Saturday, July 16, 2011

Djiana Pavlovic. RAI3 a Cominciamo Bene






Siamo senza parole davanti alla bellezza, alla dolcezza e alla cultura della fantastica Dijana Pavlovic.
Complimenti senza fine !

Secondo il rapporto 2011 di Amnesty International “In Italia discriminazioni contro rom e migranti e clima di crescente intolleranza anche verso gay e trans”.
Ci offende questo rapporto o dobbiamo riconoscere che in Italia le discriminazioni sono tante? Le donne sul lavoro hanno gli stessi trattamenti degli uomini? Uomini e donne di altre religioni ci fanno paura? Le persone con handicap sono tutelate? Esiste parità di trattamento verso gente di altra razza o origine etnica?
In studio Vladimir Luxuria, l’attore Ferdi Berisa, il giornalista Francesco Palese e le attrici Dijana Pavlovic e Antonella Ferrari.

Dijana Pavlovic - RAI3 * Cominciamo Bene * 12 Luglio 2011
Jos Dijana Pavlovic
Dijana Pavlovic
Intervista a Dijana
Dijana Pavlovic per "Dosta!"
Dosta
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari - Bertolt Brecht

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.....



Thursday, July 14, 2011

Il racconto di Carlotta. Prima parte







Sapete bene che qui piovono solo favole, ma qualche volta piovono delle favole molto particolari ! Carlotta è una di queste. E' capitata per caso non molti giorni fa, ma ci ha fatti subito innamorare d'immenso ! Il suo racconto è fantastico.
Colgo l'occasione per raccontarvi una storia vera che non abbiamo ancora pubblicato.
La notizia c'è arrivata da un testimone e riguarda un convoglio di circa 12 camion che era partito da Sarajevo per l'entroterra bosniaco. Il convoglio era preceduto da un carro armato Onu. Ogni 20 km un commando di banditi fermava l'ultimo camion, costringeva l'autista e il passeggero a scendere e a continuare a piedi, rubava il camion e scappavano nella direzione opposta al convoglio di aiuti umanitari. Quando c'è stato solo più un camion, i militari hanno parlato un po' tra loro e poi hanno deciso di scaricare gli aiuti umanitari a terra e far salire sul camion tutti i volontari con qualche provvista di farina e zucchero che si poteva lasciare sul camion. Così.. all'enclave sono arrivati circa una ventina di persone affamate che hanno peggiorato in maniera decisiva le condizioni di vita dell'enclave già sofferente. Tutto accadeva in Bosnia nel 1995.


Il tour “Beati i Costruttori di Pace”, esclusiva confezione clericale di probe intenzioni verso un mondo di cittadini e non di vittime, ha programmato una vacanza in Bosnia: tappa di ferragosto a Sarajevo. La Jugoslavia è ancora teatro di guerra, un eccitante per chi in guerra non sta più da mezzo secolo, desiderabile come un allucinogeno per chi aspiri a migrare da vacanze borghesi, stesso cielo, stesso mare. Anch’io sono stufa di acque lisce come l’olio e di cieli sempre blu.
Alcune care persone a me vicine si coalizzano per bardarmi di sarcofago da mummia (modernamente detto sacco a pelo), gommapiuma da spiaggia elevata al grado di materasso di sopravvivenza, zaino da scolaro modello, marsupio antiscippo, giubbino color giallo-cedro-del-Libano, omaggio della Cassa di Risparmio, vagamente somigliante a una giacca a vento, micro-pila multiuso: il nemico non ti vede e tu non vedi il nemico neanche se fosse un carro armato, catarifrangente anti killer-strade di notte.
Un secondo affettuoso nucleo di miei simpatizzanti, attenti lettori delle istruzioni di viaggio prodotte dai “Beati Costruttori di Pace”, mi procaccia antibiotici a largo spettro, disinfettanti per acque da colera, bende stretch, garze, ginocchiere, gallette ricordo dei fanti italiani (prima guerra mondiale), pane nero ricordo dei soldati tedeschi (guerre mondiali 1 e 2), formaggio duro da emigrante formato XIX secolo.
Su mia personale ispirazione, ficco nello zaino lo scialle della nonna che abitava in una ghiacciaia, un maglione da gran sera in Alaska e una masnada di profumi pestiferi quanto basta a sbaragliare fragranze corporali da carenza d’acqua e sapone. Unico gioiello, una borraccia girocollo verde smeraldo.
Dopo aver messo K.O. nei corridoi del treno un congruo numero di passeggeri che hanno osato scontrarsi col mio rimorchio da viaggio, raggiungo la parrocchia di San Lorenzo, punto di raccolta nei paraggi di Bologna. Qui si svolge l’addestramento alla villeggiatura bosniaca.
Tre giorni di manovre. La prima s’intitola “Passeggiata sulle nuvole”, un day-dreaming. E come in un sogno ad occhi aperti, vengo issata a mezz’aria per andare a spasso sopra un ponte di mani intrecciate, quelle dei “beati” compagni di vacanza che stanno lì sotto a farsele pesticciare, la faccia appannata da una cristiana rassegnazione o illuminata dalla strazio nell’aver fede nel prossimo a tutti i costi. Una fiducia demenziale nel prossimo è, appunto, il target della passeggiata sulle nuvole. Si tratta di traballare lungo una passerella di mani mosce.
Dopo, mentre gli altri contano i moncherini, io mi accaparro il letto del prete.
Sveglia alle tre di notte. Ordine di uscire all’aperto, mano nella mano. Non m’illudo di danzare al chiaro di luna, ma chissà… Il ballo c’è, senza musica, quello di San Vito, a rotta di collo in catena e occhi bendati nelle tenebre. Via, sempre tenendoci per mano, finché il “beato” davanti a me, al galoppo, intanto che io mi concedo un leggero trotto, non mi sgancia in una buca.
Stop all’alba. Qualcuno mi leva dalla buca. Succinta comunicazione a una torma di sfiatati: gli organizzatori hanno voluto propinarci il brivido di un’emergenza da bombardamento. Beati i costruttori di pace che si danno a questo genere di costruzioni!
Due ore di riposo, poi via libera verso la villeggiatura, riservata però a chi ha firmato l’impegnativa di esonerare la beatifica istituzione da qualsiasi risarcimento in caso di decesso, ferite, mutilazioni, modifiche varie ed eventuali nel corpo e nello spirito.
Zitti zitti, in fila indiana, un violino davanti e uno di dietro, a Spalato siamo in duecento con l’aureola della beatitudine. Ci guida il nostro maestro di sortite anti raid, una specie di Che Guevara, come sarebbe se fosse andato avanti negli anni, ma soprattutto uno sportivo consunto da scatenati girotondi nelle notti senza luna e da grandinate di pestoni sulle mani a opera dei tanti “beati” in marcia fra le nuvole.
La hit-parade dei nostri vessilli di pace fa pendant con gli stendardi che ci salutano, o così pare, dai motoscafi e dagli yacht ancorati nella rada.
I passanti camminano nel sole, prendono distrattamente i nostri volantini che invitano a flemmatiche convivenze. Bar e negozi aperti, gelati, coca cola, mercato verde-rosa di frutta e ortaggi. Una delusione. Dopo le manovre in parrocchia ci aspettava almeno un po’ di guerra. Va bene, una certa gioia di vivere non guasta; qualche giorno fa i serbi hanno bombardato Dubrovnik...
Fine prima parte

Prosegue qui



Thursday, July 7, 2011

Dal nostro inviato speciale !




Messaggero Veneto 28/06/11
FIAMME SUL CONFINE... 20 ANNI DOPO
Jugoslavia in frantumi e alla Casa Rossa fu una battaglia lampo.
Il 25 giugno 1991 la Slovenia e la Croazia proclamano l’indipendenza
Il 28 i tank di Belgrado vengono respinti a Nuova Gorizia
di Pietro Oleotto


All’inizio del giugno di vent’anni fa, la Jugo, a Gorizia, cominciava con una lunga fila per andare a fare benzina, la Croazia era solo il mare di Istria e Dalmazia e Ratko Mladic – che nel ’95 sarebbe diventato il “boia di Srebrenica” – un generale dell’Armata Popolare. Quell’Armata che in quei giorni fu spedita in assetto da guerra, sfoderando i cingoli dei tank, a presidiare i confini della "Repubblica socialista federale" la cui unità mostrava crepe evidenti. Qui, da questa parte, si notavano a stento, anche se si sapeva che non era più il paese descritto con una famosa frase dal padre fondatore: «Noi in Jugoslavia dobbiamo dimostrare che non esistono maggioranze e minoranza». «Mi moramo u Jugoslaviji pokazati da ne može biti manjine i vecine», come aveva declamato il maresciallo Josip Broz Tito, scomparso undici anni prima.
Nel 1991 non solo esistevano maggioranze e minoranze; c’era la forza centrifuga dei nazionalismi azionata dalla Serbia di Milosevic che avrebbe portato prima alla disgregazione dello Stato, poi agli orrori della guerra civile. Così il 25 giugno Slovenia e Croazia proclamarono la propria indipendenza e il giorno 28 bisognava essere oltre confine, da italiani, per testimoniare cosa succedeva alle porte di casa. Cosa ci facevano quei carri armati tra la gente, qualche metro dopo il valico internazionale della Casa Rossa? “Di là” si combatteva o il passaggio storico era pacifico? Alle cinque del pomeriggio si diceva che sulla strada statale che collega Lubiana con Nuova Gorizia sarebbero passati i rinforzi dell’esercito federale per raggiungere gli avamposti piazzati sul confine: lasciata la redazione isontina del Messaggero Veneto, la Mercedes del nostro fotoreporter, Nello Visintin, una mezz’ora dopo era già ad Aidussina, dove il segnale italiano del telefono veicolare (una cornetta agganciata a un’enorme scatola nera di metallo, i cellulari erano una rarità) si perdeva inesorabilmente. Bisognava fermarsi, ma non per l’assenza di comunicazioni con il giornale, dove il capo servizio Vincenzo Compagnone coordinava il lavoro tenendo i contatti con Udine, bensì perchè sulla striscia d’asfalto del ponte sul torrente Hubel la gente del paese aveva piazzato i mezzi pesanti in proprio possesso, a spina di pesce, per sbarrare la strada ai cingolati comandati da Belgrado.
Era il primo segnale che c’era una regia slovena per impedire l’espandersi a macchia d’olio di un eventuale conflitto attraverso l’opera della milizia territoriale, la Teritorialna Obramba. Dieci minuti, venti, trenta, un’ora. Poi qualcuno si avvicina: «Italiano, torna a Nuova Gorizia, là sta succedendo qualcosa». La statale è deserta, il cambio automatico della macchina scala marce lunghe per assecondare la nostra volata di ritorno verso il confine: Crnice, Vitovlje, Sempas.
A circa un chilometro da Casa Rossa un posto di blocco: documenti. È la polizia slovena. «Volete passare? A vostro rischio». Rischio? Di cosa? Parcheggiamo e cominciamo a correre verso il valico lungo il rettilineo che gli sta di fronte, fino a quando non sentiamo un’esplosione fortissima. Siamo a pochi metri dai distributori Petrol, deserti, mentre dal carro armato al centro della strada si alza una colonna di fuoco. La Nikon reflex di Visintin scatta a ripetizione, la mia tasca gonfia di rullini di pellicola (altro che digitale!), si svuota in un amen: sono steso a pancia in giù sotto una vecchia Zastava 750 – la 600 Fiat “potenziata” fatta a Kragujevac –, quando sento un rumore metallico alla destra della mia testa.
A un miliziano sloveno è appena caduto un caricatore da kalashnikov: lo raccolgo e lo consegno prontamente. I territoriali hanno attaccato a colpi di bazooka i tank dell’Armata Popolare, presa di sorpresa: quattro i morti in quell’inferno. Le lingue di fuoco si alzano alte dalla torretta di comando e ipnotizzano i soldati che vengono catturati in massa con qualche raffica di mitra. Dopo una manciata di minuti siamo infatti in un grande cortile a poche centinaia di metri dal confine, dove assistiamo a una scena da film: i militari dell’esercito sono disarmati, in piedi e in fila, con le mani dietro la nuca.
L’attacco sloveno è riuscito, Casa Rossa è sotto controllo e la gente comincia a uscire dalle case. E mentre i prigionieri sfilano di corsa al comando dei vincitori si sente il rumore dei sassi lanciati contro i loro elmetti che nascondono facce impaurite e tratti somatici macedoni, kosovari, montenegrini. Era la politica dell’Armata: mai fare il soldato a casa. Con il pestare degli anfibi sull’asfalto e le accelerate dei camion che caricano la paura e lo smarrimento di quei ragazzi – per portarli nella caserma di Deskle sulla strada per Canale – cala anche la tensione.
Riprendiamo la macchina, comunichiamo alla redazione che abbiamo delle foto da pubblicare, raccontiamo attraverso il telefono veicolare la battaglia alle porte di Gorizia. E cerchiamo una via d’uscita attraverso l’altro valico internazionale, quello di Sant’Andrea, quello dell’autostrada. Ma al secondo incrocio dopo l’abitato di San Pietro (e l’ennesimo posto di blocco) le vie tornano deserte: in lontananza il cannone di un tank federale segue la nostra Mercedes nel suo tragitto e dopo lo svincolo è chiaro che siamo in trappola.
Le sbarre del confine jugoslavo sono abbassate, impossibile raggiungere l’Italia dove la nostra polizia è in presidio, armata, dietro dei sacchi di sabbia. Ma quando giriamo la macchina, dopo qualche centinaio di metri in senso inverso, ci accorgiamo di non essere più soli: dalla vegetazione esce una sentinella mimetizzata, urla qualcosa in serbo; Visintin piazza una retromarcia che copre il rumore di una raffica in aria e nel momento del “rinculo” dal finestrino aperto spunta una canna. Catturati. Hanno la stella rossa sul copricapo, ci credono delle spie pronte a rivelare le loro posizioni agli sloveni della Territoriale. Sono dell’Armata federale, sono in guerra, una guerra civile.
Fuori dalla macchina la perquisizione: spariscono i rullini, resistono solo quelli nascosti sotto i tappetini della vettura. Mezz’ora dopo – bontà loro – ci alzano la sbarra di qualche centimetro, tanto che l’antenna piazzata al centro del tetto fatica a passare. Ci è andata bene, possiamo raccontare cosa sta succedendo, con parole e immagini. Neanche un graffio, mica come quel povero soldato scappato oltre il confine durante l’attacco e colpito a un gluteo prima di essere accolto in Italia.
Il giorno dopo andai in ospedale a sentirlo. Giovanissimo, biondo, occhi azzurri era un croato: «Faccio il contadino», mi disse quasi volesse far felice la memoria di Stjepan Radic. «Ci avevano detto che dovevamo difendere la nostra terra da voi italiani». Era cominciato il decennio delle bugie. Curato, fu rispedito a casa, nell’entroterra di Zara. Chissà se per lui fu l’ultima divisa vestita. Se vide l’Operazione tempesta, la terribile Operacija oluja del generale Ante Gotovina, o se raggiunse Metkovic per sostenere l’identità croata dell’Erzegovina. Storie tormentate di quest’ultimi vent’anni nei Balcani, quasi un effetto domino da quel 28 giugno 1991, quando fu difesa l’indipendenza della Slovenia attraverso delle battaglie lampo ai valichi, come quello di Casa Rossa. Là dove adesso non c’è più un confine, dove si paga in euro, dove è Europa ed è tutto diverso. Meno il prezzo della benzina, sempre più basso: ma almeno non si fa più la coda.

Grazie Pietro... non avremo mai abbastanza parole per dire quanto sei favola ! Grazie dal profondo del nostro cuore .. e dire che tutto il nostro amore per te è iniziato con una litigata !!!!

Pietro.. una favola senza fine
Dedicato a Pietro
I nostri cari motomuloni !
Luca e Pietro a Ljubljana


Saturday, July 2, 2011

Il giorno di San Vito visto da Antonio

Antonio ci regala delle pagine fantastiche !






San Vito è venerato come santo martire dalla Chiesa cattolica ed è un Santo molto importante anche per la Chiesa ortodossa serba e quella bulgara; la sua ricorrenza è osservata nel giorno del 15 giugno del Calendario gregoriano che corrisponde al 28 giugno del Calendario giuliano.

L'Assemblea del popolo serbo del Kosovo e Metohija, come annunciato da Slobodan Samardzic, ha visto la luce il 28 giugno, una data simbolica e ricorrente
nell'intera storia di sangue e disgrazie dei Balcani: il giorno di San Vito, controverso anniversario della battaglia di Kosovo Polje, quando il principe
Lazar venne annientato assieme ai suoi uomini sulla piana dei merli (Kos-merlo) dai turco-ottomani. Il 28 giugno 1389 (Vidovdan) è tema dei grandi poemi
dell'epica serba cui hanno fatto seguito, fatalità del destino, anche le tragedie balcaniche ed europee. 28 giugno 1914: assassinio di Francesco Ferdinando;
28 giugno 1919: Trattato di Versailles; 28 giugno 1989: durante il 600° anniversario dalla battaglia di Kosovo Polje Milosevic tiene il discorso di esaltazione della nazione serba. Il giorno di San Vito, divenuto il topos della definizione identitaria serba, ritrae e raffigura il nazionalismo più crudo - un'intollerabile piaga che soverchia le ingenue ambizioni europee. Vidovdan, a dispetto delle forzate tensioni europeiste, riecheggia nelle menti e nelle coscienze alla stregua di un pericoloso ideale ultranazionalistico, epurato dal mito religioso, scientemente sottratto alla memoria collettiva al solo scopo di dare maggior spazio alla strumentalizzazione e alla retorica.

Il Vidovdan è la ricorrenza religiosa in cui ricorre la memoria del martirio di San Vito osservato dalla Chiesa ortodossa serba e da quella bulgara nel giorno del 15 giugno del Calendario giuliano e che corrisponde al nostro 28 giugno del Calendario gregoriano. In Bulgaria è chiamato Vidovden o Vidov Den e la sua particolarità è ben conosciuta soprattutto nella parte occidentale del paese.




Il Vidovdan è anche data di una certa importanza storica:

il 28 giugno 1389, la Serbia combatte contro l'Impero Ottomano nella Battaglia di Kosovo Polje.
il 28 giugno 1914, l' assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando d'Austria erede al trono dell'Impero Austro-Ungarico e di sua moglie la Duchessa Sofia
a Sarajevo è la miccia che farà scoppiare la prima guerra mondiale.
il 28 giugno 1919, viene firmato il Trattato di Versailles mettendo fine alla prima guerra mondiale.
il 28 giugno 1921, il Re serbo Alessandro I di Jugoslavia promulga la Costituzione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, passata alla storia come la
Costituzione del Vidovdan (Vidovdanski ustav.)
il 28 giugno 1948, il Cominform pubblica, su iniziativa dei delegati del suo Soviet: Shdanov, Malenkov e Suslov, la "Risoluzione sullo stato della Lega dei
Comunisti Jugoslavi" condannandone la loro "laedership" - ciò comportò la rottura finale tra Unione Sovietica e Jugoslavia.
il 28 giugno 1989, — nel 600° anniversario della Battaglia di Kosovo Polje — il leader serbo Slobodan Miloševic tiene il famoso discorso sull'origine serba
del luogo dove è stata combattuta la storica battaglia.
il 28 giugno 1990, un progetto di revisione della Costituzione Croata, che elimina il riferimento ai Serbi nella costituenda nazione di Croazia, viene
rivelato dal Presidente croato Franjo Tudman.
il 28 giugno 2001, il vecchio leader Miloševic viene trasferito in stato di arresto presso l'Aja per affrontare il processo per crimini contro l'umanità.
(Morirà in prigione.)
il 28 giugno 2006, il Montenegro viene proclamato 192° Stato membro delle Nazioni Unite.

In questo video potete vedere Gordana Lazarevic nelle enclavi serbe in Kosovo. Le enclavi sono veri e propri centri di concentramento in cui i serbi vivono accerchiati dal filo spinato e necessitano di scorta armata per andare a scuola o all'ospedale. 

Vidovdan


Kud god da krenem
Tebi se vracam ponovo.
Ko da mi otme
Iz moje duše Kosovo
Wherever I go
I will be back, you know.
Who can rip away
Kosovo from my soul

Vidovdan visto da Francy
Il nostro post del 2009
Oj Kosovo, Kosovo




Wednesday, June 29, 2011

Fantasticcissimo Vittorio !

Davvero incredibile il carissimo Vittorio Filippi ! Ha pubblicato due articoli niente meno che sull'Avvenire e sul Corriere del Veneto e, a parte qualche piccola particolarità su cui si può discutere, trovo che siano molto attinenti alla realtà !
Bravo Vittorio !






Jugoslavia, un sogno mancato.
Lubiana, sera del 25 giugno 1991. Sale sul pennone la nuova bandiera della Slovenia, simbolo dell’indipendenza: la stella rossa non c’è più, sostituita dal Tricorno, il monte più alto del nuovo Stato ma anche luogo della mitologia slovena. Fa caldo, la piazza davanti al Parlamento è gremita di gente, sfila la Difesa territoriale, in pratica il nuovo esercito. Il momento è storico: parla il presidente Kucan, ex comunista, l’uomo dello strappo con Belgrado. Due Mig sorvolano minacciosi la capitale e, alle prime ore del mattino, si muoveranno i carri armati federali. È la guerra, la prima in Europa dopo quarantasei anni di pace. Ma è anche la fine della Jugoslavia socialista, che per la seconda volta nel Novecento – dopo l’esperienza della Jugoslavia monarchica dei Karagiorgevic – si sfalda. In realtà la secessione slovena e croata di vent’anni fa ha radici lunghe, già i solenni funerali di Tito del maggio 1980 fecero presentire la difficoltà del tenere insieme un mosaico complesso e fragile composto da sei repubbliche, due province autonome, quindici etnie, ventiquattro nazionalità, due alfabeti, tre religioni. Tutti gli anni Ottanta, morto il leader fondatore, icona storica della seconda Jugoslavia, si consumarono nella sistematica erosione di quella "unità e fratellanza" che ufficialmente doveva non solo tenere insieme il Paese, ma anche rimuovere gli eccessi balcanici di rancori e rivalità che la seconda guerra mondiale aveva seminato.

Favoriti dalla farraginosa costituzione del 1974, i vari Stati della federazione si muoveranno sempre più per conto loro ignorando il centro federale e, quel che è peggio, andando sempre meno d’accordo. Circolava una amara battuta: se la Jugoslavia si disintegrasse, le repubbliche non se ne accorgerebbero. La stessa autogestione, una sorta di "socialismo di mercato" che avrebbe dovuto dare le fabbriche agli operai, in realtà non solo moltiplicò le burocrazie rosse (la "nuova classe" denunciata da Gilas, il grande eretico jugoslavo) producendo disastrosi risultati economici, ma germinò interessi particolaristici e corporativi che alimentarono la frammentazione finale. Frammentazione che, ben preparata dalla sbornia dei nazionalismi etnocentrici negli anni Ottanta e divenuta vera e propria guerra nell’estate del 1991, divorò gli anni Novanta in un’orgia di violenza che ebbe il suo incredibile epicentro in Bosnia, la "piccola Jugoslavia" in cui si accentuavano le contraddizioni e le complessità del Paese. Una violenza che si accanì anche contro tutto ciò che ricordava la memoria comune come simboli, monumenti e toponomastiche. Come fanno popoli così piccoli ad essere così cattivi tra di loro, si chiedono attoniti i personaggi di Balcancan, il bel film del macedone Mitrevski. Per una specie di ellisse storica, i vent’anni di convulsioni che dissolsero la Jugoslavia federale iniziarono nel piccolo Kosovo, patria dell’epica serba, già l’anno dopo la morte di Tito e qui si conclusero nel 1999 con l’intervento della Nato e l’avvio dell’indipendenza di Pristina.

Oggi, a vent’anni dall’esplodere delle guerre infra-jugoslave, rimane il dolore di uno spreco storico gigantesco che ha bruciato – oltre a quasi centomila vite solo in Bosnia – l’idea stessa di un Paese, quell’antico sogno illirista di riunire gli Slavi del sud che oggi sopravvive nella cosiddetta "jugonostalgia". Uno spreco i cui costi economici ed antropologici continueranno a pesare, anche se gli odi si sono stemperati, molti – non tutti – criminali di guerra sono stati raggiunti e la Croazia si appresta a divenire il ventottesimo membro dell’Unione Europea. Problematiche rimangono le realtà della Bosnia e del Kosovo. Nella prima, nemmeno la dolcezza struggente delle sue sevdalinke può nascondere la mostruosità della posticcia costruzione statuale concepita a Dayton, fatta di due entità e di un distretto autonomo, con tredici costituzioni, quattordici governi con circa cento ministri e diverse magistrature. E uno e bino appare anche il Kosovo, tanto che poche settimane fa il ministro serbo dell’Interno, il leader socialista Dacic, ha semplicemente proposto di spartirlo tra Albania e Serbia «prima che sia troppo tardi». Insomma la disintegrazione potrebbe ancora continuare, instancabilmente, mentre perfino i censimenti fanno paura ai nazionalisti che non osano contarsi. La Jugoslavia è scomparsa dalle carte geografiche, ma la "balcanizzazione della ragione" – come la chiama la filosofa zagrebese Ivekovic – sembra persistere.
Vittorio Filippi
Tratto dall'Avvenire


Guardiamo (bene) l'ex Jugoslavia
Vent'anni fa il crollo del «mosaico»
Esattamente venti anni fa, con la secessione della Slovenia e della Croazia, iniziò a rompersi quel fragile mosaico chiamato Jugoslavia. Fu un processo lungo, occupò tutti gli anni Novanta - fino alla guerra del Kosovo del 1999 - e ci mise di fronte a violenze che pensavamo di non vedere più. Soprattutto sulla porta di casa. E sulla porta di casa c’era anche il Veneto, che con la Jugoslavia ha avuto, nel tempo, diversi confronti. Il primo, ricordato ormai dai più anziani, riguarda gli eventi terribili della seconda guerra mondiale, con l’occupazione italiana in cui molti soldati veneti scoprirono la durezza di una presenza militare che proprio in Veneto portò due campi di concentramento - a Chiesanuova e a Monigo - per resistenti sloveni e croati. Poi la violenza invertì la direzione e ci fu addirittura il rischio che il Veneto si trovasse a confinare con la cosiddetta settima repubblica federativa jugoslava, composta dal Friuli orientale e dalla Venezia-Giulia. Anni durissimi quelli del dopoguerra, che videro il vicino Friuli in una prima linea di violenze e di passioni ideologiche fortissime che produssero infoibati ed una pulizia etnica che prese il nome di esodo.
Dei 150 mila profughi che arrivarono in Italia ben 66 mila rimasero in Friuli, ma il Veneto, ospitandone 18 mila, fu la seconda regione italiana per accoglienza. Poi tutto si stemperò e negli anni Ottanta esplose l’amore turistico-balneare per le coste jugoslave (oggi diremmo croate, ma all’epoca la suddivisione delle repubbliche era alquanto vaga): ammettiamolo, era un amore anche un po’ interessato dato che i costi - a causa della crisi economica jugoslava e del dinaro svalutatissimo - erano talmente contenuti da farci sentire tutti benestanti. Ma per i giovani post-ideologici di quegli anni che vivevano nel Veneto del secondo boom economico la Jugoslavia ormai a sua volta post-titoista presentava davvero caratteri edenici, dal mare blu cobalto ai piatti di pesce a buon mercato, dal naturismo disinvolto ai paesaggi mozzafiato. Poi, appunto vent’anni fa, l’inizio della fine. Una fine che culminò nel 1999 con l’attacco aereo della Nato contro la Serbia di Milosevic, attacco che coinvolse intensamente anche la base veneta di Istrana. Le convulsioni degli anni Novanta portarono in Veneto migliaia di ex- jugoslavi in fuga dalla guerra e dalle crisi: sono soprattutto serbi, macedoni, bosniaci, kosovari. E con una particolarità: la loro forte concentrazione proprio in Veneto. Di tutti i serbi residenti in Italia, ben un terzo di loro vive in Veneto e su percentuali simili sono anche i croati ed i bosniaci. Ancora oggi - è l’inerzia linguistica - c’è chi dice di andare in vacanza in Jugoslavia, anche se di quel complesso mosaico conosciamo turisticamente solo la Croazia (tra due anni nuovo membro dell’Unione Europea: non chiamiamoli più extracomunitari). E’ un peccato, perché ciò che fu la Jugoslavia non è il tenebroso «hic sunt leones» dell’Europa, ma un’area che davvero merita tutta la nostra curiosità. Di viaggiatori, più che di turisti.
Vittorio Filippi
Tratto dal Corriere del Veneto

Una canzone dedicata a tutti gli jugonostalgici : Pljuni i zapjevaj moja Jugoslavijo
Ricordo anche il nostro post sugli EKV e la famosa canzone Idemo che aveva tristemente previsto tutto cio' che sarebbe successo molto molto prima che succedesse


Monday, June 27, 2011

Marko Kon - Cipela






Ci voleva proprio un po' di musica !
Marko è di una simpatia incredibile 
E' un cantante e musicista di Belgrado e ha partecipato all' Euro festival nel 2009 con Milan Nikolic.
La sua canzone "cipela" è stata purtroppo eliminata in semifinale.
Abbiamo scelto un video carino pensando che sarà molto gradito ai nostri amici di Napoli!!!

Per vedere il video cliccare esattamente : QUI

Moјa stara cipela, pola sveta videla
Gde god da stanem tu mi dom
Tamo pa ‘vamo, istok pa zapad
Ma gde god stigao bio sam na svom

Hvata me panika, ta stara navika
Srce bi krenulo za njom
A јa budala, stara
Ma sve nek propadne, teraću po svom

Niјe, niјe, niјe me htela
Sve dok pare ne skupim
Ma more niјe, niјe, niјe, niјe, niјe me želela
Dok se ne obogatim
Sasvim

Moјa stara cipela, pola sveta videla
Gde god da stanem tu mi dom
Tamo pa ‘vamo, istok pa zapad
Ma gde god stigao bio sam na svom

Hvata me panika, ta stara navika
Srce bi krenulo za njom
A јa budala, stara baraba
Ma sve nek propadne, teraću po svom

Niјe, niјe, niјe me htela
Sve dok pare ne skupim
Ma more niјe, niјe, niјe, niјe, niјe me želela
Dok se ne obogatim

Niјe, niјe, niјe me htela
Sve dok pare ne skupim
Ma more niјe, niјe, niјe, niјe, niјe me želela
Dok se ne obogatim
Sasvim

Niјe, niјe, niјe me htela
Sve dok pare ne skupim
Ma more niјe, niјe, niјe, niјe, niјe me želela
Dok se ne obogatim

Niјe, niјe, niјe me htela
Sve dok pare ne skupim
Ma more niјe, niјe, niјe, niјe, niјe me želela
Dok se ne obogatim
Sasvim

La traduzione in inglese

Friday, June 17, 2011

Jugoslavia. Di Maurizio Esposito








In Jugoslavia qualcosa è cambiato
non solo il nome che gli fu dato
ma la vita di tanti giovani
che non ci son più.

In un campo che ricorda il pallone
ci son croci, ricordi, ossessioni
di una guerra fatta,
di tanti "ma perché".

Una guerra per le etnie
fra ragioni che sono follie
e i bambini che a giocare
non ci van più.

Tra progetti di un'altra vita
spunta il sole e un'altra notte è finita
una notte fatta di stenti, chissà perché

Il dolore certo non conta
ciò che conta è una parziale rimonta
di una terra che di dolore
non ne può più.

In un mondo che è solo bugie
ci sono angosce, le tue e le mie
ma di cambiare non si parla, chissà perché

La guerra finisce e arriva la pace
la terra si divide, ma sotto chi giace, giace
gente che il sole mai più vedrà.

Dal sito di Maurizio
Io canto la vita