Sunday, August 2, 2026

ENNIO REMONDINO, UN GIORNALISTA LIBERO

 









IL PENSIERO DI JOVAN DIVJAK.







 IL PENSIERO DI JOVAN DIVJAK.

È scomparso recentemente il generale bosniaco Jovan Divjak, che era stato ospite a Trieste in una conferenza pubblica a Trieste nel maggio 2018. Di etnia serba, era ufficiale dell’Armata jugoslava al momento della dichiarazione di indipendenza della Repubblica di Bosnia-Erzegovina, e fu dall’8/4/92, il 2° Comandante della Difesa Militare di Bosnia durante l’assedio di Sarajevo. Presentato come il “difensore di Sarajevo” ed il “generale dei bambini”, è stato però anche accusato di crimini di guerra dai Serbi di Bosnia, come responsabile del massacro di una colonna dell’esercito jugoslavo (composta da ufficiali e soldati montenegrini) che si stava ritirando da Sarajevo.
Nonostante Divjak si sia sempre definito “orgogliosamente jugoslavo”, non possiamo fare a meno di esprimere dei dubbi su questo suo sentimento, anche in base a ciò che lo abbiamo sentito dire. Egli stesso si è schierato, in armi, per il distacco della Bosnia-Erzegovina dallo Stato cui apparteneva: non possiamo accettare la sua definizione del conflitto, che non sarebbe stata “una guerra etnica ma l’attacco ad uno stato membro delle Nazioni Unite”. Era la Jugoslavia ad essere membro dell’ONU, non le varie repubbliche che decisero di rendersi indipendenti scegliendo uno status su base etnica, fregandosene se nei propri confini erano presenti anche altre etnie. Del resto noi non siamo del parere che l’appartenenza religiosa possa essere considerata un’etnia; riteniamo invece corretta la definizione, contestata da Divjak, di “serbi e croati convertiti” all’Islam per definire l’“etnia” islamica e sbagliò a suo tempo il governo jugoslavo a riconoscere a chi si dichiarava islamico di costituirsi come etnia, fatto che portò alla guerra di religione che si scatenò in Bosnia.
La Bosnia-Erzegovina pretese l’indipendenza in base al fatto che i “bosgnacchi” (cioè gli abitanti di religione islamica) sarebbero stati in maggioranza, senza considerare che nel territorio vivevano anche serbi (ortodossi) e croati (cattolici), in maggioranza rispetto a loro; fu questo a scatenare la guerra che diede il via ad uno sterminio indiscriminato di tutti contro tutti: i serbi massacrarono croati ed islamici, i croati serbi ed islamici, gli islamici croati e serbi. Avere avallato, come comandante militare, la secessione armata, non è stato, a parere nostro, un atto di fratellanza né di civiltà: fosse stato “orgogliosamente jugoslavo”, Divjak non avrebbe accettato la politica dei dirigenti islamici del suo paese andando contro il governo centrale di Belgrado. Per questo motivo non ci sentiamo di unirci al quasi unanime coro che in questi giorni lo ha ricordato come difensore dei deboli ed internazionalista convinto.
A ciò aggiungiamo le posizioni allora espresse di politica internazionale. Ha accusato la Russia di occupare la Crimea nell’indifferenza dell’Unione Europea, mentre invece è stata la Crimea, con referendum, a scegliere l’annessione alla Russia: per coerenza con il suo passato secessionista, avrebbe dovuto riconoscere il diritto all’autodeterminazione della gente di Crimea; né possiamo essere d’accordo con lui sulla necessità che la Bosnia Erzegovina entri nella Nato. Infine ci è sembrata un’opinione piuttosto discutibile asserire che il fanatismo islamico si sarebbe sviluppato in Bosnia solo dopo che in Europa fu creata animosità nei confronti dell’Islam

La Nuova Alabarda ELCDD 16 aprile 2021



BASTA CON LE STRUMENTALIZZAZIONI DEL 25 APRILE!
 
In un contesto già sufficientemente confuso e disorientato, nel quale il significato specifico della Festa della Liberazione come anniversario della vittoria sul nazifascismo viene sempre più spesso eluso – tra eventi gastronomici, bande che suonano inni che non c'entrano nulla, sincretismi incomprensibili con movimenti animalisti o new age –, in Emilia-Romagna si registrano sgradevoli strumentalizzazioni della ricorrenza.
Già in passato avevamo notato come le celebrazioni della strage di Marzabotto fossero talvolta segnate da riferimenti fuorvianti ai fatti di Srebrenica (1). Stavolta, per il 25 Aprile, a Marzabotto (Monte Sole) tra gli invitati d'onore figura Jovan Divjak, descritto come "il generale che difese la città di Sarajevo durante l'assedio". Addirittura, si annuncia un suo "tour partigiano" in diverse località italiane nei giorni tra il 23 e il 30 aprile 2019.
Ma chi è veramente Jovan Divjak? 
Già a capo della Difesa Territoriale in Bosnia-Erzegovina, nei mesi a cavallo delle "dichiarazioni di indipendenza" con cui ha inizio la tragedia del suo paese (1991-1992) viene scoperto e giudicato dalla Corte Marziale dell'esercito jugoslavo per illegittimi rifornimenti di armi. Gli vengono inflitti 9 mesi di carcere cui si sottrae passando al nemico, cioè alle milizie nazionaliste bosgnacche di Alija Izetbegović. Da capo militare della zona di operazioni di Sarajevo è da considerare perlomeno corresponsabile della efferata strage della via Dobrovoljacka (3 maggio 1992), quando i suoi attaccano alle spalle le giovanissime reclute dell'Armata Jugoslava, che si ritirano pacificamente verso la Serbia in base agli accordi, causando 42 morti, 73 feriti, 215 prigionieri: è la prima grande strage di Sarajevo, mai ricordata da nessuno in Italia.




LE PERLE DI GIACOMO SCOTTI

 




Giornalista itinerante nei Balcani da settant’anni, ha dedicato la sua vita anche e soprattutto alla letteratura. Poeta, narratore, favolista, saggista e storico, ha pubblicato più di 180 opere in italiano e croato-serbo, alcune tradotte in una ventina di lingue. Con antologie e traduzioni di singoli poeti e romanzieri ha contribuito alla divulgazione della letteratura italiana nell’ex Jugoslavia e di quella dei popoli balcanici in Italia. Per la sua opera gli sono stati assegnati diversi premi e l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana.


Giornalista, scrittore, poeta, l'intellettuale di frontiera con doppia cittadinanza italo-croata, Giacomo Scotti vive sotto minaccia di morte. Il giornale on-line dell'estrema destra neoustascia croata, Hrvatski List, ha pubblicato a fine dicembre un articolo del periodico zagabrese Hrvatsko Slavo in cui si accusa Giacomo Scotti, insieme ad altri – tra cui l'ex capo di Stato Stipe Mesic e l'attuale presidente Ivo Josipovic – di essere filo comunista e nemico dei croati. «Finalmente - scrive l'autore del testo di minacce, Josko Celan - gli ultimi generali croati accusati di crimini nella Krajina sono stati liberati e sono tornati a casa. Ora devono pagare coloro i quali li hanno accusati, è giunta l'ora di punire i nemici della Croazia».

Il giornalista e scrittore Giacomo Scotti minacciato di morte  


Giacomo Scotti è uno scrittore italiano che dal 1947 vive tra Trieste, l’Istria e Fiume. Eppure adesso ha paura ad uscire di casa, perché c’è chi in Croazia lo vuole morto. «Già a Zagabria o a Spalato non posso mettere piede – ci racconta – perché, se mi riconoscono, mi fanno fuori». Infatti, tra i nemici dei neo-ustascia, estrema destra croata, prima di Stipe Mesić, l’ex capo dello Stato, e di Ivo Josipoić, attuale presidente, tutti definiti “filocomunisti”, viene Giacomo Scotti, che adesso ha 85 anni e alle spalle più di cento pubblicazioni, tra narrativa, saggistica e poesia.

I croati vogliono togliere dalla costituzione croata il principio dell'antifascismo.  


Magistrale pezzo di Giacomo Scotti nella "Voce del popolo" di oggi. E dopo le amebe vennero i Croati... 

Potrei firmare anche virgole e punti del testo pubblicato da Gian Antonio Stella sul “Corsera” di Milano e riportato integralmente da “La Voce del Popolo” l’indomani (23 aprile), ma poiché sull’argomento dell’appropriazione indebita di grandi personaggi della letteratura, della cultura e della storia italiana ho scritto a più riprese, arrabbiandomi forte, negli ultimi cinquant’anni, proverò a fare una cernita e una sintesi su questo brutto vezzo degli storici e politici croati – e fossero soltanto loro! – che non hanno risparmiato nessuno dei tanti grandi italiani “colpevoli” di essere nati o semplicemente di essere passati nelle e per le terre della Dalmazia, del Quarnero e dell’Istria oggi incluse nella Croazia. Per questi signori quegli italiani, per lo più sudditi della Serenissima repubblica di Venezia, furono e restano croati.
Negli ultimi venti anni si è giunti a croatizzare il veneziano e italiano Marco Polo. Già Franjo Tuđman lo fece, ora c’è caduto Stjepan Mesić, anche lui per un viaggio in Cina. Nel periodo immediatamente successivo alla secessione della Croazia dalla Jugoslavia ed alla conquista dell’indipendenza, all’inizio degli anni Novanta del secolo appena tramontato, nel contesto di un nazionalismo esasperato dalla guerra e dai rancori prolungatisi nel dopoguerra, Tuđman e i suoi se la presero anche con l’Italia e si appropriarono di numerosi scrittori, architetti, scultori ed altri artisti italo-veneti, dichiarandoli croati.
Il filosofo chersino Francesco Patrizi divenne Franjo e Frane Petrić ed ancora oggi, nei convegni annuali a lui dedicati a Cherso, è sempre e soltanto croato, viene chiamato sempre come lui non si firmò mai. Gli studiosi croati della sua opera sono però costretti a tradurre i suoi libri dal latino e dall’italiano. Poi si è arrivati al celeberrimo Marco Polo. Recandosi in Cina, il “Supremo” si vantò davanti al Congresso del Popolo di aver seguito le orme del suo “connazionale”, ordinando ai suoi di scriverne il nome con la kappa: Marko. Cominciò da allora a correre sulla linea ferroviaria Zagabria-Venezia il treno Marko Polo (e l’Italia non protestò) e prese a navigare, come tuttora naviga, la nave passeggeri Marko Polo con la kappa. Dunque, a dire di Tuđman e di altri “storici” croati il veneziano sarebbe nato a Curzola (dove una leggenda parla di una “casa di Marco Polo”) e sarebbe stato di nazionalità croata. Oddìo, c’è pure qualche altro che lo vuole nato a Sebenico, ma lasciamo stare. Certo, in Dalmazia, ancora oggi, gente col cognome Polo, De Poli e simili ce n’è tanta, ma è pur vero che Venezia fu la signora della Dalmazia e di gran parte dell’Istria per quattrocento anni e ci furono giudici, capitani, podestà, rettori e conti veneziani mandati sull’Adriatico orientale che si chiamavano Polo e lasciarono in queste terre qualche rampollo, come l’hanno lasciato i Tiepolo (vedi a Pago i Chiepolo) i Cambi a Spalato, i Fiamengo a Lissa eccetera, eccetera.
Come se non bastasse, Tuđman volle mettere le mani anche su Ruggero Giuseppe Boscovich, raguseo, figlio di padre erzegovese e di madre oriunda bergamasca – Bettera – lo scienziato gesuita vissuto in Italia fin dai tredici anni di età. Scrisse le sue opere soltanto in italiano e in francese, personalmente polemizzò con chi voleva cambiargli nome e cognome, ma ciononostante Tuđman voleva che il monumento dello scienziato a Milano lo indicasse con nome e cognome scritti con la grafia croata: Rudjer Bošković. Il governo italiano quella volta disse di no e la visita ufficiale del “Vrhovnik” in Italia sfumò. Mise piede in Italia soltanto per visitare a Roma la mostra dell’arte rinascimentale croata, quasi esclusivamente dalmata e quasi esclusivamente fatta di opere di scultori e architetti italiani del Rinascimento. Purtroppo ad ospitare quella mostra fu la Città del Vaticano e Tuđman mise piede in Italia soltanto per andare in quel minuscolo anche se potentissimo Stato.
In alcune guide della Croazia e in tutti i libri di testo in materia di commercio nelle scuole superiori croate si legge che l’inventore della “partita doppia” fu un croato, e si fa il nome di Benko Kotruljić alias Kotruljević, raguseo. Ebbene quell’uomo era Benedetto Cotrugli, figlio di un mercante pugliese stabilitosi a Ragusa, autore – Benedetto non suo padre – del famoso libro “Della mercatura e del mercante perfetto” pubblicato a Venezia nella prima metà del XV secolo. Oltretutto, il Cotrugli visse per lo più in Italia e si spense a Napoli.
Uno “storico” di musica zagabrese con il quale polemizzai negli anni Settanta, scrisse – e nella storia della musica croata si ripete quanto lui scrisse allora sul “Borba” – che il compositore istriano del XV secolo Andrea da Montona il Vecchio, tra l’altro inventore della stampa delle note musicali, era croato. Perciò gli cambiò i connotati chiamandolo Andrija Motuvljanin-Starić. Anche il montonese, tanto per cambiare, visse fin da ragazzo a Venezia e scrisse unicamente in italiano i versi dei suoi pezzi musicali. Quando il papa Giovanni Paolo II arrivò a Fiume (e molti giornalisti italiani scrissero Rijeka, alla radiotelevisione pronunciato “rigieca”), la Curia zagabrese inviò a tutti i giornali (compresa “La Voce del Popolo”) un inserto a pagamento di una decina di pagine sui “santi croati”. Ne trovai alcuni – per lo più “beati” – vittime delle persecuzioni anticristiane degli imperatori romani: santi polesani, istriani. Non mi risulta che all’epoca romana ci fossero croati e slavi in genere in Istria e Dalmazia.
A Fiume, un modesto autore di saggi su argomenti più disparati relativi alla cultura, all’arte, alla museologia, alla storia e agli eventi politici del capoluogo del Quarnero, per dimostrare che tutto qui fu in passato e resta oggi croato, se la prese con alcuni nostri scrittori, facendo i nomi di Ezio Mestrovich e Nirvana Ferletta, scrivendoli alla croata: Meštrović e Frleta- Volle “dimostrare” che i “cosiddetti” italiani fiumani, e non solo loro, erano dei croati voltagabbana, quasi quasi dei traditori. Che ne direbbe se io gli mettessi sotto gli occhi e il naso cognomi italiani di personaggi croatissimi come il leader del Partito nazionale croato della seconda metà dell’Ottocento, Juraj Bianchini, oppure il grande poeta croato dello scorso secolo, Gvido Tartaglia, il grande attore zagabrese del Novecento, Tito Strozzi, o l’attuale ambasciatore croato in Argentina Castelli, il notissimo studioso d’arte in Dalmazia, Nenad Cambi, il poeta Jakša Fiamengo, il compositore Mario Nardelli, l’architetto Bernardo Bernardi, il capo dell’Istituto di Epidemiologia della Croazia, dott. prof. Dinko Rafanelli, il cantante del gruppo “Trubaduri”, Luciano Capurso, il presidente del Sindacato dei marittimi della Croazia, Predrag Brazzoduro, la giornalista Sanja Corazza, il pittore Josip Botteri Dini, il giornalista e leader degli studenti croati, Vojislav Mazzocco? Potrei continuare fino a domani.
Ho scritto altre volte e lo ripeto qui: la Croazia ha grandi croati, uomini e donne, di cui vantarsi, che meritano di essere celebrati in tutti i campi, compresa l’arte e la letteratura; non ha perciò bisogno di rubarli ad altri popoli. Temo però che i ciechi nazionalisti non cesseranno mai di rubacchiare per ornarsi delle penne altrui.

Giacomo Scotti







CIVG - Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia

 




La nostra solidarietà concreta continua – Gennaio 2026.

S.O.S. Yugoslavia – ONLUS

S.O.S. KOSOVO METOHIJA

NONOSTANTE TUTTO.

Grazie all’enorme, difficile e anche pericoloso onere e impegno delle nostre Radmila e Gordana, delle due Associazioni “Srecna Porodica/ Per una famiglia felice, donne Vedove di guerra e rifugiate” in Nis e l’Associazione “Madri dei Rapiti e Scomparsi del Kosovo Methoija” di Nis, si è conclusa la campagna di solidarietà per le famiglie più in difficoltà e disagiate in Kosovo, nell’enclave di Novo Brdo e in Nis 




Libri di Jean Toschi Marazzani Visconti

 








La Corte ha stabilito che quello che avvenne fu un genocidio ad opera di singole persone, ma che lo Stato Serbo non può essere ritenuto direttamente responsabile per genocidio e complicità per i fatti accaduti nella guerra civile in Bosnia-Erzegovina dal 1992 al 1995, fra i quali rientra la strage di Srebrenica.




LUPI NELLA NEBBIA

 







L'ONU ostaggio di mafie e USA

Lupi nella nebbia. Kosovo: l'Onu ostaggio di mafie e Usa

Da una favola chiamata Piotr: "Lupi nella nebbia"  



L'uccisione di un serbo a Sarajevo da il via alla guerra civile

 




Contro la disinformazione noiosa quanto grave di alcune pagine balcaniche che vogliono i primi morti a Sarajevo su un ponte durante una manifestazione, ribadiamo per l'ennesima volta che il primo morto a Sarajevo è stato un serbo, a un matrimonio.

La scorsa estate un fotografo ci ha detto che siamo patetici, bè..se dire la verità è patetico, meglio patetici che falsi e ipocriti 

Il primo marzo 1992, davanti alla chiesa ortodossa di Bascarsija a Sarajevo, il musulmano Celo uccise il serbo Nikola Gardovic' dando così il via alla guerra

Quel giorno era il giorno del referendum per distruggere la Jugoslavia e i serbi non avevano partecipato

La famiglia Gardovic' stava festeggiando le nozze, quando da una Golf nera scesero 4 musulmani che iniziarono ad aggredire il padre della sposa. Celo sparò al padre della sposa, mentre il suo amico feriva il sacerdote ortodosso. Nikola Gardovic' morì dopo pochi minuti in ambulanza

Nikola Gradovic' è stato davvero il primo morto serbo a Sarajevo e ha dato il via alla guerra, mentre le due ragazze sul ponte sono morte il 5 aprile, quindi attenzione ai fake che vi propinano! 

Sanguinoso matrimonio a Sarajevo


Contro chi vuol far credere che i cecchini fossero solo serbi:

Moreno Locatelli è stato ucciso da un bosgnacco


Sarajevo, vent’anni fa iniziava il massacro della città


Non sono d’accordo su nulla serbi, musulmani e croati di Bosnia; potrebbero essere d’accordo sull’inizio della guerra? Quand’è cominciato il carnaio di Sarajevo? Il 6 aprile 1992, data convenzionalmente accettata, e sostenuta da croati e musulmani? Quel giorno furono uccise Suada Diliberović, musulmana nata a Dubrovnik, e Olga Sučić, croato-bosniaca, colpite sul ponte di Vrbanja dalle fucilate dei cecchini serbi che sparavano dalle finestre dell’Holiday Inn. Oppure, come dicono i serbi, il 1° marzo, giorno in cui fu ammazzato Nikola Gardović? Stava partecipando al matrimonio del figlio quando un gruppo di musulmani aprì il fuoco sul corteo nuziale, uccidendolo.





Era la mano destra di Alija Izetbegovic, intellettuale Musulmano Bosniaco. Però spiega in modo dettagliato come Milosevic non voleva la guerra e che aveva proposto un accordo pacifico con i Musulmani Bosniaci. Alija Izetbegovic prima accettò, poi prima di firmare l'accordo cambiò idea senza mai dire a nessuno il perchè. Da li iniziò la tragedia bosniaca....

ALIJA IZETBEGOVIC ANNULLA L'ACCORDO CON MILOSEVIC



ENNIO REMONDINO, UN GIORNALISTA LIBERO

  In Kosovo statua all’americano dell’inganno di Racak