Milena Gabanelli a Vukovar. Parte seconda

martedì 10 gennaio 2012

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Lo sai che da 10 anni è in corso una trattativa con la Germania per la costruzione di una centrale nucleare tedesca proprio qui" mi dice Arkan. "No, non lo so". "Allora informati!". Quando compaiono le prime case mi sembra di entrare nella memoria dei racconti di mia madre dei bombardamenti a Milano. "Voi avete fatto tutto questo?" chiedo ad Arkan. E lui mi risponde "Chi ha distrutto Anzio? Categoria infame, pensate sempre che la guerra si combatta su un fronte solo?". Mi scarica alle 6 del mattino in un quartiere di Vukovar (Borovo) e lì passo tutta la giornata su una strada fangosa, al freddo, insieme a una quarantina di soldati. Ogni tanto un camion scarica vecchi, 20, 30 per volta. Sono serbi e croati. Si ammassano in una delle tante case sulla quale si è abbattuta una punizione troppo grande per essere umana. Quando ci piombano addosso i colpi di mortaio, i soldati mi trascinano in un scantinato che normalmente usano come latrina. Ci rimaniamo 4 ore. Nel pomeriggio arriva l'autobus della stampa, scendono i cronisti, si mescolano ai profughi, registrano il loro "stand-up" e 10 minuti dopo se ne vanno. Vorrei andarmene anche io, ma senza il famoso permesso non si sale; così non posso fare altro che aspettare la sera, quando Arkan mi riporterà al campo base. Non ho mangiato, non ho bevuto, ho contato 25 camion che caricavano e scaricavano un'umanità trovata nascosta in qualche scantinato chissà da quanto tempo. Gente che non aveva nessuna voglia di schierarsi da una parte o dall'altra. Qualcuno mi mostra la sua vita: tutta dentro un sacchetto di plastica, un maglione, un cappotto, una mela. Come un indumento delicato passato attraverso l'alta temperatura di una centrifuga. Attorno alla fabbrica di scarpe si continua a sparare ferocemente, mentre dentro ci sono ostaggi sia serbi che croati. Quella sera nessuno torna a Belgrado, e il giorno dopo, replica. Un uomo viene accompagnato dentro un'ambulanza militare. Bisogna identificare un corpo decapitato e mutilato. E' suo figlio. Penso che mi infilerò a tutti i costi nell'autobus della stampa, che corromperò qualcuno, che me ne voglio andare. Ma quel giorno l'autobus non arriva. E di nuovo nessuna jeep va a Belgrado. Il 19 non è giornata di fronte. Seguo Arkan in un giro di routine: visite in ospedale ai suoi soldati feriti, torturati e a civili senza più famiglia che mi raccontano di essere sopravvissuti ai più efferati massacri. In un paese fra Novi Sad e Vukovar, Arkan si ferma ad una stazione radio; è considerato un idolo, ed ha un collegamento diretto con gli ascoltatori. Non mi pare che quel genere di "fan" meriti particolare attenzione, e vado a farmi un giro per le strade. Entro in uno stanzone dove una lunga coda di persone attende qualcosa, l'assistente sociale mostra un elenco: "Solo nomi, niente cognomi; non vogliamo sapere se siano serbi o croati, ma solo trovargli una sistemazione, perché non hanno più nulla!". Verso le 4 del pomeriggio si ritorna ad Erdut, e da lì finalmente a Belgrado. Ad un posto di blocco Arkan viene informato di un massacro di bambini a Borovo Naselje. Mi chiede se me la sento di filmarli. Durante il tragitto gli dico che preferirei parlare con qualche prigioniero, poiché scene di massacri ne abbiamo viste già troppe. In realtà vorrei evitare di vedere. Chissà quanti cronisti durante la giornata saranno già passati di là e le immagini saranno comunque reperibili. Durante il tragitto, interrotto da controlli di prigionieri, posti di blocco, cambi di jeep il mio pensiero è paralizzato. Non sto guardando la guerra da una prospettiva ampia, ci sono dentro e non posso allontanarmi. Un gruppo di volontari non ha cambiato la fascia di riconoscimento sulla divisa e si sono sparati addosso con i soldati federali. Arkan urla come un pazzo. Troppi profughi nelle strade, troppi arresti. Bisogna uscire rapidamente dalla jeep perché ci stanno sparando addosso dalle case. I soldati si riparano correndo da un muro all'altro, da un camion a un carro armato, loro mi spingono e io li seguo di corsa con la faccia a terra; dalle finestre delle case sventrate sparano in tutte le direzioni e noi stiamo in mezzo. Loro hanno il giubbotto antiproiettile e io una giacca a vento bianca che con il buio sembra un bersaglio. Do una cassetta ad un militare con la telecamera a tracolla e gli chiedo di girare qualcosa per me. Non sono un cameraman di guerra io, e la sola cosa che mi interessa è di riportarmi a casa la pelle e ho paura di doverla lasciare li per terra, dove i tre che tentano di farmi scudo mi buttano. Faccia contro il muro. Uno di loro mi indica di seguirlo strisciando lungo la parete. Qualche metro e un piccolo volto mi balza negli occhi. Accanto a lui altri, buttati lì come cose senza significato. I piccoli senza vita sembrano ancora più piccoli. Lo stomaco si ribella e le gambe si piegano sotto al terrore dei proiettili che bucano il muro sopra la mia testa. Devo filmare. Tre operazioni: togliere il tappo, camera, standby, pulsante rosso. Impiego troppo tempo e delle braccia mi trascinano via, dentro un trasporto truppe pieno di prigionieri. Vedo Arkan, che mi dice: "Devi andare con loro, perché poi li consegnamo ai federali " ma non c'è posto e i soldati mi spingono fuori. Lui mi pigia dentro e il portellone si chiude......

Pubblicato da Lina a 1/10/2012  
1 commenti
Lina ha detto...

ricordo alla persona che capisce questo messaggio che i blog sono spazi in cui si puo' rimanere anonimi, mentre i network sono spazi in cui l'anonimato e la privacy si possono scordare, per cui è inutile segnalarmi al master, perchè se vi trovo io che sono nulla potente, tanto più vi trovano akers e spam potenti e di quelli dovete diffidare !

1/11/2012  

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