Thursday, October 15, 2020

DEJAN E FATMIR




Questa storia è, in teoria, inventata, ma in realtà è tutta vera poichè è presa da esperienze vissute
Dejan è nell’angolo del bar con due enormi panini e una birra. E’ in Italia per lavoro e conosce bene l’italiano nonostante sia serbo e sia venuto in Italia solo per lavoro. Con lui è seduto il suo inseparabile amico albanese Fatmir.
Improvvisamente il bar si anima, c’è un certo caos dovuto all’ingresso di 5 albanesi ubriachi che chiedono dei toast e del vino. Il barista da loro cio’ che hanno chiesto nella speranza che se ne vadano presto. Loro consumano il tutto tra urla e canzonette albanesi. Dejan è angosciato e pensa ai suoi amici serbi che vivono nelle enclavi kosovare, veri lager a cielo aperto.
E’ arrivata l’ora di pagare e i 5 albanesi si controllano nei portafogli e nelle tasche, ma non hanno nemmeno la metà dei soldi necessari. Il barista si arrabbia e minaccia di chiamare la polizia. Dejan non ci pensa un secondo e paga il conto. A quel punto uno dei 5 albanesi lo riconosce e gli dice: “Io ti conosco, tu eri in Kosovo e hai salvato la mia famiglia dai reparti speciali e ora mi hai salvato ancora!”
Per Dejan è una scossa elettrica e ricorda degli episodi della guerra che puntualmente lo rincorrono notte e giorno.
Improvvisamente la sua mente è a Belgrado, nella caserma centrale, quella più esposta alle bombe NATO.
E’ la primavera del 1999 e Dejan è caporale. Dorme seduto e beve nelle pozzanghere d’acqua piovana. Per 78 giorni e 78 notti ha la stessa divisa e come unico scopo quello di salvarsi la vita.
Un giorno il suo superiore lo chiama e gli dice : “Prendi 4 dei tuoi uomini e vai a presidiare il ponte”. Per Dejan è un sollievo allontanarsi dalla caserma che è obiettivo militare. Il ponte è sempre pieno di persone e gli aerei NATO volano radenti per spaventare la gente, ma non sparano e non sganciano bombe.
Dejan prende la camionetta e 4 dei suoi compagni più cari, perché vuole portare anche loro lontano dalla caserma. La camionetta parte e arriva al cancello. A quel punto il piantone dice a Dejan che deve nominare un capitano e tornare in caserma che c’è un altro lavoro per lui. Dejan quasi scoppia a piangere, non vuole rimanere in caserma. Ma il piantone gli urla di obbedire e Dejan parla col suo amico Marko e gli dice di assumere il comando e di andare al ponte.
La camionetta parte e Dejan la vede uscire dal cancello, si volta e torna a piedi in caserma. Dopo pochi passi si sente un boato e Dejan viene sbattuto a terra a 4 metri da dove si trovava. Subito pensa a una bomba, gli esce sangue da un orecchio, guarda il cancello e inizia a piangere. La bomba ha preso in pieno la camionetta e i suoi amici sono a pezzi.
Quella stessa sera sarà costretto a raccogliere i suoi amici e a metterli in sacchi neri dell’immondizia.
Intanto anche la mente di Fatmir va al passato. Fatmir studia all’Accademia militare e lavora in polizia in Albania. Gli stipendi sono molto bassi e un giorno riesce ad avere un visto turistico per venire in Italia. Il giorno dopo il suo arrivo Fatmir già lavora in una azienda agricola come contadino. Scaduti i 15 giorni di permesso, Fatmir non sa che fare. Tornare al suo paese e continuare a lavorare in polizia o diventare illegale e quindi “criminale”?Fatmir decide di rimanere in Italia. Fa tanti lavori in nero e malpagati. Rimpiange il suo posto di poliziotto a Scutari, ma ormai è tardi per tornare. Così fa quello che fanno tutte le persone disperate: si compra una falsa identità. Ironia della sorte il passaporto falso era di un serbo e da quel momento Fatmir non è più Fatmir, ma Milan. Con una falsa identità Milan trova lavoro facilmente e per 5 anni lavora in una pizzeria al taglio. Lavora talmente tanto che inizia a mettere su una pizzeria per conto suo, poi una seconda e poi una terza. Tutte attività che vanno a gonfie vele! Nel giro di 5 anni apre 10 pizzerie, poi un ristorante e poi un bar. Tutte le attività vanno alla grande, ma Milan tratta i suoi 100 dipendenti come collaboratori e non come era stato trattato lui. Nessuno lavora in nero, sono tutti regolari. Ad un certo punto Milan rivuole la sua identità. In una sanatoria si presenta in questura come Fatmir. Al processo Fatmir chiede al giudice: – Ma è possibile condannare una persona che si è autodenunciata? La giudice gli dice di avvicinarsi e gli sussurra: – Non ti immagini nemmeno quanto mi dispiaccia condannarti. Fatmir è di nuovo Fatmir, condannato dalla giustizia italiana, ma re di un grosso impero. I giornali friulani riportano tutto a caratteri cubitali: “Il re della pizza arriva dall’Albania!” (il Messaggero) e “Stacanovista da record” (il Friuli).La notizia rimbalza anche sui giornali albanesi. Fatmir riceve attestati di benemerenza dal comune di Udine, dalla provincia di Udine e dalla Regione Friuli Venezia Giulia. Ora è li, nel bar con i suoi connazionali che non possono pagare e il suo migliore amico serbo che li vuole aiutare e pensa che la vita è una storia meravigliosa



Una storia che sembra una barzelletta.

 



Ho conosciuto i Balcani nel '99 perchè sono radioamatrice e i radioamatori italiani aiutavano quelli serbi nei 78 giorni di bombardamenti. In base a come entravano in Serbia i caccia NATO si capiva già dove andavano a colpire. Un radioamatore ha intercettato la conversazione di un caccia che era su Cacak. Il pilota aveva l'ordine di sganciare la prima bomba su Cacak e poi aveva un secondo obiettivo. Ma giunto sulla piazza principale di Cacak, quella vicino alla posta, il pilota manda un messaggio alla base. Sono sull'obiettivo ma è pieno di gente, ci sono tanti bambini. Dalla base gli hanno detto di fare un volo radente, spaventarli e sganciare. Il pilota riprende: ho volato il più basso possibile, non se ne vanno, anzi ne arrivano altri. Dalla base gli hanno detto: sgancia, ma il pilota ha urlato: "ti ho detto che è pieno di bambini.. hai capito? Bambini" - Allora dalla base gli hanno detto di andare al secondo obiettivo, ma anche al secondo obiettivo era uguale e così i caccia tornavano con i due missili e dovevano sganciarli in mare. Per anni ho cercato di andare in Serbia a conoscere i miei amici radioamatori, ma mi mettevano tutti i bastoni tra le ruote. Quando sono andata in questura a fare il passaporto, la poliziotta ha detto a mio marito: la mandi ovunque, anche a Cuba, ma non in Serbia che son tutti criminali. Poi un giorno leggo in internet di Vera Novakovic e mi si apre uno spiraglio. Così il 12 giugno 2002 sono partita in treno per andare a Treviso e da la, con Vera, ero autista di una missione umanitaria. La macchina era così piena di aiuti che non riuscivo a frenare. Per tutto il viaggio ho chiesto a Vera informazioni sulle guerre visto che avevo una collega croata che mi aveva raccontato tutta una sua versione. Quella sera siamo arrivati a Belgrado nella via del fumo e a vedere quei palazzi sventrati dalle bombe umanitarie cominciavo a capire che la guerra vista dal mio sofà non aveva niente di attinente alla realtà. Il giorno dopo a Cacak ho incontrato i miei amici radioamatori e mi sono chiesta se erano quelli i serbi cattivi. L'anno dopo mi sono fatta coraggio e sono andata da sola in aereo. Sull'autobus tra Belgrado e Cacak avevo un posto al fondo e l'autobus era strapieno. Avevo tanta voglia di vomitare e avevo studiato un po' di serbo così sono andata dall'autista e ho detto: Vosace, sam ovde zato sto hocu da povracati, zato sto su curve - perchè non sapevo che si dicevano krivine e in inglese si chiamano curves . Quello mi guarda male e dice qualcosa e io me ne sto col mio sacchettino vicino alla porta. Ad un cero punto arriviamo a un chioschetto e l'autobus si ferma per 15 min. Io scendo e vomito, ma meglio così, quindi risalgo e vado al mio posticino infondo. Ora di partire è di nuovo tutto pieno , ma l'autista guarda e riguarda e urla: dov'è la donna che ha paura delle puttane ?

Solo 20 anni fa.. Belgrado



 

PARADA




 La sfilata



Wednesday, October 14, 2020

La prima tipografia serba




La prima tipografia serba fu allestita a Cettigne sul finire del quattrocento, con torchi, caratteri tipografici e carta importati da Venezia. Si conoscono quattro o cinque incunaboli (ossia libri stampati prima dell'anno 1500), tutti di contenuto religioso: uno di questi, sui quattro vangeli, si ritiene perduto. Dopo l'occupazione di Cettigne nel 1499 da parte dell'esercito ottomano, alcuni artigiani serbi emigrarono esuli nella capitale della serenissima. Fra questi, i fratelli Vukovic nel 1519 aprirono una stamperia, la quale, con gli eredi, fu attiva fino al 1638. Qui in foto, il frontespizio del Liturgicum del 1519. Pare quasi una missione eroica, quella di Bozidar Vukovic, nel soddisfare il bisogno identitario di letteratura sacra del popolo serbo tanto da ispirare Katarina Brajovic nel suo romanzo "Veronica e lo stampatore"

Sergio La Canna 




Monday, October 12, 2020

CAMBIA IL NOME DELLE VIE A BELGRADO

C'è un piccolo errore nel testo. L'autostrada divenne Zagabria - Sid e non c'è nessun cartello per Belgrado su tutta l'autostrada che porta a Belgrado finchè è in territorio croato