dopo aver messo K.O. nei corridoi del treno un congruo numero di passeggeri che hanno osato scontrarsi col mio rimorchio da viaggio, raggiungo la parrocchia di San Lorenzo, punto di raccolta nei paraggi di Bologna. Qui si svolge l’addestramento alla villeggiatura bosniaca.
Tre giorni di manovre. La prima s’intitola “Passeggiata sulle nuvole”, un day-dreaming. E come in un sogno ad occhi aperti, vengo issata a mezz’aria per andare a spasso sopra un ponte di mani intrecciate, quelle dei “beati” compagni di vacanza che stanno lì sotto a farsele pesticciare, la faccia appannata da una cristiana rassegnazione o illuminata dalla strazio nell’aver fede nel prossimo a tutti i costi. Una fiducia demenziale nel prossimo è, appunto, il target della passeggiata sulle nuvole. Si tratta di traballare lungo una passerella di mani mosce.
Dopo, mentre gli altri contano i moncherini, io mi accaparro il letto del prete.
Sveglia alle tre di notte. Ordine di uscire all’aperto, mano nella mano. Non m’illudo di danzare al chiaro di luna, ma chissà… Il ballo c’è, senza musica, quello di San Vito, a rotta di collo in catena e occhi bendati nelle tenebre. Via, sempre tenendoci per mano, finché il “beato” davanti a me, al galoppo, intanto che io mi concedo un leggero trotto, non mi sgancia in una buca.
Stop all’alba. Qualcuno mi leva dalla buca. Succinta comunicazione a una torma di sfiatati: gli organizzatori hanno voluto propinarci il brivido di un’emergenza da bombardamento. Beati i costruttori di pace che si danno a questo genere di costruzioni!
Due ore di riposo, poi via libera verso la villeggiatura, riservata però a chi ha firmato l’impegnativa di esonerare la beatifica istituzione da qualsiasi risarcimento in caso di decesso, ferite, mutilazioni, modifiche varie ed eventuali nel corpo e nello spirito.
Zitti zitti, in fila indiana, un violino davanti e uno di dietro, a Spalato siamo in duecento con l’aureola della beatitudine. Ci guida il nostro maestro di sortite anti raid, una specie di Che Guevara, come sarebbe se fosse andato avanti negli anni, ma soprattutto uno sportivo consunto da scatenati girotondi nelle notti senza luna e da grandinate di pestoni sulle mani a opera dei tanti “beati” in marcia fra le nuvole.
La hit-parade dei nostri vessilli di pace fa pendant con gli stendardi che ci salutano, o così pare, dai motoscafi e dagli yacht ancorati nella rada.
I passanti camminano nel sole, prendono distrattamente i nostri volantini che invitano a flemmatiche convivenze. Bar e negozi aperti, gelati, coca cola, mercato verde-rosa di frutta e ortaggi. Una delusione. Dopo le manovre in parrocchia ci aspettava almeno un po’ di guerra. Va bene, una certa gioia di vivere non guasta; qualche giorno fa i serbi hanno bombardato Dubrovnik...
Fine prima parte

Prosegue qui



Thursday, July 7, 2011

Dal nostro inviato speciale !




Messaggero Veneto 28/06/11
FIAMME SUL CONFINE... 20 ANNI DOPO
Jugoslavia in frantumi e alla Casa Rossa fu una battaglia lampo.
Il 25 giugno 1991 la Slovenia e la Croazia proclamano l’indipendenza
Il 28 i tank di Belgrado vengono respinti a Nuova Gorizia
di Pietro Oleotto


All’inizio del giugno di vent’anni fa, la Jugo, a Gorizia, cominciava con una lunga fila per andare a fare benzina, la Croazia era solo il mare di Istria e Dalmazia e Ratko Mladic – che nel ’95 sarebbe diventato il “boia di Srebrenica” – un generale dell’Armata Popolare. Quell’Armata che in quei giorni fu spedita in assetto da guerra, sfoderando i cingoli dei tank, a presidiare i confini della "Repubblica socialista federale" la cui unità mostrava crepe evidenti. Qui, da questa parte, si notavano a stento, anche se si sapeva che non era più il paese descritto con una famosa frase dal padre fondatore: «Noi in Jugoslavia dobbiamo dimostrare che non esistono maggioranze e minoranza». «Mi moramo u Jugoslaviji pokazati da ne može biti manjine i vecine», come aveva declamato il maresciallo Josip Broz Tito, scomparso undici anni prima.
Nel 1991 non solo esistevano maggioranze e minoranze; c’era la forza centrifuga dei nazionalismi azionata dalla Serbia di Milosevic che avrebbe portato prima alla disgregazione dello Stato, poi agli orrori della guerra civile. Così il 25 giugno Slovenia e Croazia proclamarono la propria indipendenza e il giorno 28 bisognava essere oltre confine, da italiani, per testimoniare cosa succedeva alle porte di casa. Cosa ci facevano quei carri armati tra la gente, qualche metro dopo il valico internazionale della Casa Rossa? “Di là” si combatteva o il passaggio storico era pacifico? Alle cinque del pomeriggio si diceva che sulla strada statale che collega Lubiana con Nuova Gorizia sarebbero passati i rinforzi dell’esercito federale per raggiungere gli avamposti piazzati sul confine: lasciata la redazione isontina del Messaggero Veneto, la Mercedes del nostro fotoreporter, Nello Visintin, una mezz’ora dopo era già ad Aidussina, dove il segnale italiano del telefono veicolare (una cornetta agganciata a un’enorme scatola nera di metallo, i cellulari erano una rarità) si perdeva inesorabilmente. Bisognava fermarsi, ma non per l’assenza di comunicazioni con il giornale, dove il capo servizio Vincenzo Compagnone coordinava il lavoro tenendo i contatti con Udine, bensì perchè sulla striscia d’asfalto del ponte sul torrente Hubel la gente del paese aveva piazzato i mezzi pesanti in proprio possesso, a spina di pesce, per sbarrare la strada ai cingolati comandati da Belgrado.
Era il primo segnale che c’era una regia slovena per impedire l’espandersi a macchia d’olio di un eventuale conflitto attraverso l’opera della milizia territoriale, la Teritorialna Obramba. Dieci minuti, venti, trenta, un’ora. Poi qualcuno si avvicina: «Italiano, torna a Nuova Gorizia, là sta succedendo qualcosa». La statale è deserta, il cambio automatico della macchina scala marce lunghe per assecondare la nostra volata di ritorno verso il confine: Crnice, Vitovlje, Sempas.
A circa un chilometro da Casa Rossa un posto di blocco: documenti. È la polizia slovena. «Volete passare? A vostro rischio». Rischio? Di cosa? Parcheggiamo e cominciamo a correre verso il valico lungo il rettilineo che gli sta di fronte, fino a quando non sentiamo un’esplosione fortissima. Siamo a pochi metri dai distributori Petrol, deserti, mentre dal carro armato al centro della strada si alza una colonna di fuoco. La Nikon reflex di Visintin scatta a ripetizione, la mia tasca gonfia di rullini di pellicola (altro che digitale!), si svuota in un amen: sono steso a pancia in giù sotto una vecchia Zastava 750 – la 600 Fiat “potenziata” fatta a Kragujevac –, quando sento un rumore metallico alla destra della mia testa.
A un miliziano sloveno è appena caduto un caricatore da kalashnikov: lo raccolgo e lo consegno prontamente. I territoriali hanno attaccato a colpi di bazooka i tank dell’Armata Popolare, presa di sorpresa: quattro i morti in quell’inferno. Le lingue di fuoco si alzano alte dalla torretta di comando e ipnotizzano i soldati che vengono catturati in massa con qualche raffica di mitra. Dopo una manciata di minuti siamo infatti in un grande cortile a poche centinaia di metri dal confine, dove assistiamo a una scena da film: i militari dell’esercito sono disarmati, in piedi e in fila, con le mani dietro la nuca.
L’attacco sloveno è riuscito, Casa Rossa è sotto controllo e la gente comincia a uscire dalle case. E mentre i prigionieri sfilano di corsa al comando dei vincitori si sente il rumore dei sassi lanciati contro i loro elmetti che nascondono facce impaurite e tratti somatici macedoni, kosovari, montenegrini. Era la politica dell’Armata: mai fare il soldato a casa. Con il pestare degli anfibi sull’asfalto e le accelerate dei camion che caricano la paura e lo smarrimento di quei ragazzi – per portarli nella caserma di Deskle sulla strada per Canale – cala anche la tensione.
Riprendiamo la macchina, comunichiamo alla redazione che abbiamo delle foto da pubblicare, raccontiamo attraverso il telefono veicolare la battaglia alle porte di Gorizia. E cerchiamo una via d’uscita attraverso l’altro valico internazionale, quello di Sant’Andrea, quello dell’autostrada. Ma al secondo incrocio dopo l’abitato di San Pietro (e l’ennesimo posto di blocco) le vie tornano deserte: in lontananza il cannone di un tank federale segue la nostra Mercedes nel suo tragitto e dopo lo svincolo è chiaro che siamo in trappola.
Le sbarre del confine jugoslavo sono abbassate, impossibile raggiungere l’Italia dove la nostra polizia è in presidio, armata, dietro dei sacchi di sabbia. Ma quando giriamo la macchina, dopo qualche centinaio di metri in senso inverso, ci accorgiamo di non essere più soli: dalla vegetazione esce una sentinella mimetizzata, urla qualcosa in serbo; Visintin piazza una retromarcia che copre il rumore di una raffica in aria e nel momento del “rinculo” dal finestrino aperto spunta una canna. Catturati. Hanno la stella rossa sul copricapo, ci credono delle spie pronte a rivelare le loro posizioni agli sloveni della Territoriale. Sono dell’Armata federale, sono in guerra, una guerra civile.
Fuori dalla macchina la perquisizione: spariscono i rullini, resistono solo quelli nascosti sotto i tappetini della vettura. Mezz’ora dopo – bontà loro – ci alzano la sbarra di qualche centimetro, tanto che l’antenna piazzata al centro del tetto fatica a passare. Ci è andata bene, possiamo raccontare cosa sta succedendo, con parole e immagini. Neanche un graffio, mica come quel povero soldato scappato oltre il confine durante l’attacco e colpito a un gluteo prima di essere accolto in Italia.
Il giorno dopo andai in ospedale a sentirlo. Giovanissimo, biondo, occhi azzurri era un croato: «Faccio il contadino», mi disse quasi volesse far felice la memoria di Stjepan Radic. «Ci avevano detto che dovevamo difendere la nostra terra da voi italiani». Era cominciato il decennio delle bugie. Curato, fu rispedito a casa, nell’entroterra di Zara. Chissà se per lui fu l’ultima divisa vestita. Se vide l’Operazione tempesta, la terribile Operacija oluja del generale Ante Gotovina, o se raggiunse Metkovic per sostenere l’identità croata dell’Erzegovina. Storie tormentate di quest’ultimi vent’anni nei Balcani, quasi un effetto domino da quel 28 giugno 1991, quando fu difesa l’indipendenza della Slovenia attraverso delle battaglie lampo ai valichi, come quello di Casa Rossa. Là dove adesso non c’è più un confine, dove si paga in euro, dove è Europa ed è tutto diverso. Meno il prezzo della benzina, sempre più basso: ma almeno non si fa più la coda.

Grazie Pietro... non avremo mai abbastanza parole per dire quanto sei favola ! Grazie dal profondo del nostro cuore .. e dire che tutto il nostro amore per te è iniziato con una litigata !!!!

Pietro.. una favola senza fine
Dedicato a Pietro
I nostri cari motomuloni !
Luca e Pietro a Ljubljana


Monday, June 13, 2011

Investimenti in Serbia







Un lettore che vuole rimanere anonimo ci ha mandato questa mail :

Gli italiani vogliono fare sull'Ibar 10 elettrocentrali con la creazione di un bacino idrico che rovinerà il decorso del fiume e toglierà l'acqua potabile a Kraljevo!!!!
L' Ibar è un fiume balneabile e pescoso con significato turistico e sede di competizioni sportive fluviali di rilievo.
La società deputata alla costruzione delle centrali è mista italiana-serba ma il 51% sarà italiano (come a dire che il controllo della società stessa è straniero e la compartecipazione solo di facciata). Sembrerebbe che il contratto preveda l'incasso delle sole imposte per i Serbi e che l'energia verrà venduta a discrezione degli italiani che tratterranno l'intero profitto.

Il branch office di Belgrado è stato registrato il 6 dicembre 2010, ulteriore segnale del forte impegno della Seci Energia S.p.A. – Gruppo Maccaferri nella partnership strategica con JP Elektropriveda Srbije per il programma di investimenti negli impianti di generazione elettrica da fonti rinnovabili, oggetto degli Accordi di collaborazione nel settore energetico stipulati tra il Ministero dello Sviluppo Economico della Repubblica Italiana e il Ministero delle Miniere e dell’Energia della Repubblica di Serbia.

In attuazione del primo Accordo preliminare dell’8 giugno 2009, Seci Energia S.p.A. e Elektropriveda Srbjie hanno costituito la società di scopo Ibarske Hidroelektrane (a maggioranza italiana per il 51%) per la costruzione di dieci impianti idroelettrici sul fiume Ibar (103 MW di potenza installata, 418 GWh all’anno di producibilità, costo dell’investimento € 270 mil.). Il secondo Accordo preliminare riguarda lo sviluppo degli impianti idroelettrici sul fiume Drina (in particolare la Drina Media per circa 321 MW di potenza installata, 1197 GWh all’anno di producibilità, con un costo dell’investimento di € 819 mil.) ed è stato sottoscritto oggi nella sede del Governo della Repubblica di Serbia.

La partnership tra Seci Energia S.p.A. e Elektropriveda Srbjie (società elettrica di Stato) ha come scopo la realizzazione di impianti di generazione elettrica da fonti rinnovabili fino a 1000 MW di potenza installata. La produzione sarà destinata prevalentemente all’esportazione in Italia, proprio attraverso la nuova interconnessione sottomarina tra Italia e Montenegro, nel quadro degli Accordi di collaborazione.