Gennaro è un amico che ci segue da tempo. Ha raccolto il nostro invito a raccontare i viaggi balkanici e lo ha fatto cosi' dettagliatamente che abbiamo deciso di fare diverse puntate. Prima di questo brano c'è una descrizione dettagliata del suo viaggio in aereo dall'Italia a Budapest. Ci piacerebbe tanto che anche gli altri pubblicassero i loro viaggi in maniera da avere un po' tutti i paesi rappresentati. In questo momento ci mancano dei viaggi in Albania e in Macedonia. mentre stiamo per concretizzare un bel tour a Pristina, città che abbiamo tutti nel cuore. Grazie Gennaro ! (questa è l'introduzione di Lina e Sajkaca ha messo le foto)
Dal diario di Gennaro:
Subotica
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..Uscii, mi persi, raggiunsi un vialone, chiesi la strada: a Budapest non ho incontrato nessuno che parlasse inglese. Fortuna volle che si trovasse lì (era una fermata del tram) un rumeno che dopo avermi detto su che mezzo salire, dove scendere e poi che strada fare, sempre in italiano, che il cibo migliore del mondo è ungherese ma che le donne più belle del mondo sono rumene. Salii sul tram e svolto il percorso indicatomi fino alla stazione, appena in tempo per scansarmi un violentissimo temporale.
La stazione è molto bella: una lunga galleria in vetro e ferro inizio novecento, stile liberty. Lì non esiste un vero orario dei treni e per sapere con esattezza da che binario (ce ne sono solo quattro) e a che ora partire esattamente (comunque sempre in orario, assai meglio che da noi) con un treno bisogna restare impalati dietro un grosso tabellone anni settanta, con i numeri rotanti, guardare attentamente i dati continuamente aggiornati e ascoltare gli altoparlanti che li ripetono in ungherese. Alle 22.30, finalmente entrammo sul treno, discretamente affollato. Il treno elettrico mi è sembrato un pò più piccolo dei nostri e sul tipo di quelli degli anni settanta/ottanta. All’interno del tutto simile (scompartimenti, bagni e tutto il resto) ai nostri usati sulle tratte dell’Italia meridionale, ma più pulito.
Ho trovato strano il fatto che le poltrone delle carrozze siano molto più piccole di quelle dei treni italiani anche considerando che la gente di quelle parti è mediamente più alta di noi. Dopo una breve attesa, il treno si avviò lentamente verso Sud, sotto un violento temporale.
Nel mio scompartimento sedevano due uomini, quello affianco me: uno spilungone di circa cinquantacinque anni, l’altro di fronte: un bell’uomo (Gabor quarantacinque anni) moro, media statura, magro, dai tratti del viso fini ed austeri, un pò calvo. Entrambi apparteneti alla minoranza ungherese della Voivodina: lo spilungone proveniva dall’Australia, dove era emigrato per lavoro ( così come milioni di italiani nei decenni scorsi) ed era diretto a Novi Sad per ricongiungersi con la famiglia; l’altro, nativo di Novi Sad, ma sposato a Budapest, dove lavorava come giornalista in una rivista sportiva, tornava nella sua città in visita dalla madre.
Abbiamo intavolato una lunga discussione , in inglese, su argomenti di politica internazionale, storia europea e filosofia. Dopo poco, il controllore effettuò un’attenta ispezione di biglietto e passaporto. Ancora un pò dopo, nella città di Kelebia, il controllo doganale, alla frontiera ungherese, venne svolto da un giovane e svogliato poliziotto.
Il centro di Subotica (Serbia)
Attesa circa un’ora per svolgere le routinarie pratiche doganali, si ripartì e appena mezz’ora dopo una nuova sosta a Subotica, in territorio serbo, per le analoghe ma più rapide procedure doganali (un assonnato poliziotto mi ha impresso sul passaporto il visto d’ingresso).
Il viaggio si concluse, in anticipo sull’orario previsto, verso le cinque del mattino, i miei compagni di viaggio mi sconsigliarono di prendere il taxi alla stazione perchè molto caro e mi indicarono quale autobus prendere per giungere nel rione di Petrovaradin, dove si trova l’albergo nel quale ho alloggiato a Novi Sad. Gli confessai di non avere con me valuta serba e che mi sarebbe stato impossibile cambiare a quell’ora e così lo spilungone mi regalò 100 din. per il biglietto dell’autobus.
Davanti alla stazione (zelenicka stanica), affianco quella degli autobus extra-urbani, mi accolse un’alba luminosa, un vasto e curato piazzale, con aiuole e fontane, circondato da imponenti palazzi, ariosamente disposti tra di loro, rivestiti di marmo bianco. Alla fermata dell’autobus in attesa un gruppo di giovani donne dall’aspetto fresco e allegro che ciarlavano vivacemente tra di loro. Dopo poco arrivò l’autobus. Dal finestrino un susseguirsi di larghi, lunghi, dritti, pianeggianti viali adornati di aiuole perfettamente tenute. Tutt’intorno un esercizio di urbanistica indubbiamente “socialista”dall’effetto imponente ma gradevole, luminoso e accogliente.
Ebbi l’impressione di trovarmi in una città assai più grande di quanto non sia realmente Novi Sad. Svoltammo, ad un certo punto, imboccando un lungo ed evidentemente, nuovo, ponte. Lì ebbi la mia prima visione del Danubio: maestoso ma di colore marrone (forse per le recenti piogge) e non blu come lo immaginavo. Dal ponte vidi: alla mia sinistra altri tre ponti paralleli a quello che percorrevo anch’essi moderni e funzionali; alla mia destra i piloni residui di un ponte che sapevo essere stato bombardato dalla NATO (forse proprio dai Tornado italiani, ma spero di no) e non ricostruito. ....
Pubblichiamo il viaggio di Gennaro in 7 parti