Saturday, September 19, 2026

Chi la fa.. l'aspetti

 Vedo che questo sito che banna tutti quelli che non la pensano come lui, ha comunque persone oneste che non tacciono

I nodi.. cari signori.. vengono sempre al pettine 

A noi ci hanno bannato dall'ip.. peccato che abitiamo sopra una biblioteca pubblica







Wednesday, September 16, 2026

IL PARERE DI LIVIO SENIGALLIESI





 KOSOVO - LA CONDANNA DI THACI E DEI CAPI DI UCK COLPEVOLI DI CRIMINI DI GUERRA E TRAFFICO DI ORGANI DI PRIGIONIERI SERBI E ROM, CHIUDE UN LUNGO CAPITOLO DELLA STORIA DELLE GUERRE BALCANICHE.

Finora, come al solito la narrazione era stata di parte ed ora è venuto il momento di fare il punto.
Molti mi hanno scritto in queste ore chiedendomi di riassumere la storia del conflitto del 1998-1999 perchè erano troppo giovani e non sono informati. Specialmente i miei studenti che si sono appassionati alla Storia Contemporanea dopo aver letto il mio libro e ascoltato le lezioni tenute in varie scuole superiori sui temi dell'attualità.
Ecco per tutti loro un riassunto breve ma succoso dei fatti che hanno portato all'indipendenza del Kosovo e alla condanna dei capi della guerriglia albanese che hanno preso il potere grazie al supporto della NATO.
La questione è complessa....nella ricostruzione oggettiva bisogna riconoscere tre fasi: nel febbraio del 1998 arrivai a Pristina ed ebbi modo di documentare l'inizio dello scontro tra gruppi di guerriglieri dell'Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK), basato nell'area di Drenica, e reparti dell'Esercito della Federazione Jugoslava. In quel momento e fino all'agosto del 1998, l'UCK era nella lista nera degli USA, un gruppo terroristico al pari di Hamas o di Daesh. Sul campo era chiaramente evidente la supremazia dell'esercito jugoslavo ed avvenivano numerosi massacri di civili nei villaggi albanesi. A Pristina la repressione poliziesca era durissima ma la questione non aveva ancora raggiunto i grandi network. Sembrava la coda di un conflitto inter etnico tipicamente balcanico.
Nel giugno del 1998 avvenne un colpo di scena che ribaltò completamente la situazione. Nel villaggio di Junik avvenne un incontro segreto tra il diplomatico USA Richard Holbrooke e i leader dell'UCK capitanati da Thaci. Alla fine dell'incontro Holbrooke dichiarò che gli USA sposavano la causa dell'UCK e che avrebbero sostenuto con ogni mezzo l'indipendenza dei kosovari di etnia albanese contro Milosevic. A quel punto la guerra s'inasprì. JNA iniziò a a compiere ampi rastrellamenti e massacri di guerriglieri e di civili. Migliaia di civili kosovari si rifugiarono sulle montagne (tutto documentato). Aiuti in armi e intelligence furono costantemente garantiti da USA, Germania e dalla potente diaspora kosovara che viveva in Svizzera. Militarmente JNA era superiore ma aumentò la resistenza e gli scontri selvaggi. Nei primi giorni di gennaio del 1999 la repressione da parte di JNA divenne sempre più dura fino a giungere a degli ultimatum da parte degli USA e della NATO che dissero ufficialmente che non avrebbero sopportato altre stragi di civili. E così si arrivò al casus belli, l'incidente voluto da UCK e USA per determinare l'intervento NATO (senza l'egida dell'ONU). Il 15 gennaio 1999, nel villaggio di Raçak, vicino a Pristina avvenne apparentemente un massacro di civili albanesi. Alla mattina presto del giorno dopo, in modo del tutto inusuale, il capo della Missione OSCE convocò tutti i giornalisti stranieri a Raçak per mostrare gli effetti della strage. Quando vidi i cadaveri mi resi conto che le vittime erano morte da tempo, i vestiti non erano forati da pallottole, sembrava una messa in scena, alcuni sembravano estratti da una tomba.
Il carrozzone mediatico riportò tutto senza fare domande e lanciò la notizia in tutto il mondo. La trappola era scattata. Io non scattai una foto e me ne andai disgustato. Il giorno dopo la notizia stava nelle headlines di tutti i media e il Presidente Clinton dichiarò l'intevento della NATO per reprimere le violenze perpetrate dall'Esercito di Milosevic sulla popolazione del Kosovo. Non furono ammesse autopsie sui corpi che avrebbero potuto comprovare i miei dubbi.
Il 24 marzo alle ore 20 iniziarono 78 giorni di bombardamenti della NATO su Serbia e Kosovo e poi arrivò l'invasione di terra. La Serbia di Milosevic era sconfitta ma se esaminano con attenzione le clausole degli Accordi di Kumanovo, si evince che le forze NATO avrebbero dovuto pacificare la regione assicurando il ritorno dei profughi albanesi fuggiti in Macedonia e Albania a causa della pulizia etnica.
In realtà a Kumanovo era stato deciso che i confini del Kosovo sarebbero rimasti sotto il controllo della Serbia garantendo una protezione dei famosi luoghi di culto serbo-ortodossi di Pec e Decani. Nei mesi successivi si scatenò la vendetta dell'UCK contro i civili serbi rimasti nella varie enclave. Oltre 100 monasteri ortodossi furono distrutti sotto gli occhi delle truppe della NATO.
Più di 200mila serbi se ne andarono per sempre a nord, in Serbia verso Nis e Belgrado. Milosevic era sconfitto e a breve sarebbe stato destituito e processato.
Il 17 febbraio del 2008 venne dichiarata l'indipendenza del Kosovo e Hashim Thaci, capo dell'UCK, prendeva pieni poteri. La sua cricca, oggi condannata dalla Corte de L'Aja per crimini di guerra e traffico di organi di prigionieri serbi, iniziò a comandare senza scrupoli controllando anche i traffici di stupefacenti provenienti dall'Afghanistan. (tutto dimostrato). Nel frattempo arrivava il premio per gli USA che avevano messo al potere la banda dell'UCK. A 70 km da Pristina venne costruita la la base strategica USA di Camp Bondsteel. Un pezzo d'America nei Balcani del sud. E' stato provato da indagini di una commissione del Consiglio d'Europa che da Camp Bondsteel passavano i prigionieri di Al Qaeda e i talebani catturati in Afghanistan. La missione di pacificazione per conto dell'ONU capitanata al francese Bernard Kouchner venne pesantemente criticata a causa della palese fratellanza dimostrata coi capi dell'UCK. Il Kosovo resta una regione spaccata dall'odio inter etnico e in cui manca una totale volontà di pace e avviamento di attività economiche. In queste condizioni non è possibile alcun futuro florido gli incidenti di percorso saranno sempre possibili. L'entrata in Europa è esclusa.




I CAPI DELL'UCK SONO STATI CONDANNATI DAL TRIBUNALE DE L'AJA.

 I CAPI DELL'UCK SONO STATI CONDANNATI DAL TRIBUNALE DE L'AJA.

Il Tribunale speciale per i crimini di guerra compiuti in Kosovo dai capi dell'UCK contro Serbi, Rom e albanesi che l'UCK considerava traditori, ha stabilito la seguente sentenza operativa da questo momento: per Hashim Thaci e Jakup Krasniqi 25 anni di carcere, Kadri Veseli 18 anni, Rexhem Selimi 13. I capi d'accusa per cui sono stati condannati sono i seguenti: arresti arbitrari, maltrattamenti, torture esecuzione sommaria di prigionieri, omicidi e violenza contro coloro che erano considerati avversari. In alcuni casi il giudice si è riferito ad una intera famiglia con un bambini di 18 mesi. Si attendono reazioni a Pristina e altre città del Kosovo. Kfor ha dislocato reparti a protezione delle enclave serbe e delle caserme delle Forze NATO.


HASHIM THACI AND THE KLA LEADERS WERE CONVICTED BY THE HAGUE TRIBUNAL.
The Special Tribunal for war crimes committed in Kosovo by KLA leaders against Serbs, Roma, and Albanians whom the KLA considered traitors has issued the following final judgment, effective immediately: Hashim Thaci and Jakup Krasniqi were sentenced to 25 years in prison; Kadri Veseli to 18 years; and Rexhem Selimi to 13 years. The charges for which they were convicted are as follows: arbitrary arrests, mistreatment, torture, summary execution of prisoners, murder, and violence against those considered adversaries. In some cases, the judge referred to an entire family, including an 18-month-old child. Reactions are expected in Pristina and other cities in Kosovo. KFOR has deployed units to protect Serbian enclaves and NATO barracks.



Ma come.. si è sempre insegnato anche ai bambini che erano i serbi quelli cattivi











Tuesday, September 15, 2026

IL PARERE DI VESNA SERBAN

 “Per giorni mi sono astenuta dal commentare perché ho amici bosniaci e croati a cui voglio bene, ma devo ammettere che oggi qualcosa dentro di me si è spezzato... Sapete cosa mi fa più male?

L'INGIUSTIZIA.
E l'umiliazione.
Non si tratta più solo di una discussione su Ratko Mladić. È qualcosa di molto più profondo.
Per giorni ho letto migliaia e migliaia di commenti in cui ogni serbo viene definito un "genocida".
"Vi stavate uccidendo da soli."
"Siete tutti uguali."
"Avreste dovuto essere uccisi."
E tutto questo perché i serbi sono scesi in piazza per dare l'ultimo saluto al loro generale.
Perché l'uomo è stato sepolto a Belgrado.
Perché la sua famiglia ha celebrato un funerale.
Perché migliaia di persone sono venute a rendergli omaggio.
E allora cosa avremmo dovuto fare?!
Avremmo dovuto rinunciare a un uomo morto per essere accettabili a coloro che ci insultano da anni?
Avremmo dovuto gettare il suo corpo nella spazzatura?
Dovremmo forse privare la sua famiglia del diritto a una degna sepoltura?
Dovremmo forse restare a guardare e chiedere scusa per essere Serbi?
Beh, non lo faremo.
Potete pensare quello che volete di Ratko Mladić. È stato condannato. Il tribunale ha affermato che la condanna era priva di prove (ma guarda un po’) ...
Ma io ho il diritto di dire che per molti serbi era un generale che ha combattuto in guerra per il popolo serbo e per la Republika Srpska.
E ho il diritto di capire perché la gente è venuta a salutarlo.
Nessuno può togliermi questo diritto.
E ciò che mi umilia di più è quando qualcuno, solo perché sono serbo, mi chiama "genocida".
Io?!
Cosa ho fatto a chi?
Cosa hanno fatto i serbi nati dopo la guerra?
Cosa ha fatto la nostra gente che ha trascorso tutta la vita lavorando, crescendo figli e cercando di sopravvivere a tutto ciò che questo mondo ci ha imposto con la forza?
Perché mi viene chiesto di portare il peso della colpa di qualcun altro?
Perché devo giustificare il fatto di essere nata Serba?
Perché la mia nazionalità viene usata come prova della mia colpevolezza?
Chi vi ha dato il diritto di farlo?
E poi vedo appelli al boicottaggio dei prodotti serbi.
Perché?
Perché qualcuno è Serbo?
Perché qualcosa è "serbo"?
Siamo davvero arrivati ​​al punto di punire le persone in base al loro sangue, al loro nome e al loro cognome?
Abbiamo imparato qualcosa?
Non odierò i bosniaci perché sono bosniaci!
Non odierò i croati perché sono croati!
Ma non permetterò nemmeno che mi odiate perché sono Serba.
E non parlatemi di affrontare il passato se volete che lo ricordiamo solo quando fa comodo alla vostra versione dei fatti.
Non potete chiedere a un Serbo di riconoscere Srebrenica e allo stesso tempo rinnegare Jasenovac.
Non potete chiederci di rispettare le vittime bosniache e definire le vittime serbe di Podrinje fittizie, meritate o irrilevanti. Non si può.
Srebrenica non si nega.
Ma neanche Jasenovac non si nega.
Podrinje non si nega.
La vittima di qualcun altro non cancella la mia.
La mia vittima non cancella la tua.
Ma ciò che mi fa arrabbiare è che ai Serbi venga costantemente chiesto di dimostrare di essere umani.
Di condannare.
Di chiedere scusa.
Di spiegare.
Di dimostrare di non essere "genocidi".
Di prendere le distanze da ogni persona che abbia mai indossato un'uniforme serba.
E quando diciamo: "Aspettate, anche noi abbiamo i nostri morti e non abbiamo MAI occupato nessuno, ci siamo solo e soltanto difesi", improvvisamente diventiamo nazionalisti.
Quando diciamo: "Anche le vittime Serbe soffrono", improvvisamente neghiamo qualcosa.
Quando diciamo: "Non si possono definire tutti i serbi criminali", improvvisamente difendiamo un crimine.
E molto altro ancora!
Basta con le umiliazioni.
Basta con la colpa collettiva.
Basta aspettarsi che un popolo stia sempre a testa bassa.
Non voglio chinare la testa.
Posso condannare un crimine.
Posso piangere le vittime altrui.
Posso rispettare il dolore altrui.
Ma posso anche amare il mio popolo.
Posso ricordare i miei morti.
Posso difendere la dignità del mio popolo.
E non mi scuserò per questo.
Un criminale ha un nome e un cognome. Un popolo non ha una colpa collettiva.
Ratko Mladić non è ogni serbo.
Naser Orić non è ogni bosgnacco.
Dario Kordić non è ogni croato.
Scommetto che adesso vi state chiedendo m:” Ma chi sono Orlić e Kordić ?!?! “
Ed ecco che si tratta proprio di quello - loro non sapete chi sono ma Mladić invece si eccome e conoscete tutti i suoi crimini che vi hanno raccontato da anni !!! Ma come mai non avete mai sentito degli altri due che sono uguali identici e forse con più morti anche ?!?!! Chiedetevi un po’ questo!
E questa dovrebbe essere probabilmente la cosa più elementare che abbiamo imparato dopo tutto quello che abbiamo passato.
Quindi non chiedetemi di vergognarmi perché sono Serba.
Non lo farò.
Non chiedetemi di dimenticare i miei morti.
Non lo farò.
Non ditemi che non ho il diritto di salutare un uomo che il mio popolo considerava il suo Generale. Ho il diritto di farlo, abbiamo il diritto di farlo!
E finché continuerete a dirmi che sono un "genocida" solo perché sono Serba, vi farò la stessa domanda:
Dov'è la vostra giustizia????
Perché non chiedo più il permesso a nessuno per essere chi sono.
Sono Serba.
E ricordo anche.
E non me ne vergogno. Ed è un peccato che dopo 30 anni dalla guerra ci sia ancora tanto odio... Vergogna...
Nel corso dei secoli, la Serbia si è affermata come terra di resistenza e di onore: un baluardo incrollabile che ha versato il proprio sangue per difendere la propria identità e le radici cristiane dell'Europa contro cinque secoli di dominazione ottomana. Nel 2026, è giunto il momento che i media occidentali smettano di imporre la propria morale (mooolto discutibile) a un popolo che ha sempre camminato a testa alta. Per la Serbia, Ratko Mladić rimane un figlio di questa terra, un eroico difensore che si è levato a tutela della propria gente e non solo, durante le tempeste che hanno sconvolto i Balcani. Al di là di diktat o sussurri stranieri, solo il cuore del popolo serbo ha la legittimità di giudicare i propri eroi, e il suo nome risuonerà per sempre nella memoria della patria 🇷🇸🇷🇸🇷🇸
Accanto al “macellaio” devono scrivere anche
- che Izedbegovic (all’epoca presidente della Bosnia) ha venduto in proprio popolo leccando il c. americano e facendo uccidere migliaia di mussulmani proprio a Srebrenica per poi dare la colpa agli altri! Importando l’isis (all’epoca non si chiamava così ma sono gli stessi) in Bosnia che uccidevano tutto, ma proprio TUTTO che si muove a commando!!!
- Che Mladic ha fatto accompagnare in salvo tantissime persone non serbe (ci sono filmati, testimonianze ecc) in salvo intimandoli che smettono a sparare sul popolo serbo e smettono di fare i servi all’occidente che prima o poi li tradirà (come al solito)…
- Devono scrivere in maiuscolo che nella Guerra tutti hanno sparato e ucciso ma i cattivi, guarda caso, sono solo e soltanto i Serbi e gli altri sono angioletti (ovvio se sono servi loro e se non facevano così gli stessi parlavano davanti al mondo e facevano scoprire tutti i trammacci che poi alla fine sono usciti fuori comunque). E allora se sono così innocenti e solo i Serbi gli unici cattivi - come mai questa guerra è durata anni ?!?!
- Che gli ameriCani (C maiuscola apposita) assieme ai EU hanno programmato ed organizzato quella guerra perché la Jugoslavia grande, indipendente e forte alle porte dell’Europa non gli conveniva ai loro sporchi giochi - di allora e all’agenda del futuro!!
- E infine devono scrivere che il Vaticano stesso non ha mai perdonato la Serbia perché nel 1439 rifiutò al Concilio di Firenze e dell'Unione von lo stesso Vaticano. Il grande rifiuto del sovrano Serbo Đurađ Branković (Gaspare Branković), d'accordo con il clero e i teologi serbi, rifiutò categoricamente di inviare delegati al Concilio e di firmare l'unione con Roma. Questo rimarrà come il momento di più drastico e storico "NO" al Vaticano !!! Non è mai stato perdonato ai Serbi
Poi parliamone un po’ di quelli che lo giudicano il popolo Serbo:
Ricordiamo allora solo una piccola parte dei monumenti ai criminali nell'Unione Europea, come ad esempio quello al re Leopoldo II a Bruxelles (da dove ci inviano questa critica), responsabile degli omicidi di circa 15 milioni di congolesi e dell'introduzione del sistema di amputazione degli arti per il mancato raggiungimento delle quote nella raccolta del caucciù. In soli 25 anni di questi "non crimini", il Congo ha perso metà della sua popolazione.Oppure il monumento a Jan Pieterszoon Coen nei Paesi Bassi, un altro "non criminale" che ha compiuto massacri in Indonesia per garantire il monopolio olandese sulle spezie.
O il monumento a Cristoforo Colombo in Spagna, un altro genocida che ha dato inizio alla tratta transatlantica degli schiavi e ha inviato indigeni come schiavi in Spagna. Sotto il suo dominio, il popolo Taíno ha commesso suicidi collettivi di massa: tra la morte e la vita sotto il suo governo, sceglievano la morte. A causa di omicidi di massa, malattie, stupri, amputazioni, lavoro forzato, eccetera, in soli cinquant'anni sono passati da quasi un milione di abitanti a 500 individui, per poi scomparire.
Oppure il monumento a Karl Lueger in Austria, che ha sostenuto il colonialismo sugli slavi nei Balcani e la cui retorica ha ispirato l'allora giovane Hitler. O in Portogallo i monumenti al re Giovanni I, ad Alfonso VI, eccetera. E poi in Italia al re Vittorio Emanuele e a Rodolfo Graziani... In Francia a Jean-Baptiste Colbert e Joseph Gallieni... In Germania a Hermann von Wissmann, in Danimarca al re Cristiano IV o in Gran Bretagna i numerosi monumentos ai colonialisti, da Cecil Rhodes a Winston Churchill.
Un tribunale che ha lasciato liberi Orić, Kordić e Gotovina non è credibile. Anche Gesù fu condannato da un tribunale, dipende sempre chi ti giudica.
Toglietevi di dosso una buona volta!
Fattevi due conti, studiate la storia e guardate un po’ indietro chi si è fatto impallare per secoli per difendere voi e poi giudicate, sempre se credete che potete essere degni di esprimerne giudizio !!!”



SPOMENICI



 
I MONUMENTI JUGOSLAVI COME MESSAGGERI DI PACE E FRATELLANZA

Ne discutono:
ANDREA GHEZZI (moderatore)
segretario regionale del PCUP Emilia-Romagna
ROSA D’AMICO
storica dell’arte, vicepresidente di JUGOCOORD
GIANMARCO PISA
responsabile Esteri del PCUP e Autore del libro:
“PIÙ ETERNO DEL BRONZO. Educazione alla cultura semantica del monumento” (ed. Multimage 2026) sugli spomenici del Kosovo
ROSANNA RIZZI
Architetto, esperta degli Ossari Monumentali jugoslavi in Italia,
curatrice della pagina FB “Spomen Kosturnica Barletta”
ANDREA MARTOCCHIA
segretario nazionale di JUGOCOORD
dalla collaborazione tra:
PCUP e JUGOCOORD
PER INFO: pcupemiliaromagna@gmail.com


Thursday, August 13, 2026

LA STAZIONE DEI BUS PIU' TRISTE DELLA CROAZIA

  


Osijek, la più grande città della fertile Slavonija, in Croazia, regione una volta grande produttrice agricola di carne, latte, vino, mais, zucchero è il luogo in cui ormai guadagnano solo le ditte di autotrasporto. Ora ha la più triste stazione di autocorriere. Ogni giorno partono quattro autobus pieni per la Germania e tutti e quattro tornano vuoti. Per vostra informazione, la Croazia produce il 40% del cibo che produceva negli anni 80, prima della guerra nella ex Jugoslavia e, in questa regione a vocazione agricola, i giovani senza lavoro devono tutti andarsene.




Sunday, August 2, 2026

ENNIO REMONDINO, UN GIORNALISTA LIBERO

 






IL PENSIERO DI JOVAN DIVJAK.







 IL PENSIERO DI JOVAN DIVJAK.

È scomparso recentemente il generale bosniaco Jovan Divjak, che era stato ospite a Trieste in una conferenza pubblica a Trieste nel maggio 2018. Di etnia serba, era ufficiale dell’Armata jugoslava al momento della dichiarazione di indipendenza della Repubblica di Bosnia-Erzegovina, e fu dall’8/4/92, il 2° Comandante della Difesa Militare di Bosnia durante l’assedio di Sarajevo. Presentato come il “difensore di Sarajevo” ed il “generale dei bambini”, è stato però anche accusato di crimini di guerra dai Serbi di Bosnia, come responsabile del massacro di una colonna dell’esercito jugoslavo (composta da ufficiali e soldati montenegrini) che si stava ritirando da Sarajevo.
Nonostante Divjak si sia sempre definito “orgogliosamente jugoslavo”, non possiamo fare a meno di esprimere dei dubbi su questo suo sentimento, anche in base a ciò che lo abbiamo sentito dire. Egli stesso si è schierato, in armi, per il distacco della Bosnia-Erzegovina dallo Stato cui apparteneva: non possiamo accettare la sua definizione del conflitto, che non sarebbe stata “una guerra etnica ma l’attacco ad uno stato membro delle Nazioni Unite”. Era la Jugoslavia ad essere membro dell’ONU, non le varie repubbliche che decisero di rendersi indipendenti scegliendo uno status su base etnica, fregandosene se nei propri confini erano presenti anche altre etnie. Del resto noi non siamo del parere che l’appartenenza religiosa possa essere considerata un’etnia; riteniamo invece corretta la definizione, contestata da Divjak, di “serbi e croati convertiti” all’Islam per definire l’“etnia” islamica e sbagliò a suo tempo il governo jugoslavo a riconoscere a chi si dichiarava islamico di costituirsi come etnia, fatto che portò alla guerra di religione che si scatenò in Bosnia.
La Bosnia-Erzegovina pretese l’indipendenza in base al fatto che i “bosgnacchi” (cioè gli abitanti di religione islamica) sarebbero stati in maggioranza, senza considerare che nel territorio vivevano anche serbi (ortodossi) e croati (cattolici), in maggioranza rispetto a loro; fu questo a scatenare la guerra che diede il via ad uno sterminio indiscriminato di tutti contro tutti: i serbi massacrarono croati ed islamici, i croati serbi ed islamici, gli islamici croati e serbi. Avere avallato, come comandante militare, la secessione armata, non è stato, a parere nostro, un atto di fratellanza né di civiltà: fosse stato “orgogliosamente jugoslavo”, Divjak non avrebbe accettato la politica dei dirigenti islamici del suo paese andando contro il governo centrale di Belgrado. Per questo motivo non ci sentiamo di unirci al quasi unanime coro che in questi giorni lo ha ricordato come difensore dei deboli ed internazionalista convinto.
A ciò aggiungiamo le posizioni allora espresse di politica internazionale. Ha accusato la Russia di occupare la Crimea nell’indifferenza dell’Unione Europea, mentre invece è stata la Crimea, con referendum, a scegliere l’annessione alla Russia: per coerenza con il suo passato secessionista, avrebbe dovuto riconoscere il diritto all’autodeterminazione della gente di Crimea; né possiamo essere d’accordo con lui sulla necessità che la Bosnia Erzegovina entri nella Nato. Infine ci è sembrata un’opinione piuttosto discutibile asserire che il fanatismo islamico si sarebbe sviluppato in Bosnia solo dopo che in Europa fu creata animosità nei confronti dell’Islam

La Nuova Alabarda ELCDD 16 aprile 2021



BASTA CON LE STRUMENTALIZZAZIONI DEL 25 APRILE!
 
In un contesto già sufficientemente confuso e disorientato, nel quale il significato specifico della Festa della Liberazione come anniversario della vittoria sul nazifascismo viene sempre più spesso eluso – tra eventi gastronomici, bande che suonano inni che non c'entrano nulla, sincretismi incomprensibili con movimenti animalisti o new age –, in Emilia-Romagna si registrano sgradevoli strumentalizzazioni della ricorrenza.
Già in passato avevamo notato come le celebrazioni della strage di Marzabotto fossero talvolta segnate da riferimenti fuorvianti ai fatti di Srebrenica (1). Stavolta, per il 25 Aprile, a Marzabotto (Monte Sole) tra gli invitati d'onore figura Jovan Divjak, descritto come "il generale che difese la città di Sarajevo durante l'assedio". Addirittura, si annuncia un suo "tour partigiano" in diverse località italiane nei giorni tra il 23 e il 30 aprile 2019.
Ma chi è veramente Jovan Divjak? 
Già a capo della Difesa Territoriale in Bosnia-Erzegovina, nei mesi a cavallo delle "dichiarazioni di indipendenza" con cui ha inizio la tragedia del suo paese (1991-1992) viene scoperto e giudicato dalla Corte Marziale dell'esercito jugoslavo per illegittimi rifornimenti di armi. Gli vengono inflitti 9 mesi di carcere cui si sottrae passando al nemico, cioè alle milizie nazionaliste bosgnacche di Alija Izetbegović. Da capo militare della zona di operazioni di Sarajevo è da considerare perlomeno corresponsabile della efferata strage della via Dobrovoljacka (3 maggio 1992), quando i suoi attaccano alle spalle le giovanissime reclute dell'Armata Jugoslava, che si ritirano pacificamente verso la Serbia in base agli accordi, causando 42 morti, 73 feriti, 215 prigionieri: è la prima grande strage di Sarajevo, mai ricordata da nessuno in Italia.




LE PERLE DI GIACOMO SCOTTI

 




Giornalista itinerante nei Balcani da settant’anni, ha dedicato la sua vita anche e soprattutto alla letteratura. Poeta, narratore, favolista, saggista e storico, ha pubblicato più di 180 opere in italiano e croato-serbo, alcune tradotte in una ventina di lingue. Con antologie e traduzioni di singoli poeti e romanzieri ha contribuito alla divulgazione della letteratura italiana nell’ex Jugoslavia e di quella dei popoli balcanici in Italia. Per la sua opera gli sono stati assegnati diversi premi e l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana.


Giornalista, scrittore, poeta, l'intellettuale di frontiera con doppia cittadinanza italo-croata, Giacomo Scotti vive sotto minaccia di morte. Il giornale on-line dell'estrema destra neoustascia croata, Hrvatski List, ha pubblicato a fine dicembre un articolo del periodico zagabrese Hrvatsko Slavo in cui si accusa Giacomo Scotti, insieme ad altri – tra cui l'ex capo di Stato Stipe Mesic e l'attuale presidente Ivo Josipovic – di essere filo comunista e nemico dei croati. «Finalmente - scrive l'autore del testo di minacce, Josko Celan - gli ultimi generali croati accusati di crimini nella Krajina sono stati liberati e sono tornati a casa. Ora devono pagare coloro i quali li hanno accusati, è giunta l'ora di punire i nemici della Croazia».

Il giornalista e scrittore Giacomo Scotti minacciato di morte  


Giacomo Scotti è uno scrittore italiano che dal 1947 vive tra Trieste, l’Istria e Fiume. Eppure adesso ha paura ad uscire di casa, perché c’è chi in Croazia lo vuole morto. «Già a Zagabria o a Spalato non posso mettere piede – ci racconta – perché, se mi riconoscono, mi fanno fuori». Infatti, tra i nemici dei neo-ustascia, estrema destra croata, prima di Stipe Mesić, l’ex capo dello Stato, e di Ivo Josipoić, attuale presidente, tutti definiti “filocomunisti”, viene Giacomo Scotti, che adesso ha 85 anni e alle spalle più di cento pubblicazioni, tra narrativa, saggistica e poesia.

I croati vogliono togliere dalla costituzione croata il principio dell'antifascismo.  


Magistrale pezzo di Giacomo Scotti nella "Voce del popolo" di oggi. E dopo le amebe vennero i Croati... 

Potrei firmare anche virgole e punti del testo pubblicato da Gian Antonio Stella sul “Corsera” di Milano e riportato integralmente da “La Voce del Popolo” l’indomani (23 aprile), ma poiché sull’argomento dell’appropriazione indebita di grandi personaggi della letteratura, della cultura e della storia italiana ho scritto a più riprese, arrabbiandomi forte, negli ultimi cinquant’anni, proverò a fare una cernita e una sintesi su questo brutto vezzo degli storici e politici croati – e fossero soltanto loro! – che non hanno risparmiato nessuno dei tanti grandi italiani “colpevoli” di essere nati o semplicemente di essere passati nelle e per le terre della Dalmazia, del Quarnero e dell’Istria oggi incluse nella Croazia. Per questi signori quegli italiani, per lo più sudditi della Serenissima repubblica di Venezia, furono e restano croati.
Negli ultimi venti anni si è giunti a croatizzare il veneziano e italiano Marco Polo. Già Franjo Tuđman lo fece, ora c’è caduto Stjepan Mesić, anche lui per un viaggio in Cina. Nel periodo immediatamente successivo alla secessione della Croazia dalla Jugoslavia ed alla conquista dell’indipendenza, all’inizio degli anni Novanta del secolo appena tramontato, nel contesto di un nazionalismo esasperato dalla guerra e dai rancori prolungatisi nel dopoguerra, Tuđman e i suoi se la presero anche con l’Italia e si appropriarono di numerosi scrittori, architetti, scultori ed altri artisti italo-veneti, dichiarandoli croati.
Il filosofo chersino Francesco Patrizi divenne Franjo e Frane Petrić ed ancora oggi, nei convegni annuali a lui dedicati a Cherso, è sempre e soltanto croato, viene chiamato sempre come lui non si firmò mai. Gli studiosi croati della sua opera sono però costretti a tradurre i suoi libri dal latino e dall’italiano. Poi si è arrivati al celeberrimo Marco Polo. Recandosi in Cina, il “Supremo” si vantò davanti al Congresso del Popolo di aver seguito le orme del suo “connazionale”, ordinando ai suoi di scriverne il nome con la kappa: Marko. Cominciò da allora a correre sulla linea ferroviaria Zagabria-Venezia il treno Marko Polo (e l’Italia non protestò) e prese a navigare, come tuttora naviga, la nave passeggeri Marko Polo con la kappa. Dunque, a dire di Tuđman e di altri “storici” croati il veneziano sarebbe nato a Curzola (dove una leggenda parla di una “casa di Marco Polo”) e sarebbe stato di nazionalità croata. Oddìo, c’è pure qualche altro che lo vuole nato a Sebenico, ma lasciamo stare. Certo, in Dalmazia, ancora oggi, gente col cognome Polo, De Poli e simili ce n’è tanta, ma è pur vero che Venezia fu la signora della Dalmazia e di gran parte dell’Istria per quattrocento anni e ci furono giudici, capitani, podestà, rettori e conti veneziani mandati sull’Adriatico orientale che si chiamavano Polo e lasciarono in queste terre qualche rampollo, come l’hanno lasciato i Tiepolo (vedi a Pago i Chiepolo) i Cambi a Spalato, i Fiamengo a Lissa eccetera, eccetera.
Come se non bastasse, Tuđman volle mettere le mani anche su Ruggero Giuseppe Boscovich, raguseo, figlio di padre erzegovese e di madre oriunda bergamasca – Bettera – lo scienziato gesuita vissuto in Italia fin dai tredici anni di età. Scrisse le sue opere soltanto in italiano e in francese, personalmente polemizzò con chi voleva cambiargli nome e cognome, ma ciononostante Tuđman voleva che il monumento dello scienziato a Milano lo indicasse con nome e cognome scritti con la grafia croata: Rudjer Bošković. Il governo italiano quella volta disse di no e la visita ufficiale del “Vrhovnik” in Italia sfumò. Mise piede in Italia soltanto per visitare a Roma la mostra dell’arte rinascimentale croata, quasi esclusivamente dalmata e quasi esclusivamente fatta di opere di scultori e architetti italiani del Rinascimento. Purtroppo ad ospitare quella mostra fu la Città del Vaticano e Tuđman mise piede in Italia soltanto per andare in quel minuscolo anche se potentissimo Stato.
In alcune guide della Croazia e in tutti i libri di testo in materia di commercio nelle scuole superiori croate si legge che l’inventore della “partita doppia” fu un croato, e si fa il nome di Benko Kotruljić alias Kotruljević, raguseo. Ebbene quell’uomo era Benedetto Cotrugli, figlio di un mercante pugliese stabilitosi a Ragusa, autore – Benedetto non suo padre – del famoso libro “Della mercatura e del mercante perfetto” pubblicato a Venezia nella prima metà del XV secolo. Oltretutto, il Cotrugli visse per lo più in Italia e si spense a Napoli.
Uno “storico” di musica zagabrese con il quale polemizzai negli anni Settanta, scrisse – e nella storia della musica croata si ripete quanto lui scrisse allora sul “Borba” – che il compositore istriano del XV secolo Andrea da Montona il Vecchio, tra l’altro inventore della stampa delle note musicali, era croato. Perciò gli cambiò i connotati chiamandolo Andrija Motuvljanin-Starić. Anche il montonese, tanto per cambiare, visse fin da ragazzo a Venezia e scrisse unicamente in italiano i versi dei suoi pezzi musicali. Quando il papa Giovanni Paolo II arrivò a Fiume (e molti giornalisti italiani scrissero Rijeka, alla radiotelevisione pronunciato “rigieca”), la Curia zagabrese inviò a tutti i giornali (compresa “La Voce del Popolo”) un inserto a pagamento di una decina di pagine sui “santi croati”. Ne trovai alcuni – per lo più “beati” – vittime delle persecuzioni anticristiane degli imperatori romani: santi polesani, istriani. Non mi risulta che all’epoca romana ci fossero croati e slavi in genere in Istria e Dalmazia.
A Fiume, un modesto autore di saggi su argomenti più disparati relativi alla cultura, all’arte, alla museologia, alla storia e agli eventi politici del capoluogo del Quarnero, per dimostrare che tutto qui fu in passato e resta oggi croato, se la prese con alcuni nostri scrittori, facendo i nomi di Ezio Mestrovich e Nirvana Ferletta, scrivendoli alla croata: Meštrović e Frleta- Volle “dimostrare” che i “cosiddetti” italiani fiumani, e non solo loro, erano dei croati voltagabbana, quasi quasi dei traditori. Che ne direbbe se io gli mettessi sotto gli occhi e il naso cognomi italiani di personaggi croatissimi come il leader del Partito nazionale croato della seconda metà dell’Ottocento, Juraj Bianchini, oppure il grande poeta croato dello scorso secolo, Gvido Tartaglia, il grande attore zagabrese del Novecento, Tito Strozzi, o l’attuale ambasciatore croato in Argentina Castelli, il notissimo studioso d’arte in Dalmazia, Nenad Cambi, il poeta Jakša Fiamengo, il compositore Mario Nardelli, l’architetto Bernardo Bernardi, il capo dell’Istituto di Epidemiologia della Croazia, dott. prof. Dinko Rafanelli, il cantante del gruppo “Trubaduri”, Luciano Capurso, il presidente del Sindacato dei marittimi della Croazia, Predrag Brazzoduro, la giornalista Sanja Corazza, il pittore Josip Botteri Dini, il giornalista e leader degli studenti croati, Vojislav Mazzocco? Potrei continuare fino a domani.
Ho scritto altre volte e lo ripeto qui: la Croazia ha grandi croati, uomini e donne, di cui vantarsi, che meritano di essere celebrati in tutti i campi, compresa l’arte e la letteratura; non ha perciò bisogno di rubarli ad altri popoli. Temo però che i ciechi nazionalisti non cesseranno mai di rubacchiare per ornarsi delle penne altrui.

Giacomo Scotti







CIVG - Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia

 




La nostra solidarietà concreta continua – Gennaio 2026.

S.O.S. Yugoslavia – ONLUS

S.O.S. KOSOVO METOHIJA

NONOSTANTE TUTTO.

Grazie all’enorme, difficile e anche pericoloso onere e impegno delle nostre Radmila e Gordana, delle due Associazioni “Srecna Porodica/ Per una famiglia felice, donne Vedove di guerra e rifugiate” in Nis e l’Associazione “Madri dei Rapiti e Scomparsi del Kosovo Methoija” di Nis, si è conclusa la campagna di solidarietà per le famiglie più in difficoltà e disagiate in Kosovo, nell’enclave di Novo Brdo e in Nis 




Libri di Jean Toschi Marazzani Visconti

 








La Corte ha stabilito che quello che avvenne fu un genocidio ad opera di singole persone, ma che lo Stato Serbo non può essere ritenuto direttamente responsabile per genocidio e complicità per i fatti accaduti nella guerra civile in Bosnia-Erzegovina dal 1992 al 1995, fra i quali rientra la strage di Srebrenica.