Buon terzo compleanno balkan-crew !
martedì 31 maggio 2011
Ebbene sì ! Ringraziamo tutti e festeggiamo !
Dateci qualche giorno per organizzarci... stiamo raccogliendo materiale utile, ma poi vi raffichiamo ancora !
Grazie, hvala, falemenderit !
Il 12 Giugno 2002 è una data che mi ricorderò per lungo tempo.
Quel giorno sveglia all’alba, le ultime cose messe in valigia velocemente e via alla stazione.
Mi ricordo il mio cuore che palpitava a 1000 e mio marito bianco come un lenzuolo.
Partivo per la Serbia. Era il mio primo viaggio senza la mia famiglia ed era il culmine di un percorso durato 3 anni. Più che un percorso era stato un calvario.
Avevo iniziato a parlare con la Serbia per radio 3 anni prima, quando i radioamatori italiani aiutavano quelli serbi ogni qual volta partiva un caccia da Aviano.
I radioamatori serbi erano diventati bravi e sapevano già dove i caccia sarebbero andati a colpire in base al posto in cui entravano in Serbia.
Ma torniamo al mio calvario. Gli anni 1999/2000 non sono stati facili per la mia famiglia.
Mio marito aveva perso il lavoro e io ero arrivata a sfiorare l’anoressia per dei problemi con i miei genitori .
Più e più volte avevo cercato di andare in Serbia a conoscere i radioamatori che conoscevo solo tramite la mia stazione radio. Tutti cercavano di mettermi i bastoni tra le ruote per non farmi partire. In particolar modo la polizia. Quando sono andata in questura con mio marito per il passaporto , la poliziotta si è rivolta a lui urlando :- dappertutto, anche a Cuba, ma non la mandi in Serbia, sono tutti criminali !
Poi un giorno, sfruculiando in internet, leggo la storia di Vera Novakovic. Subito mi balenò l’idea che avevo trovato una via di uscita.
Così quel 12 Giugno sono andata in treno fino a Treviso e poi in macchina con Vera fino a Cacak.
Che viaggio è stato ! Ero autista di una missione umanitaria. Già la cosa mi sembrava più grossa di me. La macchina era talmente strapiena che non riuscivo a frenare. Tre frontiere ed a ogni frontiera perquisizioni a tappeto. In Croazia Vera mi mostrò i campi minati ancora delimitati da un nastro rosso.
A Belgrado arrivammo di notte. Dall’autostrada entrammo subito nella via del fumo. Otto palazzi presidenziali sventrati dalle bombe. Davanti ad un palazzo c’era ancora la scritta : “Si consiglia ai passanti il marciapiede opposto. Il palazzo è un obiettivo militare”
Io avevo il cuore in gola. Ma come … era tutto diverso dal sofà di casa mia. Mi ricordo di aver pensato che la dovevamo far pagare a quei serbi cattivi. Quella sera ho pianto tanto anche se non mi sono fatta accorgere da nessuno.
Siamo stati ospitati da un parente di Vera, un ambasciatore in pensione. Un bravissimo uomo che mi ha detto :- Questa è casa tua , ma fai attenzione al rubinetto del bagno che è rotto.
Io appena entrata in bagno ho aperto il rubinetto e l’acqua è schizzata al soffitto.
Cosi’ quel povero anziano serbo era sulla porta del bagno che mi guardava con compassione , scuotendo la testa e dicendo : - italiani, puhah !
Il giorno dopo a Cacak ho finalmente conosciuto i miei amici radioamatori.
Seduti ad un tavolo di un caffè e davanti ad un bel caffè turco (che roba la prima volta !!!) guardavo i miei amici e mi chiedevo se quelli erano i serbi cattivi.
Uno di loro mi colpiva in particolare. Era giovane , ma sembrava avere 50 anni. Aveva le dita dei piedi fuori dalle scarpe consumate ed era senza denti. Lavorava dalle 7 di mattina alle 3 del pomeriggio in fabbrica per 36 euro mensili. Dopo il primo lavoro andava a fare l’imbianchino, l’idraulico, l’elettricista, il meccanico e qualunque cosa gli permettesse di riuscire a mangiare qualcosa. Quel ragazzo aveva 2 lauree in ingegneria e non sapevo sarebbe diventato come un fratello per me.
Da quel lontano giorno le cose sono cambiate. Adesso vado in Serbia tutti gli anni. Mi sento più sicura che nel mio quartiere. Non esiste la microcriminalità, almeno nella piccola cittadina di Cacak.
Quel che trovo la è la situazione , piuttosto surreale, dei nostri tempi di guerra, quando ci si aiutava l’un con l’altro.
Mi ospitano nelle loro povere case e mi danno un piatto di minestra fatto con le verdure del giardino, ma è tutto ciò che hanno e per me ha un valore infinito.
Un giorno in una casa povera ho visto la padrona di casa arrivare con delle tazzine da caffè comprate al mercato.
La signora era andata al mercato facendo circa 2 km a piedi ed era tornata stanca morta con la spesa. Io ho fatto lo sbaglio di dire : Che belle quelle tazzine !
E lei :-Sono tue ! Ma la signora che non aveva i soldi per l’autobus ci avrebbe messo altri 6 mesi di sacrifici per ricomprarsi le tazzine, così ho provato a rifiutare.. ma nulla da fare. Ho dovuto prendermi le tazzine che conservo come delle reliquie.
C’è un’ultima soddisfazione che mi devo prendere: tornare da quella poliziotta che mi voleva mandare a Cuba per dirle che mentre io viaggiavo su e giù per i balkani pericolosi, due nostri connazionali sono morti proprio a Cuba
Idem preko zemlje Srbije
A trip to Happyland 2009
A trip to Happyland 12 e potete cercare anche i precedenti 11 post
Arrestato Mladic
venerdì 27 maggio 2011

Stasera i soliti TG riporteranno in auge il "massacro" di Serbrenica, i "poveri" musulmani e i serbi cattivi... se ne sentiva proprio la mancanza
Hai visto come sono pronti a sputtanare Serbia ? Quando procuratore svizzero Dik Marti leggeva in parlamento EU il rapporto su traffico di organi fatto dagli criminali UCK, non hanno riportato una virgola.
Sì, perché se lo avessero fatto sarebbe stato come sputtanare completamente la politica americana nei Balcani. Purtroppo nessuno ha avuto il coraggio di riportarlo nelle prime pagine dei giornali.
Secondo me, si e fatto arrendere da solo. Intanto è vechio e malato. La famiglia non poteva vedere perché erano sorvegliati 24 ore.
Meglio vederlo così che con buco sulla fronte come è successo con scongelato Bin Laden. Non mi va ascoltare le cagate del navy seals.
Sì, quello sì, ma Tadic comunque è una vergogna per tutti quei Serbi che han combattuto per la loro terra nelle scorse battaglie. Se va avanti così, la sua politica estera diventerà entro breve molto simile a quella italiana in quanto ad asservimento verso gli USA.
Il generale Mladič, comandante delle forze armate della Repubblica serba di Bosnia, è stato accusato delle peggiori nefandezze commesse nel corso delle guerre civili jugoslave, quando nella realtà, invece, il generale era stato – oltre che un eccellente uomo d’armi – un uomo di pace come pochi altri lo sono stati nello scenario politico e militare che caratterizzò la disgraziata regione d’Europa in quegli anni. Le testimonianze che provano questa sua vera natura sono innumerevoli, ma ormai la sua sorte doveva seguire quanto già stabilito altrove: la Serbia doveva eliminare il “boia di Srebrenica”. Chi volesse approfondire quanto realmente avvenuto nella cittadina bosniaca potrà consultare l’eccellente studio “Il dossier nascosto del ‘genocidio’ di Srebrenica” (ed. La Città del Sole, Napoli 2007). Nella sostanza il ruolo del generale Mladič nella vicenda fu del tutto estraneo a ogni sorta di violenza pianificata, violenza nei cui confronti si oppose con tutta la sua autorità, premurandosi personalmente di punire e sanzionare quanti tra i suoi soldati si fossero macchiati di sporadici episodi criminosi. Ma la trappola era scattata, e hai voglia poi a fare dossier e contro-inchieste: il boia era lui. E Srebrenica fu fatta assurgere agli onori di “nuova Auschwitz”, nuovo dogma la cui messa in discussione comporta appunto la più completa esclusione sociale, politica e culturale: è la nuova pornografia culturale, il nuovo tabù.
Di Fabrizio Fiorini
A mio avviso basta uccidere, o incitare ad ucidere, UN SOLO civile per diventare criminali. Intanto riguardo come criminale di guerra Mladic, ma anche N. Oric, Gotovina, Thaci, il gen. Clark, la Albright e tutti gli altri che hanno causato morte di innocenti durante i conflitti nella ex-YU. Le diverse valutazioni di questi personaggi derivano dal fatto che praticamente tutti quelli che sono finiti come criminali di guerra (dichiarati o no) hanno incominciato la loro carriera come autoeletti difensori del proprio popolo.Oggi alcuni si ricordano degli esordi di questi personaggi e li consideranno eroi, mentre gli altri guardano la loro fine e li considerano criminali. In verità loro sono sia uno che l'altro. La guerra è un'esperienza estrema che può tirare fuori il lato migliore di un'essere umano, ma col passare del tempo finisce a tirarne fuori quello peggiore. Il potere logora e in una guerra non c'è nulla che possa porre limite a questo logoramento. Si finisce in un delirio di ognipotenza e noncuranza per la vita altrui.
Dejan
Tutti in Europa coi tamburet !
Da un testimone oculare : La verità falsata dei media
Ratko Mladič: ultimo anelito dell’orgoglio europeo
Al Qaida fa rivelazioni sulle fosse comuni in Bosnia
Le verità sul Nuovo Ordine Mondiale
Avaz in Sarajevo
mercoledì 25 maggio 2011

Riprendendo un post del nostro architetto preferito, vi vorrei parlare del colosso Avaz in Sarajevo. Un uomo molto molto ricco in una nazione povera e sempre più povera, che gestisce banche e "informazione" vi fa pensare a qualcosa di simile in Italia ?
Bè... quest'uomo si chiama Fahrudin Radončić e ha davvero un peso particolare nella politica bosniaca e non solo, poichè sembra che abbia intrecci politici ovunque e in particolar modo in Serbia.
Per dirla in italiano : "tutto fa brodo".
Ma veniamo a ciò che è visibile ai nostri occhi : la torre di Avaz.
Il Twist Avaz Tower è la nuova sede Avaz, un popolare giornale bosniaco. E' situata a Marin Dvor, quartiere degli affari di Sarajevo che è stato recentemente completamente rinnovato.
Il Twist Avaz Tower detiene il record per essere la torre più alta dei Balcani e la 88a torre più alta d'Europa.
Si compone di una facciata di vetro ed è alto 142 metri (40 piani) con una antenna di 30 metri che raggiunge un'altezza totale di 172 metri.
Ad un'altezza di 100 metri c'è un ristorante panoramico.
La mia idea personale è che in una città povera, fatta di casette sventrate dalle granate, con una economia che vuole la gente morta di fame, senza lavoro, senza scuole, senza governo (attualmente non riescono a mettersi daccordo su chi ha vinto le elezioni) fare una torre così è come dire : ecco chi comanda !
Ma niente di nuovo sotto il sole, è dappetutto la stessa storia !
Nothing against Serbia. La torre di Avaz
Nole sempre più num uno !
domenica 22 maggio 2011

Dopo aver supplicato e implorato qualche uomo macho per un piccolo post in onore del nostro grande campione e non trovando risposta alcuna... grrr... mi sono rivolta all'attenzione del cortese Stefano Bolotta, che su Ubi tennis ha fatto un bell'articolo.
Credo che Nole sia stato primo in Spagna e primo a Roma... ed.. eventualmente.. chiediamo conferma a Stefano !
Djokovic, nome da num 1, di Stefano Bollotta
Vecchi post su Nole
Destra radicale e nazionalismo in Serbia. Parte 15esima
sabato 21 maggio 2011

Continua da qui
Appoggiato dagli ambienti liberali serbi, Tito concesse nel ’67 ai Macedoni la possibilità di dotarsi di una propria lingua nazionale e diede l’approvazione alla scissione dal patriarcato serbo di Peć, creando così una Chiesa autocefala macedone; riconobbe, inoltre, i Musulmani bosniaco-erzegovesi come gruppo etnico autonomo, e concesse nel ’68 alla minoranza albanese del Kosovo un’amplissima autonomia.
Tutte queste manovre furono portate avanti da Tito nella speranza di sedare gli attriti creati dai nazionalisti delle varie Repubbliche (Serbi in particolare), ma l’illusione di trovare un compromesso svanì presto: Tito e la vecchia guardia del partito, dopo essersi serviti dei liberali, non se la sentirono di seguirli su di una strada che minacciava l’unità della federazione ed il primato del partito.
I liberali serbi, infatti, portarono avanti un progetto politico mirato alla modificazione del rapporto tra la Serbia ed il resto della Iugoslavia, basato sulla rinuncia all’assioma “La Iugoslavia siamo noi”, tanto caro ai nazionalisti serbi.
Essi speravano, così, di rifondare lo Stato, creando una federazione più stabile e moderna, libera dalle pressioni etniche ed economiche.
La purga che colpì numerosi esponenti dei liberali in Serbia nel 1972, aprì le porte a forze scioviniste, dogmatiche e nazionaliste, tornate al potere dopo anni.
La situazione peggiorò decisamente quando, nel 1974, fu approvata la nuova costituzione, accettata con grande riluttanza dai Serbi. Essa, infatti, era nata dalla mente di Kardelj con lo scopo di limitare la volontà di potenza serba, cercando contemporaneamente la sopravvivenza della Iugoslavia, riconoscendone il pluralismo etnico sotto la vigile tutela di un forte Partito Comunista. Si trattava di un’illusione, poiché il Partito, frantumato in otto diverse fazioni, ognuna delle quali curava gli interessi della propria Repubblica, non era più in grado di mantenere le redini della situazione, avendo perso la sua forza, la sua compattezza e la sua capacità di collante tra le etnie.
La situazione precipitò con la morte di Tito nel 1980 e con le aspirazioni indipendentiste delle altre Repubbliche, unite nel criticare le aspirazioni serbe dirette verso la riforma della Iugoslavia in uno Stato centrale monolitico guidato da Belgrado.
Nella mente di politici, intellettuali e del Popolo serbo tutto scattò allora un meccanismo di autodifesa: di fronte alla crisi che la Federazione stava vivendo si volle un ritorno all’antico, o meglio, un ritorno al periodo in cui la Serbia ed i Serbi costituivano l’elemento dominante dell’intera compagine regionale.
Tra i vari soggetti, la cui libertà di manovra dopo la morte di Tito era aumentata, un ruolo di primissimo piano spettò all’Armata Popolare Iugoslava (JNA). Pur plurietnico alla base, l’esercito diventava sempre più serbo man mano che si saliva la scala gerarchica, e non solo per la nazionalità dei suoi ufficiali, ma anche, e soprattutto, per la concezione dello Stato, che doveva essere forte, compatto e dipendente da un solo centro (Belgrado).
In questo momento di crisi, in cui nessun ente era capace di mantenere l’ordine e la coesione all’interno della società serba, prese vita la protesta degli Albanesi del Kosovo, che si trasformò in un vero e proprio trampolino di lancio per il nazionalismo serbo, ormai pronto a tornare alla luce dopo gli anni del letargo socialista. Scattò, infatti, in Serbia, tramite un’abile campagna orchestrata dai maggiori quotidiani e dalla televisione di Stato, la sindrome del “sono tutti contro di noi”, accompagnata, ovviamente, dall’inat, una cieca e rabbiosa volontà di resistere a tutti i costi contro tutto ciò che non era serbo ed ortodosso (nel senso più ampio del termine). Tutto questo era il risultato di anni in cui gli intellettuali, scrittori soprattutto, avevano condizionato l’animo del Popolo, contribuendo a creare, con le loro opere, un clima malsano, basato sulla xenofobia e sulla volontà di potenza e di rivincita sui Popoli vicini. Il manifesto del redivivo nazionalismo divenne il romanzo del 1985 di Danko Popović, “Il libro di Milutin” .
Samo suglasnost sačuva Srbi (Solo la concordia salva i Serbi), l’antico motto della Grande Serbia medievale tornò ad essere sentito con fortissima emozione (soprattutto dai Serbi che vivevano al di fuori della Repubblica), tanto da iscriverlo nello stemma nazionale.
Pag. 41
"Destra Radicale e Nazionalismo in Serbia - Antonio Grilli - pubblicato dall'Università Orientale"
Bosnia express di Luca Leone
mercoledì 18 maggio 2011

Dopo numerosi vado.. non vado, non vado.. vado, sono andata alla presentazione del libro di Luca Leone : Bosnia express. Politica, religione, nazionalismo, mafia e povertà in quel che resta della Porta d’Oriente.
Per l'ennesima volta e come previsto mi sono sentita dire per due lunghe ore che i serbi sono cattivi. Ero già sul punto di uscire quando l'autore s'è salvato in corner dicendo che l'esperienza che ha avuto lui tra le donne di Srebrenica è uguale a quella delle donne serbe, croate e di ogni altra etnia che ha provato la guerra e che in Bosnia sono state trovate anche fosse comuni di serbi e croati.
Se non fosse stato per quelle due frasi mi sarei chiesta perchè ero lì e incomincio a ripensare ai miei amici nazionalisti. Io non sono serba, ma m'è venuta voglia di reagire e anche in malo modo a chi parla male per due ore di una etnia.
Ricordo a tutti che la Bosnia è stata teatro dei peggiori crimini di guerra e che purtroppo c'erano tutti là dentro, dalle Nazioni unite agli uomini di Been Laden.
Alla presentazione del libro di Luca Leone ci sarà stato detto per innumerevoli volte che i criminali erano Mladic e Karadzic.. e tutti gli altri ? Li annoveriamo tra i santi ? Adesso per dovere di giustizia dovremmo noi della crew scrivere il libro : Serbia express, perchè ogni esperienza di guerra che Luca Leone raccontava, io l'ho sentita nel 2002 in Serbia, da donne serbe. Ricordo un militare serbo con una baionettata nella pancia che implorava il suo nemico di ucciderlo e l'altro : devi tornare vivo in patria e raccontare come abbiamo trucidato vivo tutto il tuo gruppo.
Comunque non è stato tutto negativo. Luca Leone m'è piaciuto tanto sia come giornalista che scrittore. Ho visto in lui la voglia di cercare la verità e tanto amore per i Balkani. M'è piaciuto quando ha parlato dei pericoli del federalismo e del Berlusconi bosniaco che manovra la popolazione.
E' anche stato detto che nelle fosse comuni sono stati trovati anche i corpi di due soldati tedeschi della seconda guerra mondiale e quindi in quelle fosse c'è di tutto.
Anzi... il numero dei morti nelle fosse comuni aumentava anche durante l'incontro perchè all'inizio dell'incontro eravamo a circa 5.000 persone, a metà a 8.000 e alla fine dell'incontro il numero dei morti ritrovati nelle fosse comuni si aggirava sui 10.000.
Da chiarire è il ruolo dei caschi blu olandesi. Se ho ben capito, è stato detto che i caschi blu hanno dato le loro divise ai paramilitari (credo serbi) per fare delle stragi. Ma su questo dovrei chiedere conferma, perchè forse non ho capito bene.
Sono stata colpita non poco dal ruolo dei miei colleghi radioamatori che erano l'unica fonte di informazione da quelle parti. Siamo grandi !
Sono state dette molte altre cose.. magari potrei, in seguito, dirvi di piu' riguardo a scuola, società e politica attuale.
Allora.. che ne dite di scrivere Serbia express ? Già solo da questo blog potremmo far uscire una enciclopedia !
Moreno Locatelli
Salone del libro 2011 a Torino
lunedì 16 maggio 2011
Oggi ero parecchio giù di morale per questioni familiari e andando al salone ho avuto un'altra brutta notizia. Un mio amico ha votato un mafioso consapevole del suo voto.
Avevo tanta voglia di piangere e mi sono seduta tra le panchine dello spazio "Terra madre" del Salone del libro di Torino.
Improvvisamente il sorriso e la gioia di 4 persone mi hanno fatto capire che finchè esistono persone oneste come loro, in Italia, avremo un futuro e la cosa bella è che non sono nè padani nè terroni, bensì albanesi.
Grazie Carmine Abate, Leoreta Ndoci, Blenti Shehaj e soprattutto grazie Darien Levani.. ti sapevo favola, ma non immaginavo mai così tanto favola !
Blenti ha condotto un incontro fantastico.. perchè lui è fantastico.. è una ragazzo così semplice e schietto che ti fa innamorare. Sarà che io lo trovo proprio bello e conoscono il suo impegno nella nostra città.
Carmine Abate è nato a Carfizzi, una località italo albanese della Calabria ed è emigrato in Germania. Lì ha conosciuto alcuni lavoratori turchi, emigranti come lui.
In Albania aveva sempre sentito parlare molto male dei turchi, che per 400 anni avevano soggiocato i Balkani, ma conoscendo le persone emigrate per lavoro, ha visto di persona che non c'era nessuna differenza tra le varie etnie e si era tutti emigranti e tutti ci si aiutava vicendevolmente.
Leoreta ci aveva già stupiti lo scorso anno, con tutta la sua solarità e la sua voglia di vivere. Ci ha raccontato i suoi primi anni a Cuneo, una realtà molto chiusa, in cui veniva sempre presentata come Leoreta, l'albanese. Anche io ne so' qualcosa del razzismo di certi posti, poichè molti colleghi di mio marito sono del cuneese. Spesso ci invitano a cena e io sono sempre quella fuori di testa che dovrebbe essere curata in manicomio, perchè con tutti i musulmani che abbiamo qui, a rubarci il lavoro, è assurdo che li vada a cercare in Serbia e questo la dice lunga sulle capacità cognitive di alcune zone del cuneese !!!
Infine Darien !!! Quando l'ho visto di persona ho avuto una gran voglia di abbracciarlo. Lui è il figlio che tutti vorremmo avere, il fratello, l'amico che tutti sogniamo. E' la bontà e l'umiltà fatte persona. Ha detto una cosa sacro santa.
C'erano molti clandestini albanesi in Italia. Erano persone oneste che lavoravano in nero, aspettando una sanatoria, abitando magari da parenti. Sono stati arrestati come clandestini e messi in carcere con criminali veri. Hanno perso il lavoro e sanno che uscendo non ne troveranno un altro. Hanno imparato cosa vuol dire delinquere e hanno un credito verso lo stato italiano : quello di aver confuso onesti e criminali in base alla nazionalità. Cosa possono fare queste persone una volta uscite dal carcere ?
Io credo di aver conosciuto delle persone fantastiche, che mi hanno insegnato a non mollare, a difendere il giusto sempre, a lottare per cio' in cui credo e non posso far altro che ringraziare queste 4 persone per la loro testimonianza.
Falemenderit e tornate presto a Torino !
Quando il mare si arrabbia
Salone del libro 2010
Intervista a Darien Levani
Destra radicale e nazionalismo in Serbia. Parte 14esima
venerdì 13 maggio 2011

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1.6 La società serba nella Repubblica Federativa Socialista di Iugoslavia.
Nel secondo dopoguerra, la società serba si trasformò, nel giro di pochi anni, da prettamente agricola in urbana, con uno spopolamento della campagna in favore della città. Quello che il Partito Comunista Iugoslavo cercava di fare, era creare dal nulla una classe operaia (pressoché inesistente prima della Seconda Guerra Mondiale) in nome della quale esercitare la dittatura del proletariato.
Il processo di trasformazione coinvolse anche l’elité culturale. L’operazione però non ebbe molto successo, né tra la popolazione, né tra gli intellettuali, che, invece, si fecero promotori negli anni Cinquanta di una liberazione della letteratura dai rigidi schemi imposti dal realsocialismo.
L’ambiente serbo riuscì comunque ad esprimere tutta una serie di personaggi molto particolari, dal poeta Miodrag Pavlović, agli scrittori e saggisti Danilo Kiš o Radomir Kostantinović.
La loro produzione letteraria e filosofica assumeva molto spesso toni di critica corrosiva nei confronti di una realtà che voleva essere eroica, ma cadeva sempre più in un’involontaria e tragica comicità da miles gloriosus.
Accanto a questo movimento critico, però, se ne affiancò anche uno, la cui tendenza era di supplire alle miserie ed alle frustrazioni del presente con un sempre più aggressivo richiamo ai miti nazionalpopulistici del passato. In tal senso, un posto di primo piano spetta sicuramente a Dobrica Ćosić, definito “lo scrittore importante per la Serbia più di un’industria”, che tra gli anni Ottanta e Novanta divenne tristemente famoso per il suo ruolo, anche politico, nella terza guerra balcanica.
A stemperare i sentimenti nazionalistici serbi fu la nomina a capo dell’UDBA (Uprava Državne Bezbednosti, la polizia segreta alle dipendenze del Ministero dell’Interno) di Ranković. Questi era un uomo d’intensa fede politica, convinto che il Socialismo andasse costruito senza tentennamenti, diventando il “cane da guardia” di Tito.
La visione dello Stato secondo Ranković vedeva un forte accentramento dei poteri e delle risorse a Belgrado, trasformata in un centro capace di vedere e prevedere tutto.
Questa visione dello Stato piacque immediatamente ai circoli serbi più nazionalisti, poiché, ovviamente, coincideva con i loro interessi.
L’operazione voluta dalla Lega dei Comunisti Iugoslava (così dal ’52 si ribattezzò il Partito Comunista), ovvero la creazione di una società socialista ed autogestita, presupponeva un’autorità statale capace di accentrare tutto il potere e di concentrare nelle proprie mani tutte le risorse, distribuendole secondi criteri propri. Criteri giudicati molto spesso poco razionali da quelle repubbliche (come la Slovenia e la Croazia) che, essendo più sviluppate, riuscivano a mantenersi autonomamente.
Nacque così un conflitto d’interessi che già in passato, nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, si era manifestato: mentre i Serbi volevano plasmare lo Stato secondo le loro idee e principi, gli Sloveni ed i Croati vedevano in tale unitarismo l’espressione della loro volontà di dominio.
La frattura, manifestatasi nella società Iugoslava, non risparmiò nemmeno il Partito, in cui presero vita due correnti: una dogmatica e centralista, di chiara ispirazione staliniana, ed una libertaria ed autonomista, portata avanti dalle nuove leve, fermamente convinta ad equiparare le diverse etnie e, quindi, profondamente avversa alle aspirazioni serbocentriche.
In un primo momento sembrò più forte la coalizione antiserba, che nel ’66 riuscì a far condannare Aleksandar Ranković e i suoi collaboratori ai vertici dell’UDBA.
Agli occhi di molti Serbi (ed anche dei Montenegrini) la scomparsa del “Compagno Marko” (questo il suo nome di battaglia durante la resistenza partigiana) rappresentava il crollo della loro visione centralistica dello Stato, ostile ai particolarismi e agli interessi dei gruppi etnici minoritari.
Tutto questo diffuse tra i Serbi la convinzione che era in atto un progetto delle forze comuniste, secondo cui la Iugoslavia poteva essere forte soltanto se la Serbia fosse stata debole . A questo punto non deve stupire, se, uscito di scena Ranković, in Serbia si diffusero a tutti i livelli (inclusa la Lega dei Comunisti Serbi) un profondo malcontento ed una profonda preoccupazione.
Dappertutto, infatti, le istanze locali, che spesso toccavano non tanto gli interessi del Popolo serbo, quanto le sue emozioni, cominciavano a riemergere, suscitando l’impressione che lo Stato Federale stesse andando allo sfascio, minacciando l’ordine raggiunto dopo il ’45.
Pag. 39
"Destra Radicale e Nazionalismo in Serbia - Antonio Grilli - pubblicato dall'Università Orientale"
Omaggio a Fulvio Tomizza
mercoledì 11 maggio 2011

Riceviamo dalla fantastica Chiara e pubblichiamo :
Per questo bellissimo blog così appassionato di scrittori balcanici - speciali ognuno a suo modo – vedasi i post su Sidran, Matvejevic, Petrovic, ecco un post su Fulvio Tomizza.
Fulvio Tomizza è nato nel 1935, è morto a Trieste il 21 maggio 1999 ed è sepolto a Materada, in Istria, sua terra natia.
Venti anni fa aveva inizio l’ultima guerra del Novecento su terra europea, svoltasi nei martoriati Balcani di cui è stato specialissimo testimone ed indagatore lo scrittore Fulvio Tomizza, le cui riflessioni sono contenute nel libro DESTINO DI FRONTIERA – Dialogo con Riccardo Ferrante – Ed. MARIETTI – 1992. Nella prefazione di Ferrante l’opera intera di Tomizza viene definita la risposta in forma di letteratura alle lacerazioni che stavano vivendo ( e rivivendo) la sua Istria, la ex Jugoslavia, l’Europa e lo stile dello scrittore viene apprezzato per la lucidità, per la difficilissima obiettività, per la rara onestà e la rara sensibilità.
Personalmente, leggendolo ho avuto davvero l’impressione di “incontrare” un uomo speciale, che mi comunicava una sorta di tristezza per le difficoltà incontrate nel far comprendere la sua originale umanità - di istriano e di triestino, di italiano e di slavo - e sentirsi finalmente compreso e riconosciuto, e mi comunicava nel contempo una profonda gratitudine per le relazioni sincere nate grazie alla sua attività di scrittore e per i riconoscimenti ricevuti, a cui sembrava attribuire un valore non tanto mondano quanto esistenziale, vitale.
Brani scelti da DESTINO DI FRONTIERA, suggestioni che fanno riflettere
Sull’Istria:
Secondo me è una terra che si apre all’altro, alla storia, agli avvenimenti. (pag. 24)
Questa terra, nonostante gli eventi, mantiene un suo volto immutabile, ma ha il potere di far cambiare la gente. I miei antenati venivano dalla Dalmazia e si sono fusi con gli Istriani. Ancora adesso gli jugoslavi che vengono dai confini con l’Ungheria, dalla Serbia, dalla Macedonia, lentamente diventano istriani, parlano il veneto; devono farlo per parlare con i pochi veneti, italiani, rimasti. Vi è il confronto tra l’irruzione della storia devastatrice che tende a cambiare e mutare, e questa terra aperta e disponibile ma che è sempre lei; non è possibile travolgerla, mentre è lei ad assimilare persone di cultura e mentalità diverse. (pag. 25)Sull’attualità:
Negli ultimi anni si è visto un progressivo decadimento dei valori fondamentali . Il cedimento delle ideologie si è portato dietro nella sia rovinosa caduta anche la dimensione ideale nel suo complesso - dice Ferrante e Tomizza risponde:
... è vero. Si è affermato l’utilitarismo disinvolto e divenuto persino legittimo. Per cui se una buona azione non torna a proprio vantaggio, non c’è ragione perché la si debba compiere; al contrario, vale la pena avventurarsi in un’impresa anche poco onorevole qualora essa prospetti guadagno, consenso autorevole, appoggi, notorietà. (pag, 140).
Ritratti di Fulvio Tomizza
I Balcani all' Eurovision Song Contest 2011
sabato 7 maggio 2011
Repubblica di Macedonia
Sito officiale del Eurovision Song Contest
Le date:
1. Semifinale 11.5.2011
2.Semifinale 12.5.2011
FINALE 14.05.2011
Buon djurdjevdan 2011
venerdì 6 maggio 2011

Scusate il ritardo... tutta la mia giornata è stata impegnata in un solo pensiero !
Se tutto va bene a Giugno vado in Serbia, nuovamente autista di una missione umanitaria !!!!
Incrociamo le dita ! A dir la verità sono anche terrorizzata a pensare alla situazione finanziaria che troverò !
Ma almeno riabbraccio gli amici !
Djurdjevdan
Festa delle forze armate a Torino
giovedì 5 maggio 2011
E' stato davvero emozionante !
Per i 150 anni dell'unità di Italia, il 4 maggio 2011, si è svolta a Torino, la Festa dell'esercito in onore del decreto che l’allora ministro Fanti firmò il 4 maggio 1861, proprio nel capoluogo piemontese e che segnò la nascita dell’Esercito italiano.
La città si era popolata già dal giorno prima di splendidi ragazzi in uniforme e diverse fanfare si esibivano nel centro cittadino. L'atmosfera era magica e supportata dai numerosi parchi pieni di tende degli alpini con dei dolci asinelli.
Abbiamo seguito tutto da un maxischermo dato che la folla era immensa.
Non vi dico le urla di gioia ogni qual volta sul maxischermo appariva il Presidente Napolitano e il sindaco Chiamparino. Urla e fischi al Presidente di regione e al Ministro della difesa. In particolare a quest'ultimo sono caduti i pantaloni e li ha presi proprio parecchio sotto all'ombellico. In quel momento tutta Torino è scoppiata a ridere.
Sul maxischermo sono stati proiettati diversi filmati e anche quelli riguardanti la Bosnia e il Kosovo. Noi abbiamo Enrico che non sà più a quale santo appellarsi da quando non ci sono più i caschi blu a scortarlo in Kosovo. Da quando ci sono i militari ex Uck.. ha paura della scorta !!!
Al termine della cerimonia il triste rito delle medaglie ad onorem ai nostri caduti.
La gloria in cambio di un figlio... davvero triste !
E domani..... taratatan... la nostra crew sbarca a Torino.. ne mogu da verujem !!!!!!
Noi radioamatori balcanici
Destra radicale e nazionalismo in Serbia. Parte 13esima
mercoledì 4 maggio 2011

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Secondo l’ideologia degli Ustaša, i Serbi dovevano essere eliminati al pari degli Ebrei e degli Zingari: una parte di essi avrebbe dovuto essere sterminata, un’altra costretta all’esilio e quella che rimaneva ribattezzata secondo il rito cattolico, in modo tale da creare uno Stato etnicamente puro. L’unica diversità religiosa tollerata era rappresentata dai Musulmani, visti come Croati perfetti, passati forzosamente all’Islam durante il dominio ottomano.
Per i Serbi iniziò un calvario che ebbe pochi confronti durante la Seconda Guerra Mondiale.
Furono gli inizi di una resistenza, che si sarebbe divisa già nell’estate del 1941 in due formazione nettamente distinte.
Da una parte c’erano i Četnićì (da četa, cioè “banda”), che si raccolsero attorno al colonnello Draža Mihailović, deciso a vigilare in armi finché non fosse giunto il momento per riprendere i combattimenti contro i nemici stranieri e riportare sul trono Pietro II. Mihailović, inoltre, fu nominato dal governo in esilio, ministro della guerra e capo “dell’esercito in patria”, essendo stato riconosciuto dai vari capibanda come comandante supremo, anche se non ebbe mai un vero e proprio controllo su una realtà complessa ed indisciplinata, unita solo dalla comune fede nei miti serbi, nella Chiesa Serba Ortodossa e nel destino serbo di dominare l’intera area balcanica .
L’altra resistenza, nata dopo l’attacco di Hitler all’Unione Sovietica, fu quella animata dai comunisti. Questi, costituitisi nel 1920 sul modello del partito bolscevico di Lenin, procedevano nella resistenza con un obiettivo diverso: ignorare, cioè la questione nazionale, che divideva le borghesie dei vari Popoli iugoslavi, ed approfittare del momento per far partire la rivoluzione del proletariato, prima difendendosi dallo straniero e poi rovesciando il regime dei Karađorđević.
Nel 1937 il segretario dei comunisti Milan Gorkić fu sostituito dal croato-sloveno Josip “Tito” Broz, che, quando alzò la bandiera della resistenza su precisa richiesta del Comintern, non lo fece in difesa della Iugoslavia, ma dell’URSS, convinto che bisognava impegnare tutte le forze disponibili per aiutare la patria del proletariato internazionale.
A questo scopo, diede il via al movimento partigiano, che colse i primi significativi successi proprio in Serbia e nel Montenegro, per motivazioni non del tutto corrispondenti ai propositi della leadership del Partito Comunista Iugoslavo, essendo alimentate dall’orgoglio nazionale ferito e da un romantico panslavismo, assai vivo nella tradizione storica dei due Popoli. Tito non tardò ad accorgersene, e diede, a partire dal 1942, un contenuto sempre più patriottico.
Patriottismo ben diverso da quello di Mihailović, in quanto mentre quello cetnico era fondato sul mito della Grande Serbia, quello partigiano riconosceva il pluralismo etnico della Iugoslavia anche al di là della triade serbo-croato-slovena, individuando nei suoi confini soggetti nazionali (Montenegrini, Macedoni, Albanesi), cui rivolgere il proprio appello alla rivolta. Facendo questo, egli seguiva la linea politica dettata dal Comintern, che predicava gli ideali di fratellanza ed unità, accanto a quelli più prettamente socialisti, trovando ascolto anche tra le masse serbe della Bosnia e della Krajina, che avrebbero avuto tutte le ragioni per diffidare dei Croati.
La carica messianica del verbo comunista riuscì a compiere il miracolo, permettendo ai partigiani di Tito di trovare proprio in Bosnia, dal 1942 al 1944, un ambiente accogliente, dove combattere e svilupparsi in un complesso e vigoroso movimento politico e militare.
I četnići di Mihailović non tardarono ad accorgersi del gravissimo pericolo rappresentato dai partigiani, tanto più che questi, provocando i Tedeschi ogni volta che era loro possibile, ne suscitavano la pesantissima reazione.
Nacque così un conflitto mortale, combattuto non in Serbia, dove i nazisti riuscirono a sgominare entrambe le fazioni, bensì in Bosnia-Erzegovina ed in Montenegro, dove, negli anni centrali della guerra, si svolse il grosso degli avvenimenti bellici iugoslavi.
Fu a Jaice che, nel novembre del 1943, il Consiglio antifascista dei Popoli della Iugoslavia, voluto da Tito, gettò le basi di un futuro Stato federale, articolato in Repubbliche “nazionali” e capace di superare i vecchi attriti che avevano lacerato il regno dei Karađorđević.
Mentre nasceva questa nuova entità statale, la Serbia di Nedić rimaneva immersa in una sorta di letargo, dal quale il Maresciallo Tito cercava, invano, di scuoterla. Egli si rendeva conto, infatti, che, senza il controllo della Serbia, non sarebbe potuto diventare il nuovo padrone della Iugoslavia.
La stessa convinzione era del resto condivisa anche da Churchill e da Stalin, concordi nell’opinione che il movimento partigiano non avrebbe avuto grandi possibilità oltre il fiume Drina, essendo i Serbi molto attaccati all’idea monarchica.
Churchill, che aveva abbandonato l’iniziale appoggio a Mihailović per aiutare Tito, in quanto più “efficiente” nella lotta contro i Tedeschi, cercò di giocare nel 1944 la carta serba, nella speranza di limitare il trionfo comunista in Iugoslavia, trasformando il Paese di un dominio anglo-sovietico; Stalin, invece, aiutò i partigiani ad impossessarsi della Serbia, inviando in essa un intero contingente dell’Armata Rossa.
Appena padrone del Paese, il Maresciallo vi impose un regime del terrore che colpì tutti i nemici dichiarati. La Iugoslavia socialista, nata dalla lotta partigiana, fu ristrutturata in una federazione di Repubbliche, che riprendeva fedelmente lo schema istituzionale sovietico.
Dal punto di vista dei nazionalisti serbi, si trattava indubbiamente di uno svantaggio, poiché perdevano quell’unità raggiunta nella Iugoslavia monarchica ed i territori considerati parte integrante del loro habitat etnico.
La “Serbia meridionale” fu innalzata al rango di Repubblica di Macedonia, con una propria autonomia linguistica (a lungo contestata dai Serbi, ma anche dai Bulgari e dai Greci).
Il Montenegro rinasceva nelle sue frontiere tradizionali come entità statale nazionale separata.
Ma il corpo etnico serbo fu segnato anche dal sorgere della Repubblica di Croazia, che inglobava la Krajina ed altri territori abitati da Serbi, e dal riemergere della Bosnia-Erzegovina. Per completare il quadro delle perdite serbe, va aggiunto che la Vojvodina fu organizzata come Regione Autonoma, a causa della sua complessità etnica, nell’ambito della Repubblica Serba, mentre al Kosovo, per lo stesso motivo, venne riconosciuto lo status meno prestigioso di Provincia Autonoma. Questa “tripartizione” della Serbia, imposta da Tito non senza difficoltà, fu avvertita da molti Serbi come una sorta di punizione.
(Pag.37)
"Destra Radicale e Nazionalismo in Serbia - Antonio Grilli - pubblicato dall'Università Orientale"
Underground
lunedì 2 maggio 2011

Fantastico, stupefacente, incredibilemente magico !
Mia figlia mi ha regalato il capolavoro di Emir Kusturica !
In Underground, di Emir Kusturica, si narra la storia di un folkloristico gruppo di persone, che durante la seconda guerra mondiale nella ex Jugoslavia, si rifugia in un ampio sotterraneo. Ignorando poi la fine della guerra, il gruppo dei personaggi continua ad abitare i bassifondi, intrecciandosi in varie vicende umane. E' sopratutto posto l'accento sul rapporto tra due uomini (il Nero e Marko) e una donna (Natalia) legati in un rapporto di amore-odio-amicizia, in maniera singolarissima.
Il film va visto come se si guardasse una fiaba. Ce lo dice anche, quasi in fondo, un attore presente ad un banchetto nuziale, parlando a noi spettatori direttamente in macchina, una scelta narrativa questa molta rara del cinema, se non in film della nouvelle vague francese (Truffaut, Godard, ecc.. ).
La storia-fiaba, scandita dalla musica forsennata di una banda di fiati che rimarrà impressa, narra in verità la storia degli ultimi 50 anni dell'ex-Jugoslavia, il paese del regista. Diviso in tre capitoli (guerra mondiale, dopo guerra, di nuovo la guerra) o se vogliamo, in tre atti (visti i ricorsi a teatro e set cinematografici che ricorrono), il film può ricordarne per certi versi anche un altro come Forest Gump di Zemeckis, anche esso con toni surreali, anche esso cavalcando vicende storiche estremamente tangibili. Questo parallelismo tra i due, è evidente soprattutto quando Marko è messo in mezzo a scene storiche della Jugoslavia, onorificato da Tito e il suo entourage, con un sapiente montaggio, come fu ancora più sorprendentemente per Forrest Gump insignito dal presidente Johnson, ed altri personaggi storici degli States.
Underground è sicuramente un bel film, popolato di molta simbologia, molte metafore.
Per accennarne alcune: due uomini che lottano per la stessa donna, potrebbero significare il contrasto che ha portato alla divisione della Jugoslavia; un forte mescolamento uomini-animali che compare nel film (c'è una simpatica scimmia che ricorre sempre), potrebbe far rifrettere sulla condizione di uomo-bestia o viceversa; tre matrimoni che ricorrono nel film, pongono sicuramente l'accento sul nucleo familiare, a cui il regista da molta importanza ed dal quale vuol partire per affrontare altri ideali; l'isolotto che nel finale si distacca (la Jugoslavia?); un uso delle telecamera che per molti personaggi è quasi sempre leggermente bassa (underground...), ecc...
Sono secondo me degne di nota in questo film molte scene, tra cui quella in cui, dopo un bombardamento, uno dei protagonisti si aggrappa piangente ad una croce scalcinata (come dire quasi, che Dio in guerra c'è sempre, ma ne esce provato anche lui...), con una carrozzina in fiamme che gli ruota attorno. E poi la scena, riconosciuta da molti come la più singolare: quella iniziale del film, allo zoo. Riguardo a questa, ho sicuramente una curiosità: come far "recitare" una papera bianca a far punzecchiare sul muso una tigre, assai irascibile? I misteri del cinema...
Film scoop .it
Dal Corriere della sera
Da my movies
Tango
Trailer
Buon primo Maggio 2011
domenica 1 maggio 2011

Auguri a tutti e spazio alla gente onesta !
Sono morti invano i partigiani.
Ci hanno tolto la libertà e ci hanno consegnato nelle mani della mafia.
Basta ! Lavoro e spazio alle persone oneste !
O bella ciao
Prvi maj
