Thursday, March 11, 2010

Hair - Let the sunshine in







Mentre vi scrivo ho una tristezza infinita. Hanno chiuso un mio blog che parlava di politica e voi direte: poco male, ne hai ancora 7!
Sì.. è vero.. ne ho ancora 7, ma oggi doveva essere una giornata meravigliosa. Giuseppe è in viaggio da Pescara ed è quasi arrivato a Torino e 3 persone sono partite dalla Bosnia sfidando il brutto tempo per venire qui a parlare di pace e di democrazia.
"Democrazia!".. Appunto.. bella parola!
Io me la ricordo.. l'avevamo fino a qualche anno fa. Adesso, per assurdo, ce la insegnano i Balcani!!
I miei amici serbi me lo dicono sempre : "State troppo zitti! Noi abbiamo buttato giù Milosevic, anche se in occidente continuate a dire che siete stati voi, che avete avuto il merito di piegare la Serbia con le bombe, ma non è stato così. Voi ci avete ammazzato donne e bambini e noi abbiamo fatto tutto cio' che era possibile tra una bomba e l'altra"
In questo momento avrei potuto chiamare un'amica e sfogarmi con lei, invece ho scelto voi, che siete la cassa di risonanza più bella dell'universo. So' di parlare a persone oneste che mi capiscono.
Adesso capisco ancora meglio il mio compaesano Eugenio di Agrigento. Lui ha riaperto il suo blog per ben 3 volte e non si è arreso mai. Il suo life motiv è Hair, un film che era già nelle bozze perchè avevo già deciso di parlarvene.
In questo film un soldato muore al posto di un altro. Questo è capitato anche ad un conoscente di un mio amico in Bosnia. Nato e cresciuto in mezzo ai musulmani non voleva andare in guerra conto gli amici e i compagni di scuola e progettava la fuga. Ma all'ultimo momento non è riuscito a scappare e c'è riuscito il suo miglior amico che ora vive in Italia, mentre lui non c'è più.
Sappiate che ci sono persone così meravigliose che ti danno la forza di ricominciare sempre. Voi siete tra queste! Grazie!

Let the sunshine in


Monday, March 8, 2010

Le ceneri e il sogno







Questo post è dedicato alla favola Gilberto Vlaic

Slobodanka Ciric racconta come ha vissuto – qui, in Italia – il dramma del suo popolo aggredito e del suo paese bombardato e smembrato.

Nel racconto autobiografico emerge il difficile e tormentato processo di identificazione che si svolge in una duplice direzione: da una parte l’affermazione, per sé e verso gli altri, della propria identità in un paese nuovo e in una nuova realtà, identità contestualizzata senza mai prescindere dalla centralità del fattore umano, dall’altra il rafforzamento dell’appartenenza ad un popolo, quello serbo, lacerato dagli orrori di un conflitto costruito scientificamente, la cui presenza storica, spirituale e culturale rivive nella dolcezza dei ricordi che le impediscono di tradire se stessa e nella memoria orgogliosa che le riaccende la speranza.







“Boba” Ciric, pur nata ed educata in un paese del “socialismo reale”, non era una militante comunista. E, però, prima l’attacco surrettizio – economico e politico – volto allo smembramento di quel prodigio “pericoloso” che era la comunità dei popoli jugoslavi, poi l’aggressione militare e le stragi consumate dal “democraticissimo” Occidente e dal suo braccio armato – la NATO – suscitano in lei tumultuose esigenze di rabbia, di ribellione, di solidarietà che recuperano nella memoria della personale esperienza la straordinaria superiorità di valori e di relazioni umane – di uguaglianza, di solidarietà, di convivenza – vissute inconsapevolmente nella normalità quotidiana e oggi, invece, comprese perché brutalmente negate.
Ma Boba non vive la tragedia del suo paese e del suo popolo tra la propria gente: lei è al sicuro, in uno dei paesi aggressori, mentre in una situazione sempre difficile ricostruisce ostinatamente un suo percorso di vita. La lontananza la libera dalle conseguenze fisiche dell’aggressione, ma – tanto più – accresce la sofferenza morale. E Boba, allora, diventa una militante, non al servizio di un comunismo jugoslavo o serbo – che si era già dissolto –, né di una pietas cattolica – che storicamente e culturalmente non le appartiene –, ma di una dimensione umana che travalica le vìcende della storia e invera – per opera dei carnefici – i valori del socialismo assunti nella sua giovinezza.

C’è nel libro il racconto di un’esperienza fondamentale: Boba, giovane jugoslava in visita premio a Parigi, scopre che con i pochi franchi datele dal suo governo per le piccole spese da fare nella luccicante capitale occidentale può acquistare ben poco. Eppure se ne priva decidendo di donare quei pochi franchi ad un emarginato dello scintillante e opulento Occidente.
In questo gesto è racchiusa paradigmaticamente tutta l’esperienza solidale del ”socialismo reale” novecentesco, sovietico o titino che sia stato.
Anni dopo quella stessa giovane – obbligata ad esser serba, non più jugoslava – vive il dramma dello smembramento del suo paese e del massacro del suo popolo lontano dalla sua terra e dal suo martirio, mentre insegue il sogno di ricostruirsi una sua vita qui, in Italia.
Sofferenza per le ceneri a cui è stata cinicamente condannata la sua gente lontana, pudore per un sogno di vita – sofferto e tenacemente perseguito – sono le dolenti esperienze che questo libro – rigorosamente autobiografico – vuole rappresentare.
(Sergio Manes, editore)






... E io rimango qui, ad una fermata clandestina tra la realtà e il sogno, a far da contrabbandiera di scomode storie, esiliata dalla vecchia e decomposta pelle jugoslava, senza identità, in attesa di asilo in questa mia nuova pelle serba. Attendo, nuda e vulnerabile, nascosta sotto il manto della napoletanità, che finisca la mia tormentata metamorfosi in corso."
Nel racconto autobiografico dell'autrice emerge il difficile e tormentato processo di identificazione che si svolge in una duplice direzione: da una parte l'affermazione, per sé e verso gli altri, della propria identità in un paese nuovo e in una nuova realtà, identità contestualizzata senza mai prescindere dalla centralità del fattore umano, dall'altra il rafforzamento dell'appartenenza ad un popolo, quello serbo, lacerato dagli orrori di un conflitto costruito scientificamente, la cui presenza storica, spirituale e culturale rivive nella dolcezza dei ricordi che le impediscono di tradire se stessa e nella memoria orgogliosa che le riaccende la speranza.
“Mi chiedo se ha senso ustionarmi così come faccio io, rovistare tra le ceneri ancora bollenti delle verità bruciate, se ha senso gridare a squarciagola, e sentire nient’altro che l’eco delle proprie parole che cadono nel vuoto dell’indifferenza. Ha senso questo esilio dato ad ogni buon senso?”
Tratto da cnj.it


Il 13 Marzo alle ore 19.00 presso Modo Infoshop di Via Mascarella 24 a Bologna , vi sarà la presentazione del libro di Slobodanka Ciric "Le ceneri e il sogno"
Intervengono: Slobodanka Ciric, autrice del libro
Rosa d'Amico, storica dell'arte serba e balcanica
Andrea Martocchia, segretario del Coord. Naz. per la Jugoslavia - onlus, e autore della prefazione al libro
Sergio Manes, direttore editoriale de La Città del Sole
A seguire: reading dell'autrice, accompagnata alla chitarra da Nicola Napolitano

I più calorosi auguri e complimenti a Boba da parte della nostra crew!



Friday, March 5, 2010

Il designer serbo Marko Mitanovski






Che bello scoprire che sulla nuova copertina di "Q" Lady GaGa porta dei guanti di un designar molto bravo serbo: Marko Mitanovski!

Non vi dico niente di nuovo, se vi svelo che Belgrado è la capitale segreta della moda, Basta pensare alla Belgrade Fashion Week che si ripeterà per la 27esima volta dal 16 al 25 aprile 2010 e che regolarmente sorprende con idee nuove e speciali.




Marko Mitanovski, che ha studiato alla facoltà di Design a Belgrado è risucito a farsi conoscere anche internazionalemente…attirando star della music come Lady GaGa e Paloma Faith e presentando le sue creazioni per esempio alla London Fashion Week.
Mi fa molto piacere che anche l'occidente si sta accorgendo dei talenti che vengono dai balcani!!!

Alla London Fashion Week ha presentation la us collezione "Lady Macbeth"

Ma Lady GaGa magari sta solo copiando una star che da più di 10 anni è presente nella scena musicale serba: la estravagante Jelena Karleusa (è così divertente che varrebbe fare un post solo per lei!!!)


Wednesday, March 3, 2010

Giuseppe e Guca






Qui continuano a piovere favole....
Tra sberleffi e zigulini :

...Certo, parlare dell’esperienza di un evento vissuto quasi tre anni dopo la partecipazione, non è il massimo. I ricordi si offuscano e la realtà si mischia alla fantasia. Ma, la voglia di tornarci e quindi di parlarne è tanta.
Mi riferisco al famoso Festival degli ottoni di Guča in Serbia.
Estate 2006. Si parte da lontano. È un viaggio che unisce due sud d’Europa: quello italiano e quello balcanico. Sud diversi ma simili per la forte identità e genuinità delle persone, per il loro attaccamento alla terra e per la loro apertura verso lo straniero. Si parte dalla Calabria. Un calabrese, un irpino e un serbo. Prima fermata Romagna. Forlì. In tempo per l’aperitivo, tre birre alla spina, qualche boccone e a letto.

Risveglio presto. Si riparte e si viaggia tutto il giorno attraverso la pianura pannonica. Arriviamo a Belgrado in tarda notte. Restiamo qualche giorno nella capitale serba. Non possiamo resistere al richiamo del Danubio e della vita cittadina belgradese. Ma non ci distraiamo dal nostro obbiettivo. Dopo la breve sosta siamo ancora “on the road”. Direzione sud. Attraversiamo la verde campagna serba. Luoghi dimenticati da Dio. Poche e vecchie case tradizionali lungo la strada e pochi distributori di gasolio. Quelli che ci sono hanno terminato il carburante e rischiamo di rimanere per strada in mezzo al nulla.

Dopo un paio di ore di viaggio ci lasciamo dietro le spalle le dolci colline e ci avventuriamo tra le aspre montagne dei Balcani. La strada si stringe, ci infiliamo in un vero e proprio canyon. Davanti a noi solo curve, montagne e dirupi. Impossibile superare i vecchi camion che ci precedono e ci riempiono di fumo. Arriviamo finalmente a Čačak, ultima città prima della nostra meta. Vecchia e polverosa città ad architettura socialista. Niente di speciale, ma si inizia a sentire l’atmosfera della festa. Alla stazione degli autobus una folla di giovani con i loro zaini da viaggio attendono di essere trasportati dalla prima corriera nella “Woodstock balcanica”.
Si riparte dopo aver fatto il pieno e immediatamente entriamo in una stradina di campagna. Dopo pochi chilometri si apre di fronte a noi una grande e verdeggiante vallata. In fondo alla vallata un piccolo villaggio addobbato a festa. Si vedono i tendoni, gli striscioni, le bandiere, i fumi delle braci. L’impressione, da lontano, è di una surreale fiera contadina. Da favola.

Avvicinandoci iniziamo a sentire il ritmo dei tamburi accompagnati da trombe, tuba, bassotuba e sax che si fa sempre più incalzante. Nel mezzo della strada di campagna, ci si para di fronte una sbarra. Sborsiamo pochi dinari ed entriamo. Appena dietro la curva siamo già immersi in una bolgia di colori, suoni e odori. Ancora imbambolati dalla visione parcheggiamo nel primo spazio libero poco distante dal villaggio.
Prima di entrare nella festa cerchiamo di capire come sistemarci per i due giorni di permanenza previsti. Montiamo la nostra tenda sul prato e la prima cosa che cerco è un bagno. Dopo tanti chilometri mi scappa!!! Chiedo in giro dov’è il bagno e senza parlare mi indicano il torrente che scorre vicino al campeggio. Boh! Vado. È geniale!! 4 tavole montate sul corso d’acqua con un buco al centro! Ecco il bagno dei campeggianti di Guča. La doccia è ancora meglio! Sempre 4 tavole di legno che hanno come unica funzione quella di coprire dalla vista di migliaia di passanti e un serbatoio più in alto sulla collina. Basta gridare e la signora apre.

L’acqua ghiacciata attraversa i tubi montati alla meglio e arriva a destinazione. Ogni doccia non dura più di un minuto. Ottimo sistema per evitare l’affollamento.
Dopo aver sistemato tutti i dettagli tecnici ci buttiamo a capofitto nella festa. Due passi e un vecchio che vende cianfrusaglie ci ferma. Italiani?! Amici!! Una rakija!! Ok, accettiamo. E lui, fa il segno della croce e beve. Poi ci passa la bottiglia. Un’acquavite sicuramente domača (fatta in casa), ottima e fortissima. Almeno 50 gradi! Facciamo per andarcene e lui. Ancora Rakija!! Un’altra e un’altra ancora. Alla quarta scappiamo. Vogliamo vederlo questo cuore pulsante dei Balcani.
Guča è una grande piazza. Sotto i capannoni sparsi per tutto il villaggio e oltre si vende di tutto. Jelen Pivo (la birra locale) a fiumi, decine di maialini e agnelli cuociono sulle braci insieme ad enormi tegami d’argilla pieni del piatto tipico (Kiseli Kupus) preparato con cavolo e carne. E la musica che circonda tutto. Sembra di vivere una scena di “Gatto Nero, Gatto Bianco” di Kusturica. La musica è quella che ci ha fatto conoscere Bregovic, ma più semplice e ritmata. La leggenda vuole che il grande Miles Davis a proposito delle trombe di Guča abbia esclamato: “Non avrei mai detto che si potesse suonare la tromba in questo modo”.

Il Festival ha due anime. La prima è quella più ufficiale. Da palco. I migliori Trubači provenienti da tutti i Balcani si sfidano in un medley di musiche tradizionali e moderne adattate al clima del Festival. In palio la “trombetta d’oro”.
Ma l’anima vera di Guča si trova per le strade. La musica è pressoché la stessa, ma a suonarla sono soprattutto bande di zingari di tutte le età. Dai 10 agli 80 anni. Decine di bande imperversano con i loro ottoni per il villaggio. Suonano senza sosta i loro strumenti ammaccati, ma per la loro bravura non sfigurerebbero in una grande Big Band americana.

Dopo aver sentito qualche pezzo ufficiale, sotto il palco, torniamo sulla strada. È questa l’anima di Guča che vogliamo vivere. Ci sediamo a un tavolo per la cena e ordiniamo birra e maiale. Neanche due minuti e una banda di ottoni ci circonda. La musica si fa sempre più forte e ci alziamo per ballare a quel ritmo che ti entra dentro e non ti lascia fino a quando non hai esaurito tutte le energie. Uno dei musicisti mi guarda e si schiaffeggia sulla fronte insistentemente. Non capisco. Non mi sembra un ballo tipico.
Saša, il mio amico di Belgrado mi spiega che vuole dei soldi per continuare a suonare. Allora prendo 20 dinari e glieli stampo in fronte, altri 50 nel sax. Ma dopo 2 minuti non bastano. I nostri fondi sono limitati, allora continuiamo per altri 15 minuti e la nostra prima Trubaca ci lascia. Seguiranno altre nella nostra breve permanenza.
La sera, poi la notte e la mattina continuano così. Si va per le strade del villaggio continuando a mangiare, bere e ballare senza tregua. Infine, con le prime luci dell’alba, prima di prendere la strada della nostra tenda si va a rendere omaggio alla statua del trombettista di Guča e a bere l’ultima rakja alla salute di questo popolo straordinario.
www.ziguline.com

I fratelli sberleffi

Come si fa a non essere persi in amore per questo ragazzo ... ??????


Tuesday, March 2, 2010

Imparare il croato cantando

Allora ditelo! Ditelo che mi volete far venire i lacrimoni!
Anno 2003, Serbia ancora nel più totale sfacelo dopo il nostro intervento umanitario. Io e mia figlia in un piccolo negozio di cd a Cacak. Mia figlia che fa incetta di cd che acquistiamo a un euro l'uno e sono tutti cantanti famosi e Dejan che mi dice: "Lina questo te lo regalo io, come segno di affetto per cio' che fai per noi" e mi regala Mirakul di Gibonni.
Io scoppio a piangere e l'unica cosa che so' dire è : "Grazie, è la prima volta che vedo una doppia in Serbia"
La reliquia ce l'ho adesso fra le mani. Grazie Dejan, grazie Serbia, grazie blog favoloso che me lo hai ricordato !






Možda i dogodi se čudo
Forse succede un miracolo
i onda uspijem prešutjeti teške riječi i sve grubo
e riesco a sottacere (sorvolare) le parole pesanti e tutte le cose brutte
sve što ljudi govore kad se više ne vole
tutto ciò che la gente dice quando non si ama più

Možda se jednom rodi nada
Forse un giorno nascerà la speranza
i onda uspijem ti priznati da si najbolja do sada
e allora riesco ad ammetere che finora sei la migliore
da s tobom ni jedna ne može se mjeriti
che con te nessuna può misurarsi/competere

Nema pravila tu nema pameti kad nastupi tišina
non ci sono regole, qui non ci sono ragioni (non ha senso) quando compare il silenzio
mi smo dvoje ljudi što se ne mogu razumjeti
siamo due persone che non riescono a capirsi

I činim pravu stvar ne spominjem te ja
e faccio la cosa giusta a non menzionarti
jezik pregrizem da ne bi opsovao
mordo la lingua per non insultare
ovaj život što ga dijelim na pola
questa vita che divido a metà
i kada poželim te ja
e quando ti desidero
jezik pregrizem da ne bi opsovao
mi mordo la lingua per non insultare
ovaj život što ga dijelim na pola
questa vita che divido a metà

Što je moje što je tvoje
Cos'è mio, cos'è tuo
ja tako ne mogu razmišljati
io non posso ragionare così
sve smo gradili u dvoje
abbiamo costruito tutto in due
i sve iz temelja sad ćemo podjeliti
e ora divideremo tutto dalle fondamenta
kome noć a kome dan
a chi la notte e a chi il giorno
ne tu nema pameti
no, questo non ha senso
kad nastupi tišina
quando compare il silenzio
mi smo dvoje ljudi
siamo due persone
što se ne mogu razumjeti
che non possono capirsi

I činim pravu stvar ne spominjem te ja
e faccio la cosa giusta a non menzionarti
jezik pregrizem da ne bi opsovao
mordo la lingua per non insultare
ovaj život što ga dijelim na pola
questa vita che divido a metà
i kada poželim te ja
e quando ti desidero
jezik pregrizem da ne bi opsovao
mi mordo la lingua per non insultare
ovaj život što ga dijelim na pola
questa vita che divido a metà

Canzoni croate




Friday, February 26, 2010

Saran na slovenski nacin










Basta, oggi sia quel che sia, ci dedichiamo alla cucina !
Prepariamo la carpa alla slava.

1 kg di carpa o una carpa da un kilo
800 gr.di patate
3 cucchiai di olio
80 gr di pancetta affumicata
1 cucchiaio di peperoncino rosso dolce in polvere
prezzemolo, sale e pepe

Squamare la carpa e rimuovere le interiora e la testa, lavare e scolare.
Tagliare in fette spesse. Bollire la testa in un po' d'acqua.
Sbucciare le patate, tagliarle in fette sottili e cospargerle di sale.
Tagliare la pancetta in striscioline e tritare il prezzemolo.
Ungere una teglia con l'olio, disporvi metà delle patate e cospargere con peperoncino rosso dolce, prezzemolo e pepe bianco.
Mettere i pezzi di pesce sopra le patate, cospargerle di sale, coprire le patate rimanenti e cospargere ancora con peperoncino rosso dolce, prezzemolo e pepe bianco.
Friggere dolcemente la pancetta e versarla sopra le patate.
Versare il liquido in cui è stata cotta la testa di carpa

A questo punto non ho più la traduzione e consiglio di mettere tutto in forno.
Se scoppia è perchè non andava in forno!





Wednesday, February 24, 2010

Cecilia Ferrara e "La notte dei cristalli di Sarajevo"








Il bello di questo blog è che si viene in contatto con gente favolosa e con quello che sta succedendo in Italia tra corruzione e mal affare, parlare con gente onesta è veramente una boccata di ossigeno.
E' così che siamo rimasti colpiti da questa simpaticissima e solare giornalista: Cecilia Ferrara.
In particolare io sono rimasta colpita da un suo vecchio articolo sulla notte dei cristalli di Sarajevo.
Chiunque si occupa di Balcani deve sapere cosa è successo in questa notte e ovvero la persecuzione a suon di manganelli contro gli omosessuali.
Io rabbrividisco mentre scrivo.
Forse perchè sono di Torino e dopo le olimpiadi abbiamo avuto una meravigliosa festa con 6 km di sfilate e canti e balli e musica e pace.
In campagna il gatto della mia vicina è gay. E' una colpa? E' la natura.
Si puo' condividere o non condividere, parlarne, ma massacrare di botte ragazzi e ragazze, giovani e anziani, giornalisti che cercavano unicamente di fare il proprio lavoro.. è un po' troppo.
Eppure sembra che questo copione si rappresenti in tutto l'est. Vuol dire che all'ovest siamo più emancipati?
Non credo, probabilmente vuol solo dire che i tempi devono cambiare e cambiare in fretta, poichè la violenza non porta a nulla.
Detto questo pero' devo dire che certe esagerazioni che vedo in alcuni cortei non piacciono nemmeno a me e rovinano tutto 




SARAJEVO. LA JUGO CANTA PER LA PACE

  Yutel za mir (28.07.1991.)