Friday, September 12, 2008

Brojanica





Le origini del braccialettino a nodi (Brojanica) risalgono al 5°secolo, nel periodo dei monaci cenobiti e del loro fondatore San Pacomio. Egli introdusse una corda con dei nodini, per aiutare i monaci illiterati a ricordarsi e tenere conto delle preghiere giornaliere.
Il nome Brojanica viene da "broj" in serbo "numero" o "brojati" cioè "contare". La Brojanica si difuse un po' in tutto il monachesimo ortodosso. Ne esistono vari tipi con 50, 100 oppure 300 nodi, ma la più diffusa in Serbia è la Brojanica con 33 nodi (per simbolizzare che Gesù visse 33 anni) che si porta al polso e che servirebbe per pregare Gesù.
Il fatto che la corda sia fatta ad anello simbolizza "la preghiera eterna".

I nodi sono fatti di tanti piccoli nodi girati su se stessi, ed esiste la teoria che si cercò di creare dei nodi cosi complicati che il diavolo non potesse scioglierli.
Se qualcuno vuole provarci ecco qui la spiegazione (a me è bastato vedere le foto...)


In Serbia portare/possedere una Brojanica non è solo un segno di fede, è un aiuto di preghiera, ma serve anche come segno di riconoscimento specialmente in diaspora.

Per ogni portatore quasi sempre il braccialettino rappresenta qualcosa di diverso.
C'è chi lo usa per dire una preghiera di perdono: GOSPODE, ISUSE HRISTE, SINE BOZIJI POMILUJ ME GRESNOGA! (Tradotto sarebbe: Signore, Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà dei miei errori) oppure chi si sente protetto e considera il braccialetto un vero portafortuna.



Normalmente si porta a sinistra (la parte del cuore) ma c'è chi lo porta a destra (come la fede nuziale che i serbi portano a destra).

Il mio primo braccialettino l'ho ricevuto da mio marito, nel periodo che ci siamo conosciuti. Lo aveva preso nella "Crkva Svetog Marka" a Belgrado. Eravamo stati li qualche settimana prima ad accendere delle candele, però era sera e non era aperta la finestrella dove vendono le cose per la chiesa.
Era la prima volta che entravo in una chiesa ortodossa a pregare, un momento speciale...e adesso un braccialetto che mi ricorda non solo questo momento...ma
anche i miei primi passi in giro per la Serbia...alla scoperta di un mondo meraviglioso!
Adesso ne ho ancora un'altro che ho preso al monastero di Ostrog, il monastero che rappresenta inoltre il punto di incontro di tre credi: l'ortodosso, il cattolico e il musulmano, poiché anche i fedeli di questi ultimi due culti ammettono le proprietà guaritrici delle reliquie di San Basilio.


Chi di voi ci racconta del suo braccialettino?



Alf l'ha già fatto qui e questa è la sua brojanica portafortuna e calma-nostalgia-di-balcani!




Wednesday, September 10, 2008

Dalla nostra inviata Veronica






Ciao Lina , ieri sono stata ad Ancona e devo dire che c'era anche parecchia gente.

Bello il film “ Il tuffo della rondine - Mostar” di Savona e Zamboni, un vero e proprio tuffo nella vita di chi da una parte e dall'altra ha vissuto l'esperienza della guerra e pur rimanendone segnato, è riuscito non certo a dimenticare, ma a ritrovare la speranza in un futuro migliore.

Veramente coinvolgente poi il concerto di musica Klezmer dei Siman Tov , un gruppo di giovani italiani che con i loro ritmi travolgenti hanno portato una ventata di musicalità est europea (per l'occasione hanno anche suonato due struggenti ballate bosniache).
Poi che dire.. lo scenario dello splendido Arco di Traiano al tramonto ha reso tutto più suggestivo.
Purtroppo a causa della fame di mio marito che si è voluto per forza fermare a rifocillarsi ad un fast food greco poco distante, mi sono persa quasi del tutto il concerto di Massimo Zamboni. L'inerme è imbattibile!

Ciao Lina,
ecco il resoconto di un'altra serata al festival dei mari d'Europa.
Giovedì 4 settembre:
per i concerti al tramonto all' Arco di Traiano c'erano i Taraf, un gruppo giovani (più un cagnolino) specializzati in musica rom e tzigana. Hanno suonato belle ballate soprattutto della tradizione rumena e dell'Europa dell' Est ed alcuni pezzi Klezmer e gipsy. Il concerto, allietato dall'assaggio di vini locali, è stato molto coinvolgente.

Alle 21 invece alla Mole Vanvitelliana si è tenuto un divertente Poetry Slam delle due sponde, cioè uno "scontro poetico" tra 7 artisti (4 italiani, una croata, un albanese ed una slovena). I poeti hanno interpretato i loro pezzi in lingua originale mentre la traduzione che scorreva nello schermo permetteva a tutti di comprendere le opere. La giuria scelta tra il pubblico, alla fine ha decretato la vittoria dell'italiano Luigi Nacci, un giovane triestino di notevole talento.
Molto interessante è stata secondo me l'idea di far interagire stili e lingue completamente differenti ed il pubblico chiamato sempre ad esprimersi sul giudizio della giuria ha gradito molto.

Ciao Lina,
alla fine stasera non sono riuscita ad andare alla conclusione del festival. Mi è dispiaciuto non aver potuto vedere le cartoline dalla Serbia di Zograf.

Volevo dirti che comunque secondo me è stata una bella manifestazione, molto curata e soprattutto ricca di appuntamenti tutti di alto livello. Un complimento all'organizzazione che ha permesso l'incontro e lo scambio culturale tra tanti paesi diversi seppur a volte così vicini.
Credo sia stato un evento ben riuscito come ha dimostrato la presenza numerosa e coinvolta del pubblico. E' sempre una vittoria quando le differenze invece di spaventare, uniscono, divertono e aiutano a crescere. Spero di avervi portato un po' di tutto questo con i miei resoconti.
A presto Vero  



Monday, September 8, 2008

Sarajevo - Post di Rita Bettin




Definirei "saudade di Bosnia" quello struggente senso di nostalgia che assale il viaggiatore che ha avuto la fortuna di avvicinarsi a quella terra.
Dal latino questa parola, che significa principalmente solitudine, indica anche un sentimento misto tra passato e presente e non evoca soltanto nostalgia, ma speranza nei tempi a venire. Per chi in Bosnia c’è già stato, quindi, tornarci è quasi un obbligo, per coloro che invece non lo hanno ancora fatto, sarebbe un peccato vivere senza esserci mai stati.
Tuttavia questo è un male che presenta due facce: quella positiva del viaggiatore che in Bosnia si reca a vivere sensazioni forti e a sognare, e quella di chi qui vive e ha vissuto, che può essere un incubo se non riesce a sentire la nostalgia del tempo perduto o peggio a nutrire speranza nel futuro.
Approcciarsi alla Bosnia è quasi impossibile senza visitare Sarajevo, cittadina situata sul fiume Miljacka e dal 1992 capitale della Bosnia-Erzegovina.Una città che ha molto sofferto sia in tempi vicini che lontani, ricca di monumenti culturali di epoche diverse, e forgiata in quel particolare crogiuolo di culture che è stata la Jugoslavia di Tito.

Il nome della città ha origine nel turco antico, saraj, che significa “posto, tappa, palazzo”. Saraj era dove le rotte carovaniere si incrociavano, un luogo di incontro e di scambio. Fondata all’inizio del XIII secolo dagli Ungheresi col nome di Bosnavàr, nel 1462 fu ribattezzata dai Turchi Bosna Saraj, diventando residenza del governatore ottomano. Il documento che ne testimonia le origini in quell’anno, sono le memorie del suo stesso fondatore, Isa-bey Ishakovic.
La cittadella, intorno alla quale di sviluppò l'attuale Sarajevo, si erge su un promontorio roccioso ed è ancora pressochè intatta. Conserva il quartiere musulmano, Bascarsija, accentrato attorno al bazar, con numerosi minareti e moschee, fra cui la bella moschea del Bey (Begova Dzamija), uno dei più notevoli monumenti turchi in Europa.

Il termine Bascarsija deriva dalla parola turca bas, che significa "la conduttura", così la parola intera significa "il mercato principale"; infatti Bascarsija è tutt'oggi il centro storico, culturale e commerciale della città, piena di vecchi negozi artigianali, dove è bello passeggiare e racimolare splendidi souvenir tradizionali, come tappeti, oggetti in rame, filigrane d’argento. L'anima della città è principalmente musulmana, ma qui troviamo anche le sontuose cattedrali cattolica ed ortodossa. Girare per Sarajevo non dà mai una sensazione di vuoto; le strade sono tutt'altro che anonime, ogni angolo trasuda storia e ovunque vale la pena soffermarsi.
Tuttavia, al di là di tutto quanto, si potrebbe raccontare di questo inestimabile gioiello, avventurandosi attraverso suggestive descrizioni architettoniche, geografiche, storiche e persino di singole vite umane;ma io preferirei considerare piuttosto altri aspetti culturali, da condividere con appassionati di “vita balcanica”.
In questi luoghi ci si sente appagati, coccolati e rassicurati da ritmi differenti da quelli occidentali, per nulla frenetici, che permettono di soffermarsi maggiormente a pensare, a riflettere sul senso della vita, sia questa quella di un cristiano, di un ortodosso, di un musulmano o di chissà chi altro.
Qui ci si trova coinvolti in un diverso scorrere della vita, come dimostrano le innumerevoli kafane, i bar e locali di ogni tipo, affollati a qualsiasi ora del giorno e della notte. In greco si direbbe agorazonta, cioè fare agorazein, per descrivere il modo di camminare di colui che procede lento, magari con le mani dietro la schiena e su un percorso quasi mai rettilineo.

Lo straniero, che qui per qualche motivo si trova per la prima volta, resta inevitabilmente molto stupito nel vedere un così folto numero di persone camminare su e giù per le strade, fermarsi ogni tre passi, discutere ad alta voce e ripartire per poi fermarsi di nuovo.
Agorazein significa recarsi i
n piazza per vedere cosa succede e per parlare, comperare, vendere e incontrare gli amici; significa però anche uscire di casa senza un’idea precisa, gironzolare, trattenendosi al bar, per dare un’occhiata al giornale, sorbire un buon caffè, fare due chiacchiere in attesa dell'ora di recarsi a messa o in moschea e poi a pranzo, ossia attardarsi fino a diventare parte integrante di un magma umano fatto di gesti, di sguardi e di rumori. Ecco perchè il caffè è un aspetto particolare della cultura balcanica e Sarajevo va visitata lasciandosi cullare dai ritmi locali, fermandosi a prendere un caffè turco e magari a fumare il narghilè in uno dei piccoli, accoglienti locali del centro; come la gente del posto ci si siede ai tavolini e si trascorrono le ore chiacchierando in compagnia della propria tazza di caffè. Ed ecco perchè la bevanda ha un significato e un nome diverso a seconda dei momenti della giornata. Razgalica è infatti il primo caffè del mattino; razgovorusa si beve in tarda mattinata in compagnia di colleghi o amici, mentre sikterusa è il caffè servito al termine di un incontro, per invitare educatamente gli ospiti ad andarsene.

E tuttavia per queste stesse ragioni un bosniaco faticherebbe sicuramente a capire come un italiano possa invece apprezzare un espresso molto ristretto e soprattutto riesca a trangugiarlo avidamente in pochi sorsi. Ad un luogo mi sono particolarmente affezionata a Sarajevo, dopo esserne stata inspiegabilmente rapita fin da subito, come per un colpo di fulmine che mi ha spinta a frequentarlo assiduamente, sentendone ora la mancanza. Si tratta della Inat Kuca, situata nei pressi della famosa Vjecnica, la Biblioteca Nazionale, fra l'altro anche vicina al luogo in cui avvenne l'attentato che provocò la prima guerra mondiale. A malincuore, visto che questa parentesi è dolorosissima, ma non posso evitare di aprirla, devo ricordare con orrore i terribili giorni dell'assedio, unico nella storia dell'umanità, in cui Sarajevo è stata lungamente centro di azioni belliche e pesanti bombardamenti da parte sia delle forze serbe, che croate e musulmane, e vide morire più di 10 mila persone, fra cui 1600 bambini.
Il 25 e 26 agosto 1992 la Vjecnica venne distrutta dall'incendio appiccato dai Serbi, che durò per svariati giorni e notti, senza poter essere domato per l'azione dei cecchini, e che causò la perdita di un inestimabile patrimonio storico e culturale consistente di ben 2 milioni di volumi, molti dei quali manoscritti unici. Del resto proprio la frase conclusiva presente sulla targa affissa all'ingresso della Biblioteca, così concisa, tagliente e, persino banalmente densa di significato, esorta a tenere sempre presente quanto è successo e a parlarne: “Do not forget. Remember and warn!”.

Ma torniamo alla Inat Kuca. La traduzione è “Casa del Dispetto”. Attorno al XIX secolo, infatti, questo grazioso edificio era già esistente e fu disposto dalla municipalità (sotto il dominio austriaco) che venisse abbattuto per lasciar posto all'attuale Biblioteca Nazionale (che all'epoca avrebbe appunto ospitato la sede del Municipio).
Il proprietario della casa, però, pretese (e ottenne) che la sua abitazione venisse trasferita, pietra su pietra, dall’altro lato del fiume. E così oggi la casa del capriccio sorge sulla sponda opposta del fiume Miljacka e al piano terra ospita un grazioso e raffinato ristorante.

La Inat Kuca è già suggestiva di per se, in quanto tipica costruzione turca sul fiume: alle spalle, in alto, dominano le vecchie fortezze e le mura della città, dove salire a piedi per godere la vista di tutta Sarajevo, con le sue contraddizioni architettoniche (l’antico e il moderno, i palazzoni della periferia e dove oggi per lo più vivono i cittadini di condizioni economiche precarie, e le case vecchie ed eleganti del centro); ma scoprirne una tale storia me la rende ancora maggiormente gradita. E poi pasteggiare con deliziosi cibi tradizionali, ascoltando suggestive melodie e ritmi assolutamente tipici del posto, rende più dolce interiorizzare le esperienze fatte, le cose viste e le storie apprese, facendo del viaggio in Bosnia qualcosa di sicuramente unico ed indimenticabile. Concluderei che è inevitabile innamorarsi dei Balcani. Questa è la ragione per cui, chi in Bosnia c'è stato, sente pressante la necessità di tornarci e, in attesa, di attingere anche al rientro a casa da esperienze balcaniche, attraverso la musica, i film, la letteratura e i cibi di cui qui ha fatto scorta. Questa stessa ragione, inoltre, l'amore per queste terre meravigliose, spinge il viaggiatore attento e consapevole a cercare di cogliere e capire le diversità esistenti fra sé stesso e l'altro, ma senza voler giudicare, e auspicando invece che, in qualche modo, forse apparentemente utopistico, nessuno sia mai più in grado di vivere terribili incubi e che anzi chiunque riesca a sentire la nostalgia del tempo perduto e ancor più a nutrire speranza nel futuro.
Rita Bettin 



Friday, September 5, 2008

VIDIM (Bulgaria)






Ed ecco qua un bellissimo post tutto dedicato a Zdravets Giorgies.
Avevo contattato Giorgies Zdravets per lavoro lo scorso luglio e mi ero subito innamorata del suo accento decisamente balcanico.
Tutti voi pensate che Giorgies sia il nome, vero? Sbagliato!
Zdravets è andato in ferie in Bulgaria ed è tornato con un piccolo regalo per me: delle cartoline.
Appena vedrà questo post si sentirà in colpa e me le spedirà , vero Zdravets ?
E’ veramente strano come comunichiamo io e lui. Ai miei amici serbi devo masterizzare il blog e mandarlo per posta, a Zdravets devo “stampare” tutto perché lui odia i computer.
Però va a pesca e in barca sul suo Danubio e questo, quasi quasi, è meglio di un pc!
Quindi, appena arriveranno le mie cartoline e Zdravets riuscirà a spiegarmi il piatto tipico bulgaro, rifaremo un “ Vidim reload” con gli aggiornamenti. Assolutamente bisogna anche parlare del CSKA di Sofia (dice sempre Zdravets, perchè io non sapevo neanche che esistesse!)

La città di Vidim è situata nel Nord - Ovest della Bulgaria, a 199 km da Sofia, sulla riva destra del fiume Danubio. Essa è collegata con le città della Romania da un traghetto.
Vidim è una delle città più antiche situate lungo il Danubio. Si presenta come la fortezza romana di Bononia sulle fondamenta di un insediamento dei Traci.
Durante la seconda guerra di Bulgaria, Vidim acquisisce importanza per la sua fortezza.
La fortezza si chiama Baba Vida ed è stata costruita nel 9° e nel 10° secolo sui resti di una fortezza romana.

Si narra una leggenda: un re bulgaro aveva tre figlie. Due delle tre si sposarono e andarono a vivere lontano. La terza, che si chiamava Vida, costruì il castello per sua difesa. Baba Vida significa appunto “nonnina Vida”.
La fortezza svolse un ruolo importantissimo contro gli Ottomani.
Oggi Baba Vida è una fortezza museo.
A Vidim ci sono ancora la moschea e la libreria di Osman Nuri il Pascià, la Caserma della Croce, alcuni vecchi palazzi rinascimentali e una sinagoga.
Vidim è il punto di partenza per le escursioni lungo il Danubio.





Kosovka Devojka

Ecco un simbolo mitico della cultura serba: la ragazza di Kosovo Polje, che vi propongo in cinque versioni.


1. Il quadro del pittore realista Uroš Predić che nel 1919 riprese il tema della ragazza di Kosovo Polje dipinse uno dei più riconosciuti quadri della pittura serba moderna.

2. In origine la „Kosovka Devojka“ era la figura principale di un poema epico: una giovane e bella ragazza che dopo la battaglia di Kosovo Polje si prende cura dei guerrieri serbi feriti mentre sta cercando il suo fidanzato, il suo padrino e il suo futuro testimone di nozze tra i caduti. Da un ferito viene poi a sapere che sono caduti tutti e tre in battaglia.
Questa poesia che simbolizza l’aiuto, l’amore per il prossimo e la previdenza femminile ha sempre goduto di grande popolarità.

Eccovi il testo originale (qui il link per la traduzione inglese)

Kosovka Devojka
Uranila Kosovka Devojka,
uranila rano u nedelju,
u nedeljy prije jarka sunca;
zasukala bijele rukave,
zasukala do beli lakata,
na plecima nosi leba bela,

u rukama dva kondira zlatna:
u jednome ladjane vodice,
u drugome rumenoga vina.
Ona ide na Kosovo ravno,
pa se sece po razbojy mlada,
po razboju cestitoga kneza,

te prevrce po krvi junake.
Kog junaka u zivotu nadje,
umiva ga ladjanom vodicom,

pricescuje vinom crvenijem
i zalaze lebom bijelim.

Namera je namerila bila
na junaka Orlovica Pavla,
na knezeva mlada barjaktara.
I njega je nasla u zivotu.
Desna mu je ruka osecena
i lijeva noga do kolena,
vide mu se rebra izlomljena,
vide mu se djigerice bele.

Izmice ga iz te mloge krvce,
uliva ga ladjanom vodicom,
pricescuje vinom crvenijem
i zalaze lebom bijelijem.

Kad junaku srce zaigralo,
progovara Orlovicu Pavle:

"Sestro draga, Kosovko devojko,
koja ti je golema nevolja,
te prevrces po krvi junake?
Koga trazis po razboju mlada:
ili brata, ili bratuceda,
al' po greku stara roditelja?"
Progovara Kosovka devojka:
'Dragi brato, delijo neznana,
ja od roda nikoga ne trazim:
niti brata niti bratuceda,

ni po greku stara roditelja.
Moz'li znati, delijo neznana,
kad knez Laza pricesciva vojsku
kod prekrasne Samodreze crkve,
tri nedelje tredeset kaludjera?
Sva se srpska pricestila vojska,
najposlije tri vojvode bojne:

jedno jeste Milosu vojvoda,
a drugo je Kosancic Ivane,

a trece je Toplica Milane.

Ja se onda desi na vratima
kad se seta vojvoda Milosu:
krasan junak na ovome svetu,
sablja mu se po kaldrme vuce,
svilen kaplak, okovano perje,
na junaku kolasta azdija,

oko vrata svilena marama;
obazre se i pogleda na me,

s sebe skide kolastu azdiju,
s sebe skide, pa je meni dade:
"Na, devojko kolastu azdiju,
po cemu ces mene spomenuti,
po azdiji, po imenu mome:
u taboru cestitoga kneza;

moli Boga, draga duso moja,
da ti s'zdravo iz tabora vratim,
a i tebe dobra sreca nadje,
uzecu te za Milana moga,

za Milana, Bogom pobratima,
koj'je mene Bogom pobratio,
visnjim Bogom i svetim Jovanom;

ja cu tebe kum vencani biti.'

Za njim ide Kosancic Ivane:
krasan junak na ovome svetu,
sablja mu se po kaldrmi vuce,
svilen kalpak, okovano perje,
na junaku kolasta azdija,

oko vrata svilena marama,
na ruci mu burma pozlacena;
obazre se i pogleda na me,
s ruke skide burmu pozlacenu,
s ruke skide pa je meni dade:
,Na, devojoko, burmu pozlacenu,
po cemu ces mene spomenuti,
a po burmi, po imenu mome:
evo t' idem poginuti duso,
u taboru cestitoga kneza;

moni Boga, moja duso draga,
da ti s' zdravo iz tabora vratim,
a i tebe dobra sreca nadje,
uzecu te za Milana moga,
za Milana, Bogom pobratima,
koj' je mene Bogom pobratio,
visnjim Bogom i svetim Jovanom;

ja cu tebi rucni dever biti'.
Za njim ide Toplica Milane:
krasan junak na ovome svetu,
sablja mu se po kaldrmi vuce,

svilen kalpak, okovano perje,
na junaku kolasta azdija,
oko vrata svilena marama,
na ruci mu koprena od zlata;

obazre ce i pogleda na me,
s ruke skide koprenu od zlata,
s ruke skide, pa je meni dade:
,Na, devojko, koprenu od zlata,

po cemu ces mene spomenuti,
po kopreni, po imenu mome:
evo t' idem poginuti, duso,
u taboru cestitoga kneza;
moli Boga, moja duso draga
da ti s' zdravo iz tabora vratim,
tebe, duso, dobra sreca nadje:

uzecu te za vernu ljubovcu.'


I odose tri vojvode bojne:
nji ja danas po razboru trazim."


Al' besjedi Orlovicu Pavle:
,,Sestro draga, Kosovko devojko,

vidis, duso, ona koplja bojna,
ponajvisa a i ponajgusca?

Onde j' pala krvca od junaka
ta dobrome konju do stremena,
to stremena i do uzendjije,
a junaku do svilena pasa, -
onde cu ti sva tri poginula!
Vec ti idi dvoru bijelome,
ne krvavi skuta u rukava."


Kad devojka saslusala reci,

proli suze niz bijelo lice,
ona ode svom bijelu dvoru
kukajuci iz bijela grla:
"Jao, jadna, ude ti cam srece!
Da se, jadna, za zelen bor vatim,
i on bi ce zelen osusio!"


3. Lo scultore Ivan Mestrovic nel 1907 nell’ambito di un ciclo di sculture sul Kosovo, creò un bassorilievo con il tema della ragazza del Kosovo. (piccola parentesi: Il simbolo di Belgrado, la statua del "Pobednik" anche chiamata "Viktor" a Kalemegdan è anche una scultura di Mastrovic)


4. Il popolare gruppo „Bjelo Dugme“ (il gruppo fondato negli anni'70 da Goran Bregovic) scelserò prorio questo quadro per uno dei loro LP di grande successo, chiamato appunto Kosovka Djevojka pubblicato nel 1984.


5. E alla fine: Slobodan Trkulja - Pesma za moju Jelenu/Kosovka devojka



Wednesday, September 3, 2008

LEPA SELA, LEPO GORE





Come preannunciato siamo ai post difficili. Quindi rimanete seduti e tenetevi forte.
Solo una piccola premessa: un ringraziamento particolare ad Alf e alla cura con cui scrive il suo blog. In assoluto è il blog più bello che abbia mai letto, anche se alcune pagine sono veramente agghiaccianti, ma purtroppo lui scrive la realtà, un po’ come quella che sto per raccontarvi.
Lepa sela, lepo gore è un film serbo che non è stato mai tradotto in italiano. Non lo potrete mai acquistare in un negozio italiano, ma questo film ha avuto un grande successo di pubblico nei Balcani. Il film ha portato molte controversie con una scia di innumerevoli polemiche come d’altra parte l’argomento di cui tratta: la guerra in Bosnia.
La storia inizia con due ragazzi: Halil, mussulmano e Milan serbo, cresciuti insieme vicino ad un tunnel abbandonato . I due ragazzi non hanno il coraggio di entrare nel tunnel e pensano che vi sia un orco cattivo dentro che mangia i bambini. Dodici anni più tardi, durante la guerra bosniaca, Milan è intrappolato nel tunnel con la sua truppa e Halil si trova al lato opposto della barricata.
Di sicuro è un film molto drammatico, ma talmente veritiero che noi che frequentiamo i Balcani sappiamo bene la tragedia dei popoli che si sono visti amici, compaesani, sposi e poi nemici da uccidere.
Lepa sela, lepo gore non si può tradurre. Sarebbe “I bei villaggi bruciano bene”, ma lo consiglio a chiunque come monito. Nessuno può pensare che a noi non capiterà mai. Lo pensavano anche in Bosnia e poi non parliamo del Kosovo, dell’attuale Ossezia e di chissà ancora quante realtà di guerra in cui dovremo rivedere degli innocenti morire.






Monday, September 1, 2008

GUEST POSTS ON BALKAN CREW



Attenzione Balcani!



Siete tantissimi e siete favolosissimi !

Cari lettori c’è una bella novità: uno spazio tutto dedicato a voi in cui potete raccontarci le vostre esperienze balcaniche.

Ce ne sono già giunte tante in redazione e vi invitiamo a scriverci ancora.

Qualcuno chiede di rimanere anonimo e questa è una bella opportunità di scrivere liberamente.

Qualsiasi cosa non offenda il credo o la religione o le tradizioni altrui sarà pubblicato secondo le vostre richieste.

Welcome, dobrodosli, benvenuti….




Chi la fa.. l'aspetti

  Vedo che questo sito che banna tutti quelli che non la pensano come lui, ha comunque persone oneste che non tacciono I nodi.. cari signori...