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Tuesday, September 15, 2026

IL PARERE DI VESNA SERBAN

 “Per giorni mi sono astenuta dal commentare perché ho amici bosniaci e croati a cui voglio bene, ma devo ammettere che oggi qualcosa dentro di me si è spezzato... Sapete cosa mi fa più male?

L'INGIUSTIZIA.
E l'umiliazione.
Non si tratta più solo di una discussione su Ratko Mladić. È qualcosa di molto più profondo.
Per giorni ho letto migliaia e migliaia di commenti in cui ogni serbo viene definito un "genocida".
"Vi stavate uccidendo da soli."
"Siete tutti uguali."
"Avreste dovuto essere uccisi."
E tutto questo perché i serbi sono scesi in piazza per dare l'ultimo saluto al loro generale.
Perché l'uomo è stato sepolto a Belgrado.
Perché la sua famiglia ha celebrato un funerale.
Perché migliaia di persone sono venute a rendergli omaggio.
E allora cosa avremmo dovuto fare?!
Avremmo dovuto rinunciare a un uomo morto per essere accettabili a coloro che ci insultano da anni?
Avremmo dovuto gettare il suo corpo nella spazzatura?
Dovremmo forse privare la sua famiglia del diritto a una degna sepoltura?
Dovremmo forse restare a guardare e chiedere scusa per essere Serbi?
Beh, non lo faremo.
Potete pensare quello che volete di Ratko Mladić. È stato condannato. Il tribunale ha affermato che la condanna era priva di prove (ma guarda un po’) ...
Ma io ho il diritto di dire che per molti serbi era un generale che ha combattuto in guerra per il popolo serbo e per la Republika Srpska.
E ho il diritto di capire perché la gente è venuta a salutarlo.
Nessuno può togliermi questo diritto.
E ciò che mi umilia di più è quando qualcuno, solo perché sono serbo, mi chiama "genocida".
Io?!
Cosa ho fatto a chi?
Cosa hanno fatto i serbi nati dopo la guerra?
Cosa ha fatto la nostra gente che ha trascorso tutta la vita lavorando, crescendo figli e cercando di sopravvivere a tutto ciò che questo mondo ci ha imposto con la forza?
Perché mi viene chiesto di portare il peso della colpa di qualcun altro?
Perché devo giustificare il fatto di essere nata Serba?
Perché la mia nazionalità viene usata come prova della mia colpevolezza?
Chi vi ha dato il diritto di farlo?
E poi vedo appelli al boicottaggio dei prodotti serbi.
Perché?
Perché qualcuno è Serbo?
Perché qualcosa è "serbo"?
Siamo davvero arrivati ​​al punto di punire le persone in base al loro sangue, al loro nome e al loro cognome?
Abbiamo imparato qualcosa?
Non odierò i bosniaci perché sono bosniaci!
Non odierò i croati perché sono croati!
Ma non permetterò nemmeno che mi odiate perché sono Serba.
E non parlatemi di affrontare il passato se volete che lo ricordiamo solo quando fa comodo alla vostra versione dei fatti.
Non potete chiedere a un Serbo di riconoscere Srebrenica e allo stesso tempo rinnegare Jasenovac.
Non potete chiederci di rispettare le vittime bosniache e definire le vittime serbe di Podrinje fittizie, meritate o irrilevanti. Non si può.
Srebrenica non si nega.
Ma neanche Jasenovac non si nega.
Podrinje non si nega.
La vittima di qualcun altro non cancella la mia.
La mia vittima non cancella la tua.
Ma ciò che mi fa arrabbiare è che ai Serbi venga costantemente chiesto di dimostrare di essere umani.
Di condannare.
Di chiedere scusa.
Di spiegare.
Di dimostrare di non essere "genocidi".
Di prendere le distanze da ogni persona che abbia mai indossato un'uniforme serba.
E quando diciamo: "Aspettate, anche noi abbiamo i nostri morti e non abbiamo MAI occupato nessuno, ci siamo solo e soltanto difesi", improvvisamente diventiamo nazionalisti.
Quando diciamo: "Anche le vittime Serbe soffrono", improvvisamente neghiamo qualcosa.
Quando diciamo: "Non si possono definire tutti i serbi criminali", improvvisamente difendiamo un crimine.
E molto altro ancora!
Basta con le umiliazioni.
Basta con la colpa collettiva.
Basta aspettarsi che un popolo stia sempre a testa bassa.
Non voglio chinare la testa.
Posso condannare un crimine.
Posso piangere le vittime altrui.
Posso rispettare il dolore altrui.
Ma posso anche amare il mio popolo.
Posso ricordare i miei morti.
Posso difendere la dignità del mio popolo.
E non mi scuserò per questo.
Un criminale ha un nome e un cognome. Un popolo non ha una colpa collettiva.
Ratko Mladić non è ogni serbo.
Naser Orić non è ogni bosgnacco.
Dario Kordić non è ogni croato.
Scommetto che adesso vi state chiedendo m:” Ma chi sono Orlić e Kordić ?!?! “
Ed ecco che si tratta proprio di quello - loro non sapete chi sono ma Mladić invece si eccome e conoscete tutti i suoi crimini che vi hanno raccontato da anni !!! Ma come mai non avete mai sentito degli altri due che sono uguali identici e forse con più morti anche ?!?!! Chiedetevi un po’ questo!
E questa dovrebbe essere probabilmente la cosa più elementare che abbiamo imparato dopo tutto quello che abbiamo passato.
Quindi non chiedetemi di vergognarmi perché sono Serba.
Non lo farò.
Non chiedetemi di dimenticare i miei morti.
Non lo farò.
Non ditemi che non ho il diritto di salutare un uomo che il mio popolo considerava il suo Generale. Ho il diritto di farlo, abbiamo il diritto di farlo!
E finché continuerete a dirmi che sono un "genocida" solo perché sono Serba, vi farò la stessa domanda:
Dov'è la vostra giustizia????
Perché non chiedo più il permesso a nessuno per essere chi sono.
Sono Serba.
E ricordo anche.
E non me ne vergogno. Ed è un peccato che dopo 30 anni dalla guerra ci sia ancora tanto odio... Vergogna...
Nel corso dei secoli, la Serbia si è affermata come terra di resistenza e di onore: un baluardo incrollabile che ha versato il proprio sangue per difendere la propria identità e le radici cristiane dell'Europa contro cinque secoli di dominazione ottomana. Nel 2026, è giunto il momento che i media occidentali smettano di imporre la propria morale (mooolto discutibile) a un popolo che ha sempre camminato a testa alta. Per la Serbia, Ratko Mladić rimane un figlio di questa terra, un eroico difensore che si è levato a tutela della propria gente e non solo, durante le tempeste che hanno sconvolto i Balcani. Al di là di diktat o sussurri stranieri, solo il cuore del popolo serbo ha la legittimità di giudicare i propri eroi, e il suo nome risuonerà per sempre nella memoria della patria 🇷🇸🇷🇸🇷🇸
Accanto al “macellaio” devono scrivere anche
- che Izedbegovic (all’epoca presidente della Bosnia) ha venduto in proprio popolo leccando il c. americano e facendo uccidere migliaia di mussulmani proprio a Srebrenica per poi dare la colpa agli altri! Importando l’isis (all’epoca non si chiamava così ma sono gli stessi) in Bosnia che uccidevano tutto, ma proprio TUTTO che si muove a commando!!!
- Che Mladic ha fatto accompagnare in salvo tantissime persone non serbe (ci sono filmati, testimonianze ecc) in salvo intimandoli che smettono a sparare sul popolo serbo e smettono di fare i servi all’occidente che prima o poi li tradirà (come al solito)…
- Devono scrivere in maiuscolo che nella Guerra tutti hanno sparato e ucciso ma i cattivi, guarda caso, sono solo e soltanto i Serbi e gli altri sono angioletti (ovvio se sono servi loro e se non facevano così gli stessi parlavano davanti al mondo e facevano scoprire tutti i trammacci che poi alla fine sono usciti fuori comunque). E allora se sono così innocenti e solo i Serbi gli unici cattivi - come mai questa guerra è durata anni ?!?!
- Che gli ameriCani (C maiuscola apposita) assieme ai EU hanno programmato ed organizzato quella guerra perché la Jugoslavia grande, indipendente e forte alle porte dell’Europa non gli conveniva ai loro sporchi giochi - di allora e all’agenda del futuro!!
- E infine devono scrivere che il Vaticano stesso non ha mai perdonato la Serbia perché nel 1439 rifiutò al Concilio di Firenze e dell'Unione von lo stesso Vaticano. Il grande rifiuto del sovrano Serbo Đurađ Branković (Gaspare Branković), d'accordo con il clero e i teologi serbi, rifiutò categoricamente di inviare delegati al Concilio e di firmare l'unione con Roma. Questo rimarrà come il momento di più drastico e storico "NO" al Vaticano !!! Non è mai stato perdonato ai Serbi
Poi parliamone un po’ di quelli che lo giudicano il popolo Serbo:
Ricordiamo allora solo una piccola parte dei monumenti ai criminali nell'Unione Europea, come ad esempio quello al re Leopoldo II a Bruxelles (da dove ci inviano questa critica), responsabile degli omicidi di circa 15 milioni di congolesi e dell'introduzione del sistema di amputazione degli arti per il mancato raggiungimento delle quote nella raccolta del caucciù. In soli 25 anni di questi "non crimini", il Congo ha perso metà della sua popolazione.Oppure il monumento a Jan Pieterszoon Coen nei Paesi Bassi, un altro "non criminale" che ha compiuto massacri in Indonesia per garantire il monopolio olandese sulle spezie.
O il monumento a Cristoforo Colombo in Spagna, un altro genocida che ha dato inizio alla tratta transatlantica degli schiavi e ha inviato indigeni come schiavi in Spagna. Sotto il suo dominio, il popolo Taíno ha commesso suicidi collettivi di massa: tra la morte e la vita sotto il suo governo, sceglievano la morte. A causa di omicidi di massa, malattie, stupri, amputazioni, lavoro forzato, eccetera, in soli cinquant'anni sono passati da quasi un milione di abitanti a 500 individui, per poi scomparire.
Oppure il monumento a Karl Lueger in Austria, che ha sostenuto il colonialismo sugli slavi nei Balcani e la cui retorica ha ispirato l'allora giovane Hitler. O in Portogallo i monumenti al re Giovanni I, ad Alfonso VI, eccetera. E poi in Italia al re Vittorio Emanuele e a Rodolfo Graziani... In Francia a Jean-Baptiste Colbert e Joseph Gallieni... In Germania a Hermann von Wissmann, in Danimarca al re Cristiano IV o in Gran Bretagna i numerosi monumentos ai colonialisti, da Cecil Rhodes a Winston Churchill.
Un tribunale che ha lasciato liberi Orić, Kordić e Gotovina non è credibile. Anche Gesù fu condannato da un tribunale, dipende sempre chi ti giudica.
Toglietevi di dosso una buona volta!
Fattevi due conti, studiate la storia e guardate un po’ indietro chi si è fatto impallare per secoli per difendere voi e poi giudicate, sempre se credete che potete essere degni di esprimerne giudizio !!!”



SPOMENICI



 
I MONUMENTI JUGOSLAVI COME MESSAGGERI DI PACE E FRATELLANZA

Ne discutono:
ANDREA GHEZZI (moderatore)
segretario regionale del PCUP Emilia-Romagna
ROSA D’AMICO
storica dell’arte, vicepresidente di JUGOCOORD
GIANMARCO PISA
responsabile Esteri del PCUP e Autore del libro:
“PIÙ ETERNO DEL BRONZO. Educazione alla cultura semantica del monumento” (ed. Multimage 2026) sugli spomenici del Kosovo
ROSANNA RIZZI
Architetto, esperta degli Ossari Monumentali jugoslavi in Italia,
curatrice della pagina FB “Spomen Kosturnica Barletta”
ANDREA MARTOCCHIA
segretario nazionale di JUGOCOORD
dalla collaborazione tra:
PCUP e JUGOCOORD
PER INFO: pcupemiliaromagna@gmail.com


Sunday, August 2, 2026

IL PENSIERO DI JOVAN DIVJAK.







 IL PENSIERO DI JOVAN DIVJAK.

È scomparso recentemente il generale bosniaco Jovan Divjak, che era stato ospite a Trieste in una conferenza pubblica a Trieste nel maggio 2018. Di etnia serba, era ufficiale dell’Armata jugoslava al momento della dichiarazione di indipendenza della Repubblica di Bosnia-Erzegovina, e fu dall’8/4/92, il 2° Comandante della Difesa Militare di Bosnia durante l’assedio di Sarajevo. Presentato come il “difensore di Sarajevo” ed il “generale dei bambini”, è stato però anche accusato di crimini di guerra dai Serbi di Bosnia, come responsabile del massacro di una colonna dell’esercito jugoslavo (composta da ufficiali e soldati montenegrini) che si stava ritirando da Sarajevo.
Nonostante Divjak si sia sempre definito “orgogliosamente jugoslavo”, non possiamo fare a meno di esprimere dei dubbi su questo suo sentimento, anche in base a ciò che lo abbiamo sentito dire. Egli stesso si è schierato, in armi, per il distacco della Bosnia-Erzegovina dallo Stato cui apparteneva: non possiamo accettare la sua definizione del conflitto, che non sarebbe stata “una guerra etnica ma l’attacco ad uno stato membro delle Nazioni Unite”. Era la Jugoslavia ad essere membro dell’ONU, non le varie repubbliche che decisero di rendersi indipendenti scegliendo uno status su base etnica, fregandosene se nei propri confini erano presenti anche altre etnie. Del resto noi non siamo del parere che l’appartenenza religiosa possa essere considerata un’etnia; riteniamo invece corretta la definizione, contestata da Divjak, di “serbi e croati convertiti” all’Islam per definire l’“etnia” islamica e sbagliò a suo tempo il governo jugoslavo a riconoscere a chi si dichiarava islamico di costituirsi come etnia, fatto che portò alla guerra di religione che si scatenò in Bosnia.
La Bosnia-Erzegovina pretese l’indipendenza in base al fatto che i “bosgnacchi” (cioè gli abitanti di religione islamica) sarebbero stati in maggioranza, senza considerare che nel territorio vivevano anche serbi (ortodossi) e croati (cattolici), in maggioranza rispetto a loro; fu questo a scatenare la guerra che diede il via ad uno sterminio indiscriminato di tutti contro tutti: i serbi massacrarono croati ed islamici, i croati serbi ed islamici, gli islamici croati e serbi. Avere avallato, come comandante militare, la secessione armata, non è stato, a parere nostro, un atto di fratellanza né di civiltà: fosse stato “orgogliosamente jugoslavo”, Divjak non avrebbe accettato la politica dei dirigenti islamici del suo paese andando contro il governo centrale di Belgrado. Per questo motivo non ci sentiamo di unirci al quasi unanime coro che in questi giorni lo ha ricordato come difensore dei deboli ed internazionalista convinto.
A ciò aggiungiamo le posizioni allora espresse di politica internazionale. Ha accusato la Russia di occupare la Crimea nell’indifferenza dell’Unione Europea, mentre invece è stata la Crimea, con referendum, a scegliere l’annessione alla Russia: per coerenza con il suo passato secessionista, avrebbe dovuto riconoscere il diritto all’autodeterminazione della gente di Crimea; né possiamo essere d’accordo con lui sulla necessità che la Bosnia Erzegovina entri nella Nato. Infine ci è sembrata un’opinione piuttosto discutibile asserire che il fanatismo islamico si sarebbe sviluppato in Bosnia solo dopo che in Europa fu creata animosità nei confronti dell’Islam

La Nuova Alabarda ELCDD 16 aprile 2021



BASTA CON LE STRUMENTALIZZAZIONI DEL 25 APRILE!
 
In un contesto già sufficientemente confuso e disorientato, nel quale il significato specifico della Festa della Liberazione come anniversario della vittoria sul nazifascismo viene sempre più spesso eluso – tra eventi gastronomici, bande che suonano inni che non c'entrano nulla, sincretismi incomprensibili con movimenti animalisti o new age –, in Emilia-Romagna si registrano sgradevoli strumentalizzazioni della ricorrenza.
Già in passato avevamo notato come le celebrazioni della strage di Marzabotto fossero talvolta segnate da riferimenti fuorvianti ai fatti di Srebrenica (1). Stavolta, per il 25 Aprile, a Marzabotto (Monte Sole) tra gli invitati d'onore figura Jovan Divjak, descritto come "il generale che difese la città di Sarajevo durante l'assedio". Addirittura, si annuncia un suo "tour partigiano" in diverse località italiane nei giorni tra il 23 e il 30 aprile 2019.
Ma chi è veramente Jovan Divjak? 
Già a capo della Difesa Territoriale in Bosnia-Erzegovina, nei mesi a cavallo delle "dichiarazioni di indipendenza" con cui ha inizio la tragedia del suo paese (1991-1992) viene scoperto e giudicato dalla Corte Marziale dell'esercito jugoslavo per illegittimi rifornimenti di armi. Gli vengono inflitti 9 mesi di carcere cui si sottrae passando al nemico, cioè alle milizie nazionaliste bosgnacche di Alija Izetbegović. Da capo militare della zona di operazioni di Sarajevo è da considerare perlomeno corresponsabile della efferata strage della via Dobrovoljacka (3 maggio 1992), quando i suoi attaccano alle spalle le giovanissime reclute dell'Armata Jugoslava, che si ritirano pacificamente verso la Serbia in base agli accordi, causando 42 morti, 73 feriti, 215 prigionieri: è la prima grande strage di Sarajevo, mai ricordata da nessuno in Italia.




LE PERLE DI GIACOMO SCOTTI

 




Giornalista itinerante nei Balcani da settant’anni, ha dedicato la sua vita anche e soprattutto alla letteratura. Poeta, narratore, favolista, saggista e storico, ha pubblicato più di 180 opere in italiano e croato-serbo, alcune tradotte in una ventina di lingue. Con antologie e traduzioni di singoli poeti e romanzieri ha contribuito alla divulgazione della letteratura italiana nell’ex Jugoslavia e di quella dei popoli balcanici in Italia. Per la sua opera gli sono stati assegnati diversi premi e l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana.


Giornalista, scrittore, poeta, l'intellettuale di frontiera con doppia cittadinanza italo-croata, Giacomo Scotti vive sotto minaccia di morte. Il giornale on-line dell'estrema destra neoustascia croata, Hrvatski List, ha pubblicato a fine dicembre un articolo del periodico zagabrese Hrvatsko Slavo in cui si accusa Giacomo Scotti, insieme ad altri – tra cui l'ex capo di Stato Stipe Mesic e l'attuale presidente Ivo Josipovic – di essere filo comunista e nemico dei croati. «Finalmente - scrive l'autore del testo di minacce, Josko Celan - gli ultimi generali croati accusati di crimini nella Krajina sono stati liberati e sono tornati a casa. Ora devono pagare coloro i quali li hanno accusati, è giunta l'ora di punire i nemici della Croazia».

Il giornalista e scrittore Giacomo Scotti minacciato di morte  


Giacomo Scotti è uno scrittore italiano che dal 1947 vive tra Trieste, l’Istria e Fiume. Eppure adesso ha paura ad uscire di casa, perché c’è chi in Croazia lo vuole morto. «Già a Zagabria o a Spalato non posso mettere piede – ci racconta – perché, se mi riconoscono, mi fanno fuori». Infatti, tra i nemici dei neo-ustascia, estrema destra croata, prima di Stipe Mesić, l’ex capo dello Stato, e di Ivo Josipoić, attuale presidente, tutti definiti “filocomunisti”, viene Giacomo Scotti, che adesso ha 85 anni e alle spalle più di cento pubblicazioni, tra narrativa, saggistica e poesia.

I croati vogliono togliere dalla costituzione croata il principio dell'antifascismo.  


Magistrale pezzo di Giacomo Scotti nella "Voce del popolo" di oggi. E dopo le amebe vennero i Croati... 

Potrei firmare anche virgole e punti del testo pubblicato da Gian Antonio Stella sul “Corsera” di Milano e riportato integralmente da “La Voce del Popolo” l’indomani (23 aprile), ma poiché sull’argomento dell’appropriazione indebita di grandi personaggi della letteratura, della cultura e della storia italiana ho scritto a più riprese, arrabbiandomi forte, negli ultimi cinquant’anni, proverò a fare una cernita e una sintesi su questo brutto vezzo degli storici e politici croati – e fossero soltanto loro! – che non hanno risparmiato nessuno dei tanti grandi italiani “colpevoli” di essere nati o semplicemente di essere passati nelle e per le terre della Dalmazia, del Quarnero e dell’Istria oggi incluse nella Croazia. Per questi signori quegli italiani, per lo più sudditi della Serenissima repubblica di Venezia, furono e restano croati.
Negli ultimi venti anni si è giunti a croatizzare il veneziano e italiano Marco Polo. Già Franjo Tuđman lo fece, ora c’è caduto Stjepan Mesić, anche lui per un viaggio in Cina. Nel periodo immediatamente successivo alla secessione della Croazia dalla Jugoslavia ed alla conquista dell’indipendenza, all’inizio degli anni Novanta del secolo appena tramontato, nel contesto di un nazionalismo esasperato dalla guerra e dai rancori prolungatisi nel dopoguerra, Tuđman e i suoi se la presero anche con l’Italia e si appropriarono di numerosi scrittori, architetti, scultori ed altri artisti italo-veneti, dichiarandoli croati.
Il filosofo chersino Francesco Patrizi divenne Franjo e Frane Petrić ed ancora oggi, nei convegni annuali a lui dedicati a Cherso, è sempre e soltanto croato, viene chiamato sempre come lui non si firmò mai. Gli studiosi croati della sua opera sono però costretti a tradurre i suoi libri dal latino e dall’italiano. Poi si è arrivati al celeberrimo Marco Polo. Recandosi in Cina, il “Supremo” si vantò davanti al Congresso del Popolo di aver seguito le orme del suo “connazionale”, ordinando ai suoi di scriverne il nome con la kappa: Marko. Cominciò da allora a correre sulla linea ferroviaria Zagabria-Venezia il treno Marko Polo (e l’Italia non protestò) e prese a navigare, come tuttora naviga, la nave passeggeri Marko Polo con la kappa. Dunque, a dire di Tuđman e di altri “storici” croati il veneziano sarebbe nato a Curzola (dove una leggenda parla di una “casa di Marco Polo”) e sarebbe stato di nazionalità croata. Oddìo, c’è pure qualche altro che lo vuole nato a Sebenico, ma lasciamo stare. Certo, in Dalmazia, ancora oggi, gente col cognome Polo, De Poli e simili ce n’è tanta, ma è pur vero che Venezia fu la signora della Dalmazia e di gran parte dell’Istria per quattrocento anni e ci furono giudici, capitani, podestà, rettori e conti veneziani mandati sull’Adriatico orientale che si chiamavano Polo e lasciarono in queste terre qualche rampollo, come l’hanno lasciato i Tiepolo (vedi a Pago i Chiepolo) i Cambi a Spalato, i Fiamengo a Lissa eccetera, eccetera.
Come se non bastasse, Tuđman volle mettere le mani anche su Ruggero Giuseppe Boscovich, raguseo, figlio di padre erzegovese e di madre oriunda bergamasca – Bettera – lo scienziato gesuita vissuto in Italia fin dai tredici anni di età. Scrisse le sue opere soltanto in italiano e in francese, personalmente polemizzò con chi voleva cambiargli nome e cognome, ma ciononostante Tuđman voleva che il monumento dello scienziato a Milano lo indicasse con nome e cognome scritti con la grafia croata: Rudjer Bošković. Il governo italiano quella volta disse di no e la visita ufficiale del “Vrhovnik” in Italia sfumò. Mise piede in Italia soltanto per visitare a Roma la mostra dell’arte rinascimentale croata, quasi esclusivamente dalmata e quasi esclusivamente fatta di opere di scultori e architetti italiani del Rinascimento. Purtroppo ad ospitare quella mostra fu la Città del Vaticano e Tuđman mise piede in Italia soltanto per andare in quel minuscolo anche se potentissimo Stato.
In alcune guide della Croazia e in tutti i libri di testo in materia di commercio nelle scuole superiori croate si legge che l’inventore della “partita doppia” fu un croato, e si fa il nome di Benko Kotruljić alias Kotruljević, raguseo. Ebbene quell’uomo era Benedetto Cotrugli, figlio di un mercante pugliese stabilitosi a Ragusa, autore – Benedetto non suo padre – del famoso libro “Della mercatura e del mercante perfetto” pubblicato a Venezia nella prima metà del XV secolo. Oltretutto, il Cotrugli visse per lo più in Italia e si spense a Napoli.
Uno “storico” di musica zagabrese con il quale polemizzai negli anni Settanta, scrisse – e nella storia della musica croata si ripete quanto lui scrisse allora sul “Borba” – che il compositore istriano del XV secolo Andrea da Montona il Vecchio, tra l’altro inventore della stampa delle note musicali, era croato. Perciò gli cambiò i connotati chiamandolo Andrija Motuvljanin-Starić. Anche il montonese, tanto per cambiare, visse fin da ragazzo a Venezia e scrisse unicamente in italiano i versi dei suoi pezzi musicali. Quando il papa Giovanni Paolo II arrivò a Fiume (e molti giornalisti italiani scrissero Rijeka, alla radiotelevisione pronunciato “rigieca”), la Curia zagabrese inviò a tutti i giornali (compresa “La Voce del Popolo”) un inserto a pagamento di una decina di pagine sui “santi croati”. Ne trovai alcuni – per lo più “beati” – vittime delle persecuzioni anticristiane degli imperatori romani: santi polesani, istriani. Non mi risulta che all’epoca romana ci fossero croati e slavi in genere in Istria e Dalmazia.
A Fiume, un modesto autore di saggi su argomenti più disparati relativi alla cultura, all’arte, alla museologia, alla storia e agli eventi politici del capoluogo del Quarnero, per dimostrare che tutto qui fu in passato e resta oggi croato, se la prese con alcuni nostri scrittori, facendo i nomi di Ezio Mestrovich e Nirvana Ferletta, scrivendoli alla croata: Meštrović e Frleta- Volle “dimostrare” che i “cosiddetti” italiani fiumani, e non solo loro, erano dei croati voltagabbana, quasi quasi dei traditori. Che ne direbbe se io gli mettessi sotto gli occhi e il naso cognomi italiani di personaggi croatissimi come il leader del Partito nazionale croato della seconda metà dell’Ottocento, Juraj Bianchini, oppure il grande poeta croato dello scorso secolo, Gvido Tartaglia, il grande attore zagabrese del Novecento, Tito Strozzi, o l’attuale ambasciatore croato in Argentina Castelli, il notissimo studioso d’arte in Dalmazia, Nenad Cambi, il poeta Jakša Fiamengo, il compositore Mario Nardelli, l’architetto Bernardo Bernardi, il capo dell’Istituto di Epidemiologia della Croazia, dott. prof. Dinko Rafanelli, il cantante del gruppo “Trubaduri”, Luciano Capurso, il presidente del Sindacato dei marittimi della Croazia, Predrag Brazzoduro, la giornalista Sanja Corazza, il pittore Josip Botteri Dini, il giornalista e leader degli studenti croati, Vojislav Mazzocco? Potrei continuare fino a domani.
Ho scritto altre volte e lo ripeto qui: la Croazia ha grandi croati, uomini e donne, di cui vantarsi, che meritano di essere celebrati in tutti i campi, compresa l’arte e la letteratura; non ha perciò bisogno di rubarli ad altri popoli. Temo però che i ciechi nazionalisti non cesseranno mai di rubacchiare per ornarsi delle penne altrui.

Giacomo Scotti







LUPI NELLA NEBBIA

 







L'ONU ostaggio di mafie e USA

Lupi nella nebbia. Kosovo: l'Onu ostaggio di mafie e Usa

Da una favola chiamata Piotr: "Lupi nella nebbia"  



LA CACCIA

 







Tre testimoni sono stati uccisi nonostante fossero sotto il programma di protezione.
Gli americani hanno finanziato il tribunale e non possono essere processati. Milosevic porta le prove di un bombardamento NATO a un convoglio di civili in cui morirono 150 civili, ma non c'è nessun indagato per questo crimine e come questo crimine ce ne sono stati altre decine.
Il tribunale è controllato da un organismo politico e questa è un 'anomalia. Finchè sarà il Consiglio di sicurezza a decidere, sarà la politica ad autorizzare o no certi procedimenti


In un incontro con Carla Del Ponte le vengono chieste diverse cose dal pubblico.
Intorno all'11° minuto si parla della protezione dei testimoni e la Del Ponte ammette che 3 testimoni sono stati uccisi mentre erano sotto il programma di protezione. Al 22° minuto si dice che il processo del teste che ha fatto fuori tutti i testimoni è da rifare.
L'anomalia del tribunale è che è stato istituito dagli americani che hanno tirato fuori i soldi (min 23.22)
Al 59° minuto si racconta di un pilota NATO che ha detto alla base di Aviano che il treno che doveva colpire era di civili e Aviano risponde: "Bombarda lo stesso". Morirono 150 civili e nessuno ha mai pagato per quella strage; così è avvenuto per altri 13 episodi NATO in cui nessuno è stato processato.
A un'ora e 01 uno spettatore chiede se non c'è il rischio che i grandi finanziatori di questo tribunale la passino sempre liscia ? La risposta della Del Ponte è SI, certamente c'è questo rischio.
A un'ora e 04 si dice che il Consiglio di sicurezza è una istituzione politica e le sue decisioni sono politiche. 












Moriva esattamente l’11 marzo 2006, nel carcere dell'Aia, Slobodan Milosevic. Nel gennaio del 2006, pochi mesi prima vi era stato uno scandalo, quando nelle analisi del sangue era stato rilevato l'antibiotico Rifampicin, farmaco che neutralizzava l'effetto dei medicinali che Milosevic utilizzava per la cardiopatia di cui soffriva.

Della presenza di tale farmaco nel suo sangue Milošević si era lamentato in una lettera inviata al ministro degli esteri russo, inoltre aveva chiesto di essere ricoverato presso una clinica specializzata a Mosca.

Tutto ciò ovviamente gli è stato negato.

Inoltre Milosevic, poco prima della sua morte aveva espresso timori che lo stessero avvelenando.

Bastano queste poche righe per comprendere che la sua morte non è stata un incidente.
Era l'unico modo per "vincere" contro un uomo che non potevano piegare alla loro brama espansionistica, ma era anche un modo per tappargli la bocca, visto che aveva osato umiliare l'intero tribunale penale internazionale che ha dovuto far cadere tutte le accuse anni dopo la sua morte per mancanza di prove.

Nonostante tutto, contro tutti e contro ogni avversità, ha vinto!

Il Punto di Giulietto Chiesa: il Tribunale dell’Aja scagiona Milosevic.  

BOSNIA: Condannati all’Aja i vertici della "Grande Croazia". E Franjo Tudjman 








In difesa della Jugoslavia







 "In difesa della Jugoslavia. Il J'accuse di Slobodan Milosevic di fronte al tribunale «ad hoc» dell'Aia" raccoglie gli interventi e le memorie difensive con cui l'ex presidente jugoslavo Slobodan Milošević ha respinto le accuse del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia (ICTY) a L'Aja, trasformando il processo in un atto d'accusa politico contro la Nato e le potenze occidentali.

Il Contesto del Processo
  • L'accusa formale: Il tribunale dell'Aja ha incriminato Milošević per crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio in relazione ai conflitti in Kosovo, Croazia e Bosnia-Erzegovina.
  • La scelta della difesa: Milošević ha scelto di difendersi da solo, rifiutando di riconoscere la legittimità del tribunale, che considerava uno strumento politico illegale creato dalla NATO.
  • La tesi difensiva: L'ex leader ha sostenuto la legittimità della difesa della sovranità jugoslava contro il separatismo armato e l'aggressione militare occidentale.
I Temi Chiave del "J'accuse"
  • L'illegittimità del Tribunale: Milošević ha contestato la giurisdizione dell'ICTY, definendolo un tribunale d'eccezione non ratificato dall'Assemblea Generale dell'ONU secondo i giusti canoni del diritto internazionale.
  • Le responsabilità della dissoluzione: Ha attribuito la crisi balcanica e lo smembramento della Jugoslavia alle pressioni e alle interferenze economiche e militari di Germania, Stati Uniti e della NATO.
  • Il ruolo in Kosovo e Bosnia: Ha respinto ogni accusa di pulizia etnica, sostenendo che le forze jugoslave stavano lottando contro il terrorismo dell'Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK) e difendendo la popolazione civile e serba.
L'Epilogo
  • Morte durante il processo: Il dibattimento non è mai arrivato a una sentenza definitiva a causa della morte di Milošević, avvenuta l'11 marzo 2006 nel centro di detenzione dell'Aja per un infarto miocardico. [1]
  • Valore storico: Gli scritti e i discorsi di quel periodo raccolti sotto questo titolo rappresentano il testamento politico del leader serbo, incentrato sul rifiuto della versione occidentale sulle guerre balcaniche.

  • In difesa della Jugoslavia. La tragica vicenda di Slobodan Milošević da capro espiatorio ad accusatore per la distruzione del suo paese (uscito in una nuova edizione ampliata il 28 settembre 2021 da Zambon Editore) costa 22,00 € ed è la riedizione riveduta e accresciuta della prima pubblicazione del 2005 (Il J'accuse di Slobodan Milošević di fronte al tribunale «ad hoc» dell'Aia). Il libro ha 536 pagine (contro le 236 dell'edizione originale)
  • In difesa della Jugoslavia. Seconda edizione