Friday, October 18, 2013

L' ORDA

Perdonate se perdiamo un po' la calma, ma ultimamente, leggiamo sulle bacheche face book delle cose assurde riguardo ai migranti.






Un giorno leggi che lo stato italiano dà 50 euro al giorno ai migranti, un altro che lo stato italiano dà 9.750 euro a famiglia al mese, un altro che chiunque arriva in Italia ha diritto alla pensione .. e più le assurdità sono grosse, più girano le bacheche degli stolti.
Ringraziamo Gian Antonio Stella di aver contribuito alla verità e cioè che quello che vediamo oggi a Lampedusa lo abbiamo vissuto noi italiani in prima persona, morendo affogati nella nave Sirio esattamente come oggi muoiono affogati tante donne e tanti bambini.
Ma come si puo' fare una marcia di protesta contro i disperati ? Come si puo' aiutare una bambina malata dell'est, ma di dire che quelli che arrivano dalla Siria non hanno nessun diritto e devono morire in mare ?
Che siamo preoccupati per il forte afflusso è un conto, che siamo diventati assassini è un altro.

L'orda di Gian Antonio Stella

Il naufragio della Sirio



Monday, October 7, 2013

SONO PROPRIO FORTUNATO






Sono emozionatissima !
L'articolo sul giornale Volo sportivo tanto atteso... è uscito !
Nella nostra crew, stamattina, non si parlava d'altro !
Con grandissimo stupore leggo un brano che sembra scritto esattamente da uno di noi.
Il meraviglioso sig. Gaetano D'Andrea sembra avere geni balcanici nelle vene.
Gaetano non è il solito giornalista che ti sbatte la notizia in faccia con due dita di menefreghismo per il pezzo che  deve scrivere, bensì una persona dal cuore grande che ci fa partecipi di una emozione immensa.

Alcune sue parole :
"Il 14 settembre 2013, presso l' aereo club di Castelnuovo Don Bosco, è tutto pronto per accogliere i bambini dell' ospedale Regina Margherita di Torino. I bambini arrivano accompagnati dai genitori e dalle associazioni che li aiutano. Loro vivono tutti i giorni affrontando baratri dal fondo buio. Sono tanti a Castelnuovo, circa 70 e tra questi c'è Maja, una bambina serba venuta in Italia per un trapianto di fegato e reni. Lei ha una mascherina davanti alla bocca, ma gli occhi esprimono tanta gioia. Maja sale sull'aereo con Michele e in volo la meraviglia la fa parlare .. in serbo.. ma Michele la capisce ugualmente. In quella situazione, in qualunque posto della terra si riesce solo a dire : che bello ! E Maja sicuramente lo dice. Poi è la volta di Lorenzo, un bimbo diversamente abile che, piangendo di gioia dice : bello, bello, bello, sono proprio fortunato ! Il giorno dopo la pioggia disturba un po', ma non fa nulla, per questo meeting il mio idolo è lui : Michele, l'angelo che ha saputo capire il serbo di Maja. Stare in volo non significa allontanarsi dagli altri, ma fare un abbraccio più vasto. E tutto attorno volavano gli aerei. "






E io dico di più ! Vi sono poche persone che riescono a fare miracoli, ma esistono e vi sono pochi angeli sulla terra, ma il nostro ha le ali sul serio !!!!!! L'idea che avevamo dei piloti era quella negativa di quelli NATO che bombardavano, ora è cambiata
Grazie dal profondo del nostro cuore !

Dedicata a Gaetano, questa bellissima canzone !!!

Guardate il terzo filmato di QUESTO SERVIZIO





Friday, October 4, 2013

IL FUTURO DEI MIEI







Su una nave.
In mare.
Da qualche parte.
"Zio Amadou?"
"Sì..."
"Zio?"
"Sì?"
"Mi senti?"
"Sì che ti sento..."
"Ma non mi guardi..."
L'uomo si volta ed accontenta il nipote. "Stai tranquillo", gli dice inarcando il sopracciglio sinistro, "le mie orecchie funzionano bene anche senza l'aiuto degli occhi..." E si volta a studiare le onde.
Il ragazzino, poco più di sei anni, lo osserva dubbioso, tuttavia si fida e riattacca: "Zio... Tu conosci bene l'Italiano?"
"Certo, laggiù ci sono già stato due volte."
"Conosci proprio tutte le parole?"
"Sicuro, Ousmane."
Il nipote si guarda in giro, come se avesse timore di essere udito da altri, e arriva al sodo: "Cosa vuol dire extracomunitario?"
L'uomo, alto e magro, ha trent'anni, ma la barba grigia gliene aggiunge almeno una decina. Non appena coglie l'ultima parola del bambino, si gira di scatto e fissa i propri occhi nei suoi.
Trascorre un breve istante che tra i due sa di eternità, possibile solo in un viaggio in cui è in gioco la vita.
"Extracomunitario, dici?" ripete abbozzando un sorriso sincero. "Extracomunitario è una bellissima parola. I comunitari sono quelli che vivono tutti in una stessa comunità, come gli Italiani e l'extracomunitario è colui che ne entra a far parte arrivando da lontano. Non appena i comunitari lo vedono capiscono subito che ha qualcosa che loro non hanno, qualcosa che non hanno mai visto, un extra, cioè qualcosa in più. Ecco, un extracomunitario è qualcuno che viene da lontano a portare qualcosa in più."
"E questo qualcosa in più è una cosa bella?"
"Certamente!" esclama Amadou accalorato. "Tu ed io, una volta giunti in Italia, diventeremo extracomunitari. Io sono così e così, ma tu sei sicuro una cosa bella, bellissima."
L'uomo riprende a far correre lo sguardo sulla superficie dell'acqua, quando Ousmane lo informa che l'interrogatorio non è ancora terminato: "Cosa vuol dire immigrato?"
Lo zio stavolta sembra più preparato e risponde immediatamente: "Immigrato è una parola ancora più bella di extracomunitario. Devi sapere che quando noi extracomunitari arriveremo in Italia e inizieremo a vivere là, diventeremo degli immigrati."
"Anche io?"
"Sì, anche tu. Un bambino immigrato. E siccome sei anche un extracomunitario, cioè uno che porta alla comunità qualcosa in più di bello, tutti gli italiani con cui faremo amicizia ci diranno grazie, cioè ci saranno grati. Da cui, immigrati. Chiaro?"
"Chiaro, zio. Prima extracomunitari e poi immigrati."
"Bravo", approva Amadou e ritorna soddisfatto ad ammirare il mare che abbraccia la nave.
Ciò nonostante, non ha il tempo di lasciarsi rapire nuovamente dai flutti che il bambino richiama ancora la sua attenzione: "Zio..."
"Sì?" fa l'uomo voltandosi per l'ennesima volta.
"E cosa vuol dire clandestino?"
Questa volta Amadou compie un enorme sforzo per sorridere, tuttavia riesce nell'impresa: "Clandestino... Sai, questa è la parola più importante. Noi extracomunitari, prima di diventare immigrati, siamo dei clandestini. I comunitari, come quasi tutti gli italiani che incontrerai di passaggio, molto probabilmente ancora non lo sanno che tu hai qualcosa in più di bello e qualcuno di loro potrà al contrario insinuare che sia qualcosa di brutto. Tu non devi credere a queste persone, mai. Promettilo!"
Il tono dell'uomo diviene all'improvviso aggressivo, malgrado Amadou non se ne accorga.
"Lo prometto!" si affretta a rispondere il bambino, sebbene non sia affatto spaventato.
"Per quante persone possano negarlo", prosegue lo zio, "tu sei qualcosa in più di bello e questo a prescindere se tu diventi un immigrato o meno, a prescindere da quel che pensano gli altri. E lo sai perché?"
"Perché?"
"Perché tu sei un clandestino. Tu sei il destino del tuo clan, cioè della tua famiglia. Tu sei il futuro dei tuoi cari..."
L'uomo riprende ad osservare il mare.
Ousmane finalmente smette di fissare lo zio e si volta anch'egli verso le onde. Mi correggo, il suo sguardo le sovrasta e punta oltre, all'orizzonte. "Sono il futuro dei miei..." pensa il bambino. Le parole si mescolano ad orgoglio e commozione, gioia e fierezza.
E chi può essere così ingenuo da pensare di poterlo fermare?


Questo racconto intitolato  Il futuro dei miei , fa parte dell'antologia di Alessandro Ghebreigziabiher dal titolo "Il dono della diversità", in libreria da gennaio 2013 (Tempesta Editore). 






Tuesday, October 1, 2013

SASA KOVACEVIC. Slučajno








Dedicata a Maja una bellissima canzone di Sasa.
Per sentirla, cliccate : qui

Veceras mi se ne spava,
i nemam neki plan.
Ti nudis barem jedan greh
za svaki novi dan.

I ponekad se dogodi
da te neko izda.
Ti namerno si nocas tu,
ja slucajno sam pijan, znaj...

REF.
To nikada nisam smeo,
a zelim te jako.
Stani malo, nemoj tako,
nemoj dok nas gleda svako.

To, sto ne smemo ja bih hteo,
da vidimo gde smo.
Stani malo, bice sjajno,
ako nam se desi slucajno...


Ne zanima me gde si bila sinoc,
mada znam.
Ja cuo sam da dolazis,
pa slucajno sam sam.

I ponekad se dogodi
da te neko izda.
Ti namerno si nocas tu,
ja slucajno sam pijan, znaj...



Monday, September 30, 2013

I SACCHETTI





Mirela abita al ponte Gazela. Nella casetta n. 67, fatta di cartone, lamiera e compensato. Questo è il suo indirizzo. Ha due sorelle ed un fratello. Frequenta la sesta classe. Un giorno, a scuola hanno parlato sul tema  “Piccole cose che per noi significano molto” Alcuni bambini hanno raccontato del telefonino cellulare, alcuni di collezioni di bigiotterie, altri di cartoline arrivate da ogni parte del mondo oppure di libri, album di figurine e così via. Mirela ha deciso senza un attimo di esitazione: le borse di plastica. I normalissimi sacchetti per la spesa. Per lei sono piccolezze ordinarie ma anche  cose importanti nella sua vita e in quella dei suoi fratellini. I bambini l’ascoltano con interesse.
 Alle prime non la capiscono ma sono certi che sia un’alunna in grado di fornire sempre risposte esatte e attinenti. E’ un’ottima alunna.

-Quali sacchetti? Di caramelle? Di regali?- chiedono alternandosi i bambini, impedendole di finire il suo racconto.
- I sacchetti, i sacchetti qualunque - ripete semplicemente Mirela. -Io conservo sempre i sacchetti perchè so che mi aiuteranno. Se cade la pioggia, la nostra casetta ha un sacco di buchi nel tetto, che il papà ripara sempre. Ma non serve a niente. Quando piove fuori, piove anche dentro la nostra piccola abitazione. Io allora salvo quello che è più importante, i libri ed i quaderni di scuola e li metto nelle borse di plastica che mi ha dato la commessa del negozio al blocco 28 *.
Così sono un po’ tranquilla perchè so che le mie cose non si bagneranno, so che resteranno belle asciutte.
Le borse per me sono importanti anche quando vado a scuola.
 La mamma, a me e ai miei fratelli, infila in ogni piede un sacchetto, che lega intorno al ginocchio. Solo così possiamo passare attraverso il Gazela e il fango del villaggio. Una volta raggiunto l’asfalto io levo i sacchetti e resto con le scarpe da ginnastica pulite. Questo è l’unico modo per venire a scuola e non essere rimandata indietro. Sì, perchè le addette delle pulizie non vogliono che sporchi e dicono che siccome vivo nel fango non c’è altro modo per liberarmene. Io custodisco ogni sacchetto che mi capita e, prima o poi lo uso-.

 -A volte, quando vedo che qualcuno sta per buttarne via uno ancora pulito, non mi vergogno di chiederglielo per piacere.  Le borse di plastica mi serviranno anche alla fine della scuola di base*. Anche alle mie sorelle e a mio fratello. So che le persone nella vita di tutti i giorni non le notano considerandole insignificanti  e spesso le gettano quando arrivano a casa, dopo averle svuotate di tutte le cose costose che ci sono dentro-.
Gli alunni se ne stanno in silenzio. L’insegnante dice che Mirela ha dato il migliore esempio di quanto le cose ‘banali’ di tutti i giorni, possano essere importanti nella nostra vita. Mirela ottiene un ottimo voto e l’indomani…  l’indomani, l’insegnante e i bambini della sua classe le comprano un’infinità di borse che le potranno servire fino al termine della scuola.
Ed anche durante le vacanze, quando la scuola è chiusa. Mirela ama la pioggia, le piace pestare coi piedi nudi nelle pozzanghere e fare torte con il fango insieme agli altri bambini del villaggio.
Solo allora i suoi sacchetti si riposano ed aspettano in buon ordine di ritornare a scuola con la piccola Rom.

Racconto di Radmila Pecija Urosevic
Traduzione di Laura Maestrello




Saturday, September 28, 2013

LUKA E I BALKANI DVA








 Metti una notte a Belgrado. Non un posto qualunque. Ma Belgrado. Son le dieci e mezza. E' ora di lanciarsi, senza indugi, nella movida serba. Chiamo un taxi e mi catapulto in strada ad aspettarlo. Tempo di attesa? 3 minuti: quanto basta per cominciare ad annusare che aria tira. Ecco una macchina: più che un'automobile, è un contenitore ambulante di musica dance. Pompata, rigorosamente, a volume altissimo. Dentro, un paio di ragazze, forse tre. Non so dove vanno, ma so cosa vanno a fare. Qui si balla giorno e notte, notte e giorno. E' Belgrado: prendere o lasciare. Io prendo volentieri, molto volentieri. In lontananza, in un paio di locali c'è gente che scatena l'inferno: l'asfalto fluttua seguendo il ritmo della musica. 'Tremano' perfino i buttafuori: loro che dovrebbero far tremare gli altri. Tranquilli, non è un terremoto. Sono, semplicemente, le prime tracce di ritmo nella notte belgradese. Arriva il taxi. Apro la portiera e vengo travolto da uno tsunami di musica dance: mi sento come in uno dei locali galleggianti sul Danubio e non ci sono ancora arrivato: taxi dancer, altro che taxi driver! Chiedo al tassista di 'abbandonarmi' al Freestyler Belgrade Night Club. Che bella Belgrado in abito da sera: sembra più giovane di quel che racconta la sua carta d'identità. Scivoliamo verso il fiume e a me non sembra nemmeno di essere in una serata di metà settimana. Qui è weekend per tutto l'anno, o quasi. Davanti a noi altri due taxi, carichi di gioventù, sigarette e minigonne: come sopra, non so dove vanno, ma so cosa vanno a fare. Eccoci, siamo arrivati al capolinea. Quello dei taxi. Fine della corsa: sono 350 dinari serbi. Davanti a me gli splavovi, i mitici splavovi. Quanta grazia, quanta festa: qui si ha la sensazione che qualcosa di buono possa accadere da un momento all'altro, qui non si può essere tristi. Gli splavovi: a loro modo, una metafora di questa vita. Sorridere, restando a galla. E restare a galla, sorridendo. Questa è Belgrado: se non la ami, non ci sei mai stato.


Wednesday, September 25, 2013

IL VAGONE








Di vagoni ce ne sono diversi. Alcuni viaggiano verso il mare, altri tornano dal mare. Altri percorrono infiniti tunnel che conducono bambini spensierati verso un indimenticabile inverno sulle alte montagne. I vagoni sono più vivaci durante le vacanze, perchè c’è più gente, più lavoro.
Vagoni e treni dovunque nel mondo sono amati dai bambini.
Ma da qualche parte c’è un vagone che non viaggia più. Dimenticato e arrugginito al porto sulla Sava*, è diventato il rifugio di Melita e della sua famiglia, da quando, qualche anno fa, sono giunti dal Kosovo e Metohija.  Melita e le sue sorelle non sono come gli altri bambini. Non vanno a scuola. Non hanno indirizzo e a loro non piacciono i vagoni che viaggiano. Amano solo il proprio vagone.
D’inverno è molto freddo e quando c’è brutto tempo e tuona, si spaventano. Il loro corridoio lungo e stretto diventa il più bel cortile durante la brutta stagione o mentre aspettano da soli i genitori che sono andati al mercato per racimolare qualcosa.
D’estate, il padre li conduce al fiume per fare il bagno e tornano allegri alla loro casa-vagone e, per questi bambini, il vecchio rottame di vagone abbandonato in qualche parte dimenticata del porto è il più bel posto del mondo. E quando fioriscono le piante ed i fiori selvatici tra le rotaie allora la finestra di Melita è decorata proprio come un giardino.

Ci sono dei vagoni diversi. E non devono tutti viaggiare. I vagoni in tutto il mondo sono amati dai bambini.

Racconto di Radmila Pecija Urosevic
Traduzione di Laura Maestrello



COME SONO ANDATE LE COSE A SREBRENICA

  Quello che i media non vi dicono