DESTRA RADICALE E NAZIONALISMO IN SERBIA. PARTE OTTAVA

giovedì 31 marzo 2011



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Proprio grazie a Sokolović, i Serbi ottennero, nel 1557, il ripristino della sede patriarcale di Peć, abolita trent’anni prima. Il risorgere della Chiesa Serba Ortodossa, totalmente autonoma dal patriarca ecumenico, ebbe un’importanza enorme per il mantenimento di una coscienza culturale e nazionale unitaria: essa si fece custode dell’identità storica del Popolo, fondata sulla fede che, soltanto se si fosse riusciti a ricomporre l’unità dei Serbi, i Turchi non sarebbero rimasti invincibili. Samo suglasnost sačuva srbi, diceva il motto nazionale, e di questa concordia la Chiesa era in un certo senso la prefigurazione, abbracciando, con i suoi 40 metropoliti ed episcopi, non soltanto i Serbi rimasti nell’impero, ma anche quelli delle diaspore all’interno dei territori veneziani, e soprattutto asburgici. L’arrivo dei Turchi, infatti, diede il via in tutta l’area a migrazioni, di cui la più importante fu quella guidata dal patriarca di Peć Arsenje III Crnojević nel 1690, la Velika Seoba (Grande Diaspora), con la quale oltre 75.000 persone tra nobili, alti ufficiali ed episcopi, si rifugiarono nell’attuale Vojvodina, sotto la sovranità di Leopoldo I d’Austria. A questi, si aggiunsero, nel 1573, altri Serbi guidati dal nuovo patriarca di Peć Arsenje IV Šakabenta, che, come il suo predecessore, vide riconfermati tutti quei privilegi che consentivano ai Serbi, oltre all’autonomia in campo ecclesiastico e amministrativo, la possibilità di convocare una Dieta nazionale, che assistesse nel governo il patriarca, o meglio il metropolita di Karlovci, nuova sede della Chiesa Serba Ortodossa.
La dignità patriarcale, infatti, rimase legata, anche dopo la seconda grande migrazione, a Peć, nei confronti della quale i Turchi assunsero, con il sostegno del patriarca ecumenico di Costantinopoli, un atteggiamento sempre più ostile. Sotto la pressione di quest’ultimo, infatti, il sultano emanò nel 1766 un firman con cui si aboliva la dignità patriarcale di Peć.
Il Kosovo, il centro religioso e culturale del Popolo serbo, era comunque spopolato già da parecchio tempo; ne approfittarono gli Albanesi che, relegati nelle circostanti zone montuose, cominciarono ad insediarsi in schiere sempre più fitte.
Di fede cristiana, più tardi essi passarono all’Islam, attirandosi in tal modo l’ostilità dei pochi Serbi rimasti, che li vedevano come un corpo estraneo, associandoli al Turco, divenuto ormai sinonimo di nemico.
Con la graduale trasformazione etnica del Kosovo e della Metohija fu dunque gettato il seme di quella conflittualità che avrebbe avuto tragiche conseguenze all’insorgere dei primi nazionalismi. I Serbi, infatti, non abbandonarono l’idea che il Kosovo fosse terra loro, e non si sentirono affatto ricompensati dall’estensione sulla riva sinistra del Danubio, che l’Austria, dopo anni di lavori di bonifica, stava trasformando nel granaio d’Europa. La Vojvodina, in cui, accanto ai Serbi, furono insediati in un variopinto mosaico di etnie anche Tedeschi, Magiari, Slovacchi, Rumeni, Russi, non poté mai sostituire nell’immaginario collettivo il fascino epico della leggendaria “Piana dei Merli”.
Fine parte ottava

"Destra Radicale e Nazionalismo in Serbia - Antonio Grilli - pubblicato dall'Università Orientale"

Pubblicato da Lina a 3/31/2011 9 commenti Link a questo post  

Balkan Beat Box

martedì 29 marzo 2011


Segnaliamo a tutti gli amici di Balkan Crew l’interessante concerto che si terrà il 1° aprile a Torino, presso l’”Hiroshima mon amour”.
Sul palco saliranno i Balkan Beat Box, seguiti da, attenzione attenzione, DJ Pony nonché da Grissino & Webba. Webba è il maestro di basso di Grissino ed insieme hanno uno dei dj set ritenuti più all’avanguardia in fatto di musica balcanica che si chiama Global Kan Kan.
La Balkan Beat Box nasce a New York dall’incontro tra un clarinettista Klezmer (Ori Kaplan) ed un batterista punk (Tamir Muskat ex Gogol Bordello), entrambi israelo-americani. I due, non trovandone uno che li rappresenti, decidono di fondare un proprio stile, ed ecco che la band prende vita.
Quello che ne risulta è una fusione tra musica mediterranea, tradizioni balcaniche e suoni da dance hall, con sconfinamenti nelle sonorità hip-hop e forti influenze dub (loro lo chiamano Gypsy Rock Movement).
La Balkan Beat Box fu un vero proprio rinnovamento nel panorama della world music, più legata a schemi convenzionali e a un tipo di suono meno contaminato, nell’intenzione dei fondatori un ritorno alle origini popolari di questa musica attraverso un nuovo stile che trascenda ogni categoria musicale.
Le sonorità del gruppo nel corso del tempo hanno finito per espandersi abbracciando anche elementi della musica araba e bulgara.
I fondatori del gruppo hanno inoltre tra i propri obiettivi anche la speranza di contribuire al miglioramento delle relazioni tra i cittadini delle varie parti del mondo attraverso il mescolare le loro tradizioni musicali. Va detto inoltre che il gruppo è convinto assertore dell’abolizione di ogni confine statale ed il superamento di ogni barriera geografica.
Dopo il primo album ai due si è aggiunto un terzo componente, Tomer Yosef, in breve diventato leader del gruppo.
Al momento la Balkan Beat Box ha prodotto 4 album (l’ultimo nel 2010) e vanta moltissime collaborazioni con altri musicisti che si alternano sul palco durante i loro concerti in tutta Europa e non solo. I loro live sono imperdibile, caratterizzati da energia e potenza.
Piotr

Balkan Beat Box "War Again"

Libia come Kosovo

giovedì 24 marzo 2011

Contrariamente a quanto preannunciato anticipiamo il post sulla Libia.
L'intervento NATO in Libia è molto simile a quello in Kosovo nel '99. Oserei dire che è molto simile quanto diverso, perchè l'Italia e la Libia hanno relazioni di pace e di guerra da quasi 100 anni, mentre, per quello che riguarda il Kosovo, c'erano meno rapporti, ma la nostra posizione geografica ci ha resi ugualmente partecipi in primo piano (purtroppo!)
Sta di fatto che questo intervento Nato è molto sentito in Serbia, che non puo' scordare le bombe umanitarie.
Ci sono arrivate tante testimonianze e suggerimenti, sia da serbi che da persone della nostra crew. Ne pubblichiamo alcune.


Signori c’è la guerra, non è un gioco, non è poi così distante da noi… bisogna aver paura ed essere CONTRARI, bisogna farlo capire ai nostri figli. E l’Italia al solito, sta facendo del suo peggio. Di Pietro ci ripensa e grida no al “genocidio” del tiranno Gheddafi (al solito condannato senza “processo” dopo che Berluska gli ha “trattato” l’amicizia e che ci ha fatto comodo per tanti anni), Calderoli taccia gli italiani di neocolonialismo, Bonino lasciamo perdere… Bersani no comment, sembra il D’Alema del Kosovo che fu, ma stavolta all’opposizione, quindi qualche ostentazione di sicurezza in più se la concede.
Qui i 150 anni dell’unità d’Italia ci hanno dato in testa, ma di brutto, ci hanno dato le bombe….
Cito un pezzo che trovo chiaro e condivisibile di un comunicato di ProletariaVox.
Tanti giornalisti e persone sul campo non omologati lavorano per un briciolo di verità in più, solo che non li invitano in TV, li citano come “quelli che dicono”, per fingere pluralismo di informazione…. ma non gli lasciano spazio. Tecnica perfetta, basta non dare spazio al confronto che si teme. E intanto paghiamo 7 minuti di Giuliano Ferrara in TV per difendere il, non dittatore, ma divo, Berlusconi.
“Crediamo, infatti, che la situazione di profondo rivolgimento che ha attraversato il Maghreb, prima in Tunisia e poi in Egitto con le rivolte - queste si autenticamente popolari e spontanee - di inizio anno, abbiano fornito lo spunto e l'occasione per un'operazione di intelligence USA, (con tanto di armamenti, supporti logistici, contractors e consiglieri militari forniti ai presunti "rivoltosi"), per sbarazzarsi, una volta per tutte, dell'odiato nemico Gheddafi.
La distanza politica dalle rivolte tunisina ed egiziana è peraltro riscontrabile anche nelle immagini che, nonostante l'informazione astutamente pilotata, comunque arrivava nei nostri schermi: da una parte (in Tunisia ed in Egitto, e solo per rimanere nel Maghreb...) il popolo è del tutto disarmato, non si vede un fucile e neanche un bastone; dall'altra (in Cirenaica) i "rivoltosi" sono armati di tutto punto, spesso hanno anche divise di ordinanza, e dispongono perfino di artiglieria contraerea. Inoltre, in vari articoli di giornale, si è letto di aerei dei "rivoltosi" abbattuti dall'aviazione libica. Si desume, quindi, che dispongano anche di aerei.
E questi sarebbero degli "insorgenti spontanei"...? Ma dai...
Ma, ormai si sa, la "disinformazione di massa" è l'arma più efficace di certi paesi. Così è nella cosiddetta "informazione", come nella sistematica omissione o nella "sordina" che si applica a certe notizie invece "scomode".
Non a caso, ancora una volta si applicano i due pesi e le due misure. Come mai non c'è stata alcuna sollecitazione, da parte di nessuno, ad applicare analoghe risoluzioni nei confronti di Israele allorquando ha bombardato la striscia di Gaza, uccidendo oltre 1.400 civili inermi, ed usando bombe al fosforo? O quando, sempre la stessa Israele, ha compiuto quel vero e proprio atto di pirateria/guerra abbordando ed uccidendo in acque internazionali i nove pacifisti della nave che portava aiuti (realmente) umanitari?
Come mai, allora, non si è levata nessuna voce di condanna risoluta, e nessun Mirage, nessun Tornado è partito alla volta di Tel Aviv...? Forse che Israele non continui, da oltre cinquant'anni, una politica di segregazione, di spoliazione e di vero e proprio genocidio nei confronti del popolo palestinese?
Samantha

La visione dei serbi è sempre contraria alle bombe sulle teste dei civili

Uranio impoverito e quando si dice uranio si parla di morti per anni e anni... vedi il Kosovo

12 anni fa l'aggressione Nato alla Serbia

Dedicato alla piccola Milica

Jacqueline ci dedica un premio

martedì 22 marzo 2011


Grazie grazie grazie !!!!
Jacqueline Spaccini, critica letteraria e traduttrice, ci dedica un premio.
La ringraziamo, ma penso che un po' ce lo siamo meritato !
Naturalmente ringraziamo di cuore, ma qui ogni giorno piovono favole e il vero premio è l'affetto che ci dimostrate e la ricchezza delle vostre testimonianze.
Tutto fa sì che io stessa mi stupisco quando rileggo certi post.
Mi smo jaci ! Hvala lepo draga i hvala lepo prijateljiiiii !!!!!!!!

In qualche posto nel mondo e dentro di me

Pubblicato da Lina a 3/22/2011 5 commenti Link a questo post  

Sara intervista MixXx

domenica 20 marzo 2011


Mihailo Milošević, in arte MixXx, è di Arilje, una piccola città della Serbia sudoccidentale, ma studia ingegneria meccanica a Belgrado. Ha solo 23 anni ma si sta già facendo strada nel panorama della musica hip hop serba. Nonostante sia ancora agli inizi, ha già pubblicato 7 canzoni su YouTube, ha un gruppo ufficiale su facebook che raccoglie più di un migliaio di fan e presto uscirà un suo album promozionale. Ho avuto il piacere di conoscerlo l'anno scorso, durante i miei tre mesi a Belgrado ed ho potuto apprezzare le sue canzoni, di cui scrive testo e musica. Ve lo presento in dieci domande!

Quando e come è nata la tua passione per la musica?
Il mio amore per la musica è nato tra la fine della scuola elementare e l'inizio delle medie, circa 7 anni fa. Ho iniziato a comporre alcuni testi, pensando che forse un paio di anni dopo avrei potuto registrare qualche canzone. Ho fatto leggere i testi ai miei genitori, a mio fratello, a mia sorella, agli amici e ho avuto tutte reazioni positive, così ho continuato a scrivere. Fino ad oggi...

Cosa rappresenta la musica per te?
La musica per me rappresenta lo svago, ma è comunque più di un hobby. Cerco di trovare più tempo possibile per occuparmi della musica e di migliorarmi quanto più posso in questo campo.

Come mai hai scelto proprio l'hip hop come genere?
L'hip hop è un ottimo modo per l'autore di esprimersi su tutto: sulla società, la politica, sulle questioni sociali, sulla vita in generale. Proprio i temi reali di cui trattano i miei testi.

Tu sei un cantautore, quindi immagino che in tutte le tue canzoni ci sia molto di te, ma ce n'è una che preferisci? Perchè?
Si, molte canzoni, o alcune loro parti, sono autobiografiche. Se proprio dovessi scegliere quella che mi è più cara, direi che è la prima canzone che ho messo su Youtube, “Kad Si Udaljen”. E' quella che mi rappresenta.

Come è stato salire per la prima volta su un palco? Quali sono state le tue emozioni?
La prima volta sul palco? Ovviamente non è stato facile...Ma già dopo la prima canzone è più semplice. Ho seguito il consiglio di un amico, mi aveva detto di guardare in un punto al di sopra del pubblico, di non fissare mai gli occhi delle persone ma le loro teste, in modo che in effetti io non guardassi nessuno...è un piccolo trucco.

Hai incontrato delle difficoltà nel tuo percorso? Se si quali?
Ogni musicista ha o ha avuto dei problemi nella sua carriera, che lo ammetta o no. Ho avuto qualche piccolo problema, ma non mi ci soffermerei..

Come mai hai scelto questo nome d'arte (MixXx)?
Tutti mi chiedono del nome d'arte...deve essere attraente :) . Gli amici mi hanno sempre chiamato Mix per via del nome e del cognome che cominciano entrambi con “Mi”, poi io l'ho un po' corretto in MixXx, penso che così sia meglio...

Cosa ti interessa oltre la musica?
Oltre alla musica, frequento la facoltà di ingegneria meccanica e devo dire che ho un discreto successo negli studi. Seguo lo sport, mi piacciono il calcio e la pallacanestro. Gioco a basket quando ho un po' di tempo. Mi piace guardare la partite dal vivo, per fortuna Belgrado è piena di eventi sportivi. Non amo molto i locali notturni, non esco spesso, preferisco andare in giro con i miei amici.

Quando uscirà il tuo album?
Finora ho pubblicato sette canzoni, ne rimangono altre due e poi avrò completato l'album. Questo è un album promozionale, tutte le canzoni sono registrate e mixate in studio. Sono disponibili per tutti su internet, così la gente può ascoltarle e dare la propria opinione. Per quanto riguarda la pubblicazione poi vedrò, devo prima verificare come verrà accolto il primo album. Se tutto andrà secondo i piani, troverò certamente i mezzi finanziari e pubblicherò un album con qualche casa discografica.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Ho in programma di finire l'università l'anno prossimo, non mi è rimasto molto...Per quanto riguarda la musica, dipende molto da come verranno accolte le canzoni, in ogni caso il mio nome è abbastanza nuovo nel campo. Per cominciare, nei prossimi tempi mi dedicherò agli spettacoli ed alla promozione...vi terrò informati.

Sara Sorice

MixXx su face book
Il canale di MixXx su youtube
My space
MixXxTreMe - Kad Si Udaljen

Pubblicato da Lina a 3/20/2011 4 commenti Link a questo post  

Ninna nanna

venerdì 18 marzo 2011


Attuale e internazionale... sempre !

Ninna nanna nanna ninna
er pupetto vo' la zinna
fa' la ninna dormi pija sonno
che si dormi nun vedrai
tant'infamie e tanti guai
che succedono ner monno
tra le bombe e li fucili
per i popoli che so' civili

ninna nanna tu non senti
li sospiri e li lamenti
de la pora gente che se scanna
che se scanna e che s'ammazza
a vantaggio della razza
de la gente che se scanna
per un matto che comanna
e a vantaggio pure d'una fede
per un Dio che nun se vede

ma che serve da riparo
ar re macellaro
che sa bene
che la guerra e' un gran giro de quattrini
che prepara le risorse
pe' li ladri delle borse

ninna nanna ninna nanna
ninna nanna ninna nanna
ninna nanna ninna nanna
ninna nanna ninna nanna

fa' la ninna fa' la nanna
fa' la ninna che domani
rivedremo ancora li sovrani
che se scambiano la stima
boni amichi come prima
so' cugini e fra parenti
nun se fanno i complimenti
torneranno ancora più cordiali
li rapporti personali

e senza l'ombra d'un rimorso
sai che ber discorso
ce faranno tutti insieme
su la pace e sul lavoro
pe' quer popolo cojone
risparmiato dar cannone

ninna nanna ninna nanna
ninna nanna ninna nanna
ninna nanna ninna nanna

Claudio Baglioni. Ninna nanna

Pubblicato da Lina a 3/18/2011 6 commenti Link a questo post  

Piotr è giornalista !

giovedì 17 marzo 2011


Uuuuuaaaaauuu !!! Piotr scrive su East journal !!!!

Dal febbraio 2010 anche la Bosnia vede sulla scena politica la comparsa di un movimento politico neonazista, il BPNP (Bosanski Pokret Nacionalnog Ponosa, ossia Movimento dell’Orgoglio Nazionale Bosniaco). I richiami più immediati sono, evidentemente, alla divisione SS Handschar composta in prevalenza da musulmani (non a caso aveva come simbolo una scimitarra, Handzar in croato) e tristemente distintasi nelle operazioni contro i partigiani titini. Da notare che la divisione fu fortemente voluta da Himmler e dal Gran Muftì di Gerusalemme nonostante le resistenze di Ante Pavelic, leader degli ustascia croati, che temeva il pericolo di una futura indipendenza di zone musulmane all’interno dello stato croato.

Nel suo sito, che si apre con la riproduzione di un busto del primo re bosniaco Tvrtko Kotromanic, il BPNP dichiara di avere come nemici “gli ebrei, i rom, i cetnici, i separatisti croati, Tito, i comunisti, gli omosessuali e i neri” e dichiara che la “Bosnia appartiene ai Bosniaci”, negando così il diritto di secessione per i territori serbi e croati, non a caso contestano la definizione di Bosnia e Erzegovina in favore di una più unitaria Bosnia Erzegovina. Proprio l’aspetto ideologico è in ogni caso la parte più interessante di questo movimento politico.
Secondo le stime del Cia World Factbook (l’ultimo censimento è del 1991), relative al 2006, la Bosnia è etnicamente bosniaco-musulmana (bosgnacca) al 48%, ponendo quindi ai neonazisti Bosniaci, e non solo, il problema del rapporto etnia/religione; questi, infatti, includono l’islamismo tra le ideologie “non benvenute” in Bosnia, in compagnia del sionismo, del comunismo e del capitalismo. Il BPNP si trova quindi su un sottile equilibrio, trovandosi nella necessità di enfatizzare, e ricreare, il concetto di “nazionalità bosniaca” per mettere in secondo piano l’appartenenza religiosa, soprattutto nei confronti della stampa occidentale, ma dichiarando poi essi stessi di volersi espandere nelle zone dove la popolazione musulmana è rilevante, come Sarajevo, Zenica, Bihac, Tuzla e Mostar. Detto per inciso la loro idea di “espansione” consiste nell’arrivare a diffondere dei volantini, questo la dice lunga sull’effettiva forza del partito in questione.

Questa esigenza fa sì che la quasi totalità del sito sia dedicata alla storia ed all’ideologia, proprio per dimostrare come l’identità bosniaca si sia sviluppata nel corso di oltre 1000 anni di storia e, come lo stesso Himmler aveva avallato, mantenuta pura attraverso la discendenza dai Goti. Molto interessante notare come venga inoltre dichiarato che membro del la “nazione” bosniaca sia ogni “leale” cittadino di Bosnia, al di là di qualunque differenza religiosa.

La nascita di questo partito neonazista, abbastanza isolato dall’estrema destra internazionale proprio per la religione dei suoi membri, è tuttavia significativa delle tendenze in corso nella società bosniaca. Una società da pochi anni uscita dalla guerra e che si trova oggi ad essere uno dei pochi stati europei a maggioranza musulmana col timore, però, della crescita del fondamentalismo islamicodi matrice wahabita: anche questa eredità della guerra che vide l’invio di combattenti e armi da Arabia Saudita, Pakistan, Iran e Afghanistan. La presenza di questi fondamentalisti sta creando diverse tensioni nel paese dove, secondo alcuni sondaggi, il 70% della popolazione sarebbe a loro contrario.

Di fronte a tutto ciò la Bosnia è semi-paralizzata dalla sua complessità istituzionale che risente ancora fortemente della pesante eredità degli accordi di Dayton. Sia nel caso del BPNP che nella “questione” wahabita le leggi per arginare la deriva antidemocratica esistono, ma sono di difficile attuazione a causa della carenza degli organi preposti, come dichiarato dal procuratore della repubblica Grubesic. Di fronte a tale realtà l’integrazione delle tre comunità bosniache è fondamentale, ma al momento esistono 12 ministri dell’istruzione a fronte di 500 mila bambini. Ogni cantone della federazione ha il suo ministro, ed il potere di decidere fino al 30% del contenuto programma di studi, con il risultato dell’inesistenza di un curriculum di studi unico per gli studenti bosniaci.

Anche il processo di integrazione europeo, attraverso la liberalizzazione dei visti all’interno dell’area Schengen (dal 15 dicembre 2010), sembra procedere a rilento tra i dubbi e i timori dell’Unione Europea, nonostante l’entusiasmo della popolazione, ed ha portato alla creazione di un meccanismo di monitoraggio.

In conclusione la Bosnia appare un paese ricco di contraddizioni, bisognoso di trovare la sua strada e lasciarsi alle spalle le vicende di 15 anni fa. Ma le vecchie tensioni esistono ancora, e si sommano alle nuove, e sono un freno allo sviluppo futuro della federazione. E chiudendo il cerchio sono ricchi di contraddizioni anche i nazisti locali, musulmani contro l’islamismo e alleati dei fondamentalisti islamici nel picchiare i “diversi”, sostenitori del laicismo e che nel sito si appellano all’Art.19 della dichiarazione universale per i diritti umani.
Di Pietro Acquistapace

Tratto da East journal

Pubblicato da Lina a 3/17/2011 4 commenti Link a questo post  

DESTRA RADICALE E NAZIONALISMO IN SERBIA. PARTE SETTIMA

mercoledì 16 marzo 2011



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1.3 Velika Seoba: lo spirito nazionale serbo.
La battaglia del Kosovo, sebbene abbia assunto nella memoria storica del Popolo serbo il significato di spartiacque tra la gloria dell’impero medioevale e il declino della sottomissione all’impero turco, e sebbene ancora oggi venga utilizzata dagli estremisti della destra radicale e dai nazionalpopulisti come esempio delle virtù serbe e come base ideologica delle rivendicazioni territoriali (il Kosovo, la Krajna, il Montenegro ) non segnò la fine dei diversi principati serbi.
In terra serba, infatti, continuarono a sopravvivere per quasi un secolo degli stati vassalli, grazie soprattutto alla sconfitta che nel 1402 Bajazid “la folgore” patì sotto le mura di Ankara contro le truppe mongole di Tamerlano.
Il successore di Lazar, Stefan Lazarević, approfittò delle difficoltà in cui vennero a trovarsi i Turchi per consolidare i propri domini, giocando contemporaneamente la carta bizantina e quella ungherese: dall’imperatore ottenne il titolo di despota, mentre allo stesso tempo si riconobbe anche vassallo del re d’Ungheria, ricevendo in cambio la regione di Belgrado.
La campagna di conquista dei Balcani riprese con maggior slancio soltanto nel 1428 grazie a Murad II. Quando, infatti, nel maggio del 1453 Mehmed II entrò a cavallo in Santa Sofia di Costantinopoli, suonò anche l’ora dell’ultimo despota della Serbia, Đorđe Branković.
Dopo quattro anni di campagne, i Balcani assunsero quella tripartizione religiosa che avrebbe caratterizzato la sua storia: all’eresia bogomila si sostituì l’Islam, cui i signori feudali si convertirono per mantenere i propri privilegi, costringendo i propri contadini a seguirli nella conversione.
L’accoglimento della plebe tra i “credenti” è un fenomeno nuovo nella storia dell’impero ottomano. Ciò è dovuto principalmente alla necessità di avere delle truppe disponibili e fedeli da utilizzare nelle incursioni nelle terre cattoliche dei Croati e degli Sloveni.
Dopo secoli di divisioni politiche, di lotte tra principati, di lotte intestine e di complotti, gli Ottomani portarono nei Balcani l’ordine e la pace del Dar al Islam, il dominio della fede.
Dell’impero di Dušan rimase temporaneamente indipendente soltanto il principato di Zeta (il Montenegro), che, grazie al suo territorio impervio, riuscì a conservare sino alla fine del secolo una dinastia locale, i Crnojevići. Nel 1498, però, anche il Montenegro perse la propria indipendenza, anche se non conobbe mai, a causa del suo territorio montuoso, l’insediamento feudale ottomano.
Le autorità di Istanbul preferirono, infatti, trattare i Montenegrini come liberi contadini, con l’unico obbligo di pagare una tassa annua che un funzionario, l’unico Turco cui era lecito entrare nel Paese, ritirava una volta ogni anno.
Durante l’occupazione ottomana, ai Balcani fu imposta un’organizzazione amministrativa, che mirava a rendere la regione omogenea dal punto di vista religioso e culturale. Seguendo gli insegnamenti contenuti nel Corano, secondo cui erano degni di protezione, oltre i credenti, i Moslem, anche gli Zimmi, ovvero i cristiani e gli Ebrei, i sultani divisero la popolazione in varie categorie: mentre la minoranza dei credenti, che era degna di servire nell’amministrazione e nell’esercito dell’impero, era sottoposta alla legge coranica, gli Zimmi furono soggetti al regime del Millet, riconosciuti, cioè, come appartenenti ad una comunità religiosa parzialmente autonoma per quanto riguarda la propria struttura ecclesiastica, l’educazione dei figli ed il diritto di famiglia.
Quest’atteggiamento tollerante da parte dei conquistatori (per un certo periodo si conservarono perfino i feudatari cristiani) fu bilanciato dall’obbligo degli Zimmi di pagare tasse speciali, da cui venivano esentati i Musulmani, tra cui anche quella del sangue, la devchirme (devşirme in turco e devširma in serbo), cioè la leva obbligatoria di ragazzi, organizzata a scadenza triennale o quinquennale tra le popolazioni contadine. Essi venivano portati ad Istanbul per essere educati nella “vera” fede ed istruiti nelle caserme, prestando servizio nel corpo dei Giannizzeri.
Avvenne così che la lingua serba si diffuse nelle più alte cancellerie dello Stato, e che uomini di rango elevato, fino al titolo di gran visir, fossero di origine serba. Il caso più famoso è quello di Mehmed Pascià Sokolović, uno dei più importanti collaboratori di Solimano II il Magnifico.
Fine della settima parte

"Destra Radicale e Nazionalismo in Serbia - Antonio Grilli - pubblicato dall'Università Orientale"

Pubblicato da Lina a 3/16/2011 5 commenti Link a questo post  

Balkan Horses Band

lunedì 14 marzo 2011


Bene... stiamo cercando di soddisfare le vostre richieste musicali.
Certo che tra sport e musica mi mettete in seria difficoltà !
Comunque ci provo ! Spero di non sparle troppo grosse. Per quello che ho potuto capire questo gruppo è nato a Sofia (Bulgaria), ma i musicisti sono originari di ogni parte dei Balkani e non solo. Nikola caro.. correggimi se sbaglio.
Il chitarrista del gruppo è niente meno che Vlatko Stefanovski, importante artista macedone che fondo' i "Leb i sol" ovvero i "Pane e sale", un importante gruppo della ex Yugo.
La musicalità di questo gruppo è incantevole, come pure incantenvoli sono i musicisti che arrivano tutti da un passato di grande esperienza in campo musicale.
Che dire ancora... la mia impressione è buona anche se ritengo la musica di questo gruppo un po' difficile da seguire, ma ascoltando e riascoltando i brani, ti si veste bene addosso.
Grazie Nikola per averci suggerito questo gruppo !

Kalajdzisko oro
Gipsy song
Бел кон - Балкански коне
Skidra
My space
Vlatko Stefanovski

Pubblicato da Lina a 3/14/2011 2 commenti Link a questo post  

Quando scelsi il posto dove sarei nato...

domenica 13 marzo 2011


Quante volte abbiamo sentito dire... "Ritornatevene al vostro paese!". Ma davvero qualcuno ci da diritto di sentire un posto solo nostro? Certo, abbiamo tradizioni, usanze, ricordi legati a una terra, che ci ha visto crescere. Ma tutti devono poterne assaporare l'essenza, nel nome della tolleranza, dell'ospitalità, del rispetto. Altrimenti, è razzsimo. Quante volte abbiamo attraversato il mondo rimanendo incantati da ciò che incontravamo? E quanto ci siamo sentiti arricchiti, tornando al nostro luogo di origine? La conoscenza, quindi, intesa come scambio, come ricchezza. Lasciamola agli stolti, la povertà dell'ignoranza.

Quando scelsi il posto in dove sarei nato
Un sorriso per ogni lacrima

Pubblicato da Lina a 3/13/2011 3 commenti Link a questo post  

DESTRA RADICALE E NAZIONALISMO IN SERBIA.PARTE SESTA

venerdì 11 marzo 2011



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Seguirono decenni di rapido sviluppo culturale, caratterizzato dalla costruzione di numerose chiese e monasteri ad opera dei sovrani e delle loro mogli, quale segno tangibile della loro grandezza e della loro fede.
Nel campo narrativo, invece, si affermò soprattutto un filone assai popolare: quello delle vite dei santi, tra cui spiccano le biografie dedicate ai santi Nemanja e Sava.
Forte di questi successi, un lontano pronipote di Stjepan, Dušan, salito al trono nel 1331, riuscì, approfittando della debolezza dei Bizantini a creare un grande Stato, che si estendeva dal Danubio fino al golfo di Corinto. Il giorno di Pasqua del 1346, egli si fece incoronare a Skopje, sottratta quindici anni prima ai Bulgari, “zar dei Serbi e dei Greci”, e nonostante l’anatema del patriarca ecumenico, elevò alla suprema dignità patriarcale il metropolita di Peć, concedendo nel 1349 ai suoi sudditi un Codice, prendendo spunto dall’operato dei gradi sovrani, che era un abile intreccio di diritto bizantino e tradizione serba.
Tutti segni di ambizione imperiale, che spinsero Dušan a puntare alla conquista di Costantinopoli. A tal fine, egli cercò di convincere Papa Innocenzo III a nominarlo “capitano generale” di una crociata contro i Turchi, diventati ormai una grande potenza e, quindi, una grande minaccia per i Balcani.
La sua morte improvvisa nel 1355 pose fine a tali progetti. Subito dopo la scomparsa di Dušan, il suo impero si frantumò in una serie di principati sui quali suo figlio Uroš esercitò una sovranità solo nominale.
Uroš morì nel dicembre del 1371, ad appena due mesi dalla sconfitta serba sul fiume Marica. L’esito di questo battaglia ebbe conseguenze catastrofiche per i sovrani cristiani dell’area, dall’imperatore bizantino a quello bulgaro e ai vari signori serbi: nei venti anni successivi molti di loro divennero vassalli dei Turchi, animati dagli ideali della “guerra santa”, e decisi, sotto la guida del sultano Murad I, ad estendere il proprio dominio a tutta la penisola.
Per far fronte contro questa minaccia, il più potente dei principi serbi, Lazar Hrebeljanović si alleò nel 1389 con il signore della Bosnia, Tvrtko I Kotromanić, che aveva ricevuto da poco la corona dal re d’Ungheria e si era proclamato sovrano di tutti i Serbi.
L’esercito turco, forte di 40.000 uomini e quello serbo-bosniaco, 25.000 uomini, si affrontarono nel giorno di san Vito (il 15 giugno secondo il calendario giuliano; il 28 giugno secondo quello gregoriano) sulla “piana dei merli” nel Kosovo. La sconfitta dell’esercito cristiano segnò l’inizio del dominio ottomano nella regione.
Secondo Thomas A. Emmeret:
"Nel corso dei tempi, la battaglia del Kosovo cominciò ad esser vista come l’origine di tutte le sventure che la Serbia dovette subire durante i lunghi anni della sua soggezione ai Turchi. Al tema della sconfitta si accompagnò quello della speranza e della resurrezione. Avendo Lazar ed il Popolo serbo sacrificato volontariamente le proprie vite per la fede e per il Paese, i Serbi sapevano che, a causa di questo martirio per mano dell’Infedele, Dio avrebbe protetto il Suo Popolo e l’avrebbe salvato un giorno dalla schiavitù"
Fine della sesta parte

"Destra Radicale e Nazionalismo in Serbia - Antonio Grilli - pubblicato dall'Università Orientale"

Pubblicato da Lina a 3/11/2011 4 commenti Link a questo post  

I ragazzi di Belgrado e le rivolte arabe

mercoledì 9 marzo 2011


Cosa c’entra la ex Jugoslavia con le rivolte arabe che stanno infiammando il medio oriente? Apparentemente nulla. Ma se si indagasse al di là delle facili interpretazioni, forse emergerebbe un quadro insolito rispetto a quello che sta avvenendo nel nord Africa e in particolare in Egitto. Leggiamo oggi sul Corriere della Sera che dietro la “rivoluzione” del Cairo ci sarebbero i ragazzi di Belgrado. Li chiama proprio così il quotidiano, i “ragazzi”. Ora, chiaramente la fonte è quella che è, inattendibile e ovviamente di parte, incapace, come del resto la maggior parte dei quotidiani italiani, di fare inchieste vere e approfondite. Però è anche vero che sono diverse settimane che la notizia circola, confermata tralaltro da alcuni cablogrammi di Wikileaks che ne danno sostanzialmente conferma. Insomma, parte di quel variegato mondo che sta mobilitandosi in Egitto e che ha portato alle dimissioni di Mubarak sarebbe ispirato da Otpor. Non sappiamo quale sia il confine fra una qualche forma di illuminazione ideale e invece una più pragmatica ispirazione finanziaria, ma certo non essendo nati ieri non ci stupirebbe nulla e soprattutto di cose del genere ne è piena la storia.

Però sarebbe utile ricordare cosa hanno rappresentato e cosa sono stati quei “ragazzi” di Otpor per la Serbia di Milosevic, e negli anni successivi per tutta quella serie di tentate rivoluzioni colorate che hanno incendiato l’est Europa e alcuni paesi del Latinoamerica. A partire dalla disgregazione della Jugoslavia, dopo l’indipendenza della Croazia e della Slovenia, l’ultimo paese da domare economicamente e politicamente rimaneva la socialista Serbia, cuore della ex Jugoslavia, di cui ancora portava il nome. Non ci volle molto, fomentando le rivolte etniche e smembrando il resto della regione inventandosi stati inesistenti quali il narco-stato del Kossovo. Ma il terreno, anche rispetto all’invasione militare del 1999 da parte della NATO, venne preparato da una serie di “rivolte” studentesche, culminate con le manifestazioni del 2000, guidate appunto dal gruppo politico-studentesco di Otpor. Gruppo che si dichiarava apolitico, formato dalla società civile, dai lavoratori “stanchi” del regime, e soprattutto dagli studenti, mito intoccabile di ogni democrazia. E infatti proprio le manifestazioni studentesche furono il grimaldello con cui si giustificò la pressione europea e che preparò l’attacco NATO. Messa così, al di la delle differenze politiche evidenti ma che allora evidenti non furono, niente di male. E infatti questi presunti studenti ricevettero la solidarietà di mezzo mondo, soprattutto di quel mezzo mondo di sinistra che appoggiava, allora come oggi, qualsiasi cosa provenga dalla piazza e soprattutto dall’ università. Salvo però che alcuni anni dopo si scoprì come proprio Otpor ricevesse ingenti finanziamenti dalla CIA e dall’Unione Europea; finanziamenti che dovevano essere subordinati a un lavoro politico di attacco alle politiche socialiste di Milosevic, di criminalizzazione dello stato Serbo e di propagazione delle idee delle libertà democratiche occidentali (e, chiaramente, del liberismo economico come unica forma di sviluppo possibile). Finanziamenti per giunta mai smentiti dall’organizzazione stessa, e anzi in certi frangenti addirittura rivendicati. Non solo. E’ notizia di qualche mese fa, sempre derivante da santa Wikileaks, che il più grande festival di musica etnica d’Europa, che si svolge ogni estate a Belgrado, apparentemente solo evento culturale e musicale, è organizzato proprio dai dirigenti di Otpor, con i conseguenti ritorni politici ed economici che possiamo immaginarci.

Una brutta storia, insomma. Losca, fatta di finanziamenti esteri per far crollare governi legittimamente eletti e ancora di più per smembrare stati di diritto. Il perché, facile intuirlo. Ce lo ha spiegato in questi mesi il signor Marchionne: se non fossero passati i referendum farsa di Pomigliano e di Mirafiori, avrebbe spostato tutta la produzione all’estero. Dove? Ma certo, in Serbia, dove si produce senza diritti, secondo le regole del padrone e con il beneplacito dello stato liberista. Come è stato possibile tutto ciò? Dalla cacciata di Milosevic, dallo smantellamento dello stato sociale serbo, e dalla normalizzazione dell’unica area ancora non asservita al capitale neoliberista europeo: la Serbia, appunto.

Detto questo però, questa storia delle rivoluzioni apolitiche per la cacciata del despota ha avuto fortuna ed è proseguita altrove. In Venezuela, ad esempio. Il tentato colpo di stato del 2002 è stato fomentato proprio da una serie di rivolte studentesche universitarie promosse da studenti apparentemente apolitici e apartitici. Dicevano di ispirarsi ad Otpor, i poverini, e come loro volevano abbattere il regime socialista tirannico e instaurare la democrazia. Per fortuna le cose la andarono diversamente. Non però i retroscena. Che parlano di finanziamenti CIA, di scuole di formazione politica e di canali politici con il governo nordamericano che, come dire, facilitarono le cose. Garantendo una carriera politica ed economica a quei presunti giovani apolitici. Esattamente come nella ex-Jugoslavia.

Per non parlare poi della serie di rivoluzioni arancioni, rosa, verdi, allo zafferano o dei ciclamini che hanno incendiato l’est europeo spodestando tutti i leader filo russi della regione. Il passaggio dell’oleodotto Nabucco, già “ispiratore” dell’invasione afgana, ovviamente non c’entrava nulla. Così come non c’entrano nulla i tentativi di ridurre l’egemonia russa su tutta la regione; le liberalizzazioni dei mercati a seguito delle false rivoluzioni di falsi leader democratici, l’avvicinamento di questi Stati all’Unione Europea, i finanziamenti europei che iniziarono a circolare incessantemente. Una cosa però emerge costante: la “guida” economica e politica di Stati Uniti e Unione Europea di queste rivolte, l’appoggio incondizionato, che ha portato in pochissimo tempo Ucraina, Serbia, Georgia, Kirghistan ad allontanarsi dall’egemonia russa per entrare nell’orbita di servaggio europeo. Con tutto ciò che ne è conseguito: apertura dei mercati, smantellamento del welfare, annullamento dei diritti sul lavoro. In cambio di una “presunta” democratizzazione della vita politica interna, tutta ad uso e consumo dei candidati appoggiati dall’occidente.

Quindi, fatta questa ampia premessa, è chiaro come la notizia di un appoggio più o meno evidente da parte di organizzazioni nordamericane o filo-americane sia un grosso problema e in parte spiega questa “strana” esplosione di rivolte. Dopo anni di silenzio tutto il mondo arabo si infuoca chiedendo democrazia. Ma siamo sicuri che dietro questo concetto di “democrazia” non si nasconda un tentativo di liberazione economica di quei territori, un tentativo di normalizzare quell’area in un mondo dove si trovano sempre più a fatica dei mercati di sbocco per i produttori occidentali? Chissà, staremo a vedere, l’importante è chiedersi sempre il come e il perché di certe rivolte. Anche perché l’esodo di questi giorni da quei paesi appena rivoltati non sembra proprio il sintomo di un ritrovato benessere, ma una fuga da un futuro che sembra sempre più oscuro, o forse segnato.
Tratto da : "I ragazzi di Belgrado e le rivolte arabe". Militant blog

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8 Mart

lunedì 7 marzo 2011


Dai primi momenti in cui ho contattato i Balkani mi sono stupita di certe cose.
Ad esempio non sapevano cos'era il carnevale, ma mi facevano gli auguri per l' 8 Marzo.
L'8 Marzo non è poi una festa così bella, poichè nasce da un fatto di cronaca drammatico, ovvero l'incendio di una fabbrica in cui morirono molte donne, ma, avere una festa della donna e non dell'uomo, è una bellissima ingiustizia.
Per festeggiare questo 8 Marzo, vorremmo parlarvi delle "donne in nero", ovvero una organizzazione presente in molti paesi. In Serbia si chiamano "zene u crnom" ed è anche un caso grammaticale che non capirò mai, perchè u serve il lokativo e crnom sarebbe strumentale, ma poi, alla fine magari risulta dativo.. non so'.. non mi chiedete !
Nell'ultimo viaggio che ho fatto con Vera, abbiamo portato 8 computer ai bambini serbi donati proprio dalle "donne in nero"
Auguri a tutte le donne !

Zene u crnom

Pubblicato da Lina a 3/07/2011 9 commenti Link a questo post  

Sinisa Mihajlovic

sabato 5 marzo 2011

Bene... anzi.. quasi bene.... perchè oggi si parla di calcio. Non vi preoccupate per le vostre proposte musicali ... saranno esaudite al più presto, ma da un bel po' non si parla di calcio e questo argomento è un altro che ci fa salire la redemption !
Che dire.. spero di non spararle troppo grosse e se qualcuno legge degli errori e mi corregge ha la mia gratitudine !
Io di calcio non capisco nulla !


Siniša Mihajlović (in serbo Синиша Михајловић, Vukovar, 20 Febbraio 1969) è un allenatore di calcio ed ex calciatore serbo, attualmente alla guida della Fiorentina.
Mihajlović ha militato nel Vojvodina (1988-1990), nella Stella Rossa (1990-1992), poi nella Roma (1992-1994), nella Sampdoria (1994-1998), nella Lazio (1998-2004) e nell'Inter. Dopo il ritiro, avvenuto nel 2006, è rimasto all'Inter svolgendo il ruolo di allenatore in seconda del suo ex compagno di squadra Roberto Mancini fino al giugno 2008.
La sua carriera è stata però macchiata da diversi gesti scorretti.
Realizza molti gol contro grandi squadre europee come il Chelsea (2-1 per la Lazio a Londra nel match di Champions League) e Barcellona (3-3, il 5 agosto 2000 nel Torneo di Amsterdam). Lascia la Lazio dopo sei stagioni in cui ha vinto uno Scudetto (2000), due Supercoppa Italiana (1998 e 2000), una Supercoppa Europea (1999), una Coppa delle Coppe (1999) e due Coppe Italia (2000 e 2004). Nel 1999 ha siglato il primo gol della storia della Lazio in Champions League, nella prima gara della fase a gironi in casa del Bayer Leverkusen, pareggiata (1-1) grazie al "solito" calcio di punizione del serbo.
Passa all'Inter dove realizza in totale sette reti (di cui sei in campionato), tra cui una doppietta il 12 febbraio 2005 ai danni della Roma (2-0, entrambi su punizione). Realizza sempre su punizione e sempre contro la Roma il gol decisivo in finale di Coppa Italia del 2005, il 15 giugno a San Siro la finale di ritorno termina quindi 1-0 per i milanesi. Con l'Inter vince due Coppe Italia ed uno Scudetto.
Mihajlović vanta 63 presenze internazionali, 4 delle quali nella rappresentativa unita della Repubblica federale jugoslava (esordio il 16 maggio 1990 a Belgrado, Jugoslavia - Isole Fær Øer 7-0), 58 con 9 gol in quella serbo-montenegrina formalmente chiamata ancora Jugoslavia, e una (nel 2003) con quella di Serbia e Montenegro propriamente detta.
Ha rappresentato la Jugoslavia al campionato del mondo 1998 in Francia e al campionato d'Europa 2000 in Belgio e Paesi Bassi.
Ha svolto il ruolo di allenatore in seconda dell'Inter dal 2006 al 2008, con Roberto Mancini in panchina, per poi lasciare l'incarico poco dopo l'arrivo di José Mourinho. Con il tecnico jesino, Mihajlović ha vinto due campionati italiani, nella stagione 2006-2007 e nella stagione 2007-2008, nonché la Supercoppa italiana del 2006.


Dal 3 Novembre 2008 è stato il tecnico del Bologna, subentrato all'esonerato Daniele Arrigoni. Ha esordito l'8 Novembre successivo contro la Roma (1-1). Dopo cinque pareggi consecutivi in campionato, ha vinto il suo primo incontro il 13 Dicembre (Bologna-Torino 5-2). Il 14 Aprile 2009, dopo una serie di risultati alquanto deludenti, culminata con la pesante sconfitta interna per 1-4 contro il Siena, la quarta consecutiva per i rossoblù, viene esonerato e sostituito da Giuseppe Papadopulo.
Dall'8 Dicembre 2009 prende il posto di Gianluca Atzori sulla panchina del Catania. Debutta il 13 Dicembre perdendo contro il Livorno (0-1). La domenica successiva, 20 Dicembre 2009, conquista la sua prima vittoria col Catania a Torino contro la Juventus (1-2), seguita da una serie di risultati positivi, che permettono al Catania di sollevarsi dal terz'ultimo posto e raggiungere una zona tranquilla della classifica. Il 9 Maggio 2010 centra la salvezza matematica (42 punti) con il Catania nello scontro con il Bologna allo stadio dall'Ara, con un pareggio per 1-1. La domenica successiva, ultima di campionato, battendo il Genoa al Massimino (1-0) permette al Catania di conquistare il record di punti (45) nella recente storia della squadra rossazzurra in serie A e la 13ª posizione in classifica finale. Il 24 Maggio 2010 Mihajlovic si dimette dall'incarico di allenatore tramite una lettera mandata alla società.


Il 3 giugno 2010, la Fiorentina annuncia ufficialmente di avere ingaggiato l'allenatore serbo che siederà sulla panchina viola al posto di Cesare Prandelli. Il serbo firma un contratto che lo lega al club viola per due anni con un'opzione sul terzo; il nuovo mister percepisce un ingaggio poco superiore a 700mila euro. Come suo vice, Mihajlović sceglie Dario Marcolin, già suo collega in panchina nella stagione sportiva 2009-2010 al Catania.
Tratto da Wiky

Conferenza stampa
Bravissimissimo !
Intervju

Pubblicato da Lina a 3/05/2011 10 commenti Link a questo post  

DESTRA RADICALE E NAZIONALISMO IN SERBIA. PARTE QUINTA

mercoledì 2 marzo 2011


Continua da qui

Il cirillico sostituì, così, il glagolitico, diventando la scrittura di tutti gli Slavi ortodossi, uniti anche dalla comune lingua liturgica, destinata a rimanere per secoli, con delle varianti locali, lingua letteraria e koinè per tutte le persone di cultura.
Verso la fine del IX secolo i Serbi, presi nella morsa dei Bulgari, dei Bizantini e degli emergenti Magiari, conobbero un periodo di torbide lotte per il potere e di alterne ribellioni e vittorie.
Il primo Stato serbo riconosciuto come regno indipendente dal Papa si creò a Zeta (Montenegro) nel 1077, e raggiunse il massimo sviluppo sotto re Bodin (1081-1101), per essere sconvolto più tardi da contese dinastiche. A questo punto, si presentò sul proscenio, verso la metà del XII secolo, il gran giuppano della Raška, Stjepan Nemanja, che, con l’appoggio del re d’Ungheria, di Venezia e dell’imperatore germanico, proclamò la propria indipendenza anche dall’impero bizantino.
Sconfitto nel 1172 dall’imperatore Emanuele Comneno, egli approfittò delle lotte intestine scatenatesi dopo la sua morte per riconfermarsi sovrano, estendendo il proprio dominio al Kosovo ed alla Metohija, alla Macedonia ed al principato di Zeta, incluso il Cattaro.
Venne così a crearsi uno Stato piuttosto ampio, con cui il futuro basileus, Alessio III Angelo, ritenne opportuno stringere un patto di alleanza, dando la propria figlia in moglie all’erede di Nemanja, Stjepan II.
Il vecchio Nemanja decise di prendere i voti e ritirarsi in convento sul monte Athos. Qui si trovava il suo secondo figlio Ratsko. Diventato monaco con il nome di Sava, il giovane principe non rinunciò agli sforzi tesi al rafforzamento della Raška.
Dopo la conquista di Bisanzio, ed il successivo crollo dell’impero nel 1204, egli abbandonò la vita in monastero per affiancare il fratello nei suoi sforzi tesi ad assicurare al principato oltre all’autonomia politica, anche quella religiosa.
In una situazione molto delicata in cui la Raška oscillava tra Oriente ed Occidente, prendendo la direzione di quest’ultimo, Stjepan, sbarazzandosi della moglie bizantina, sposò in seconde nozze la veneziana Anna Dandolo, riconobbe il patronato d’Ungheria ed accettò, nel 1217 la corona reale dalle mani del legato di Papa Onorio III.
Di più vasto respiro fu l’attività di Sava, che, senza rompere con il fratello Prvovenčani (il “primo incoronato”), si allontanò dalla Serbia per recarsi a Nicea, sede dell’imperatore e del patriarca ecumenico. Nonostante l’opposizione dell’arcivescovo di Ohrid, sotto la cui giurisdizione si trovava la Raška, il patriarca consacrò Sava metropolita autocefala della Chiesa Serba Ortodossa.
Tale successo politico-religioso rafforzò ulteriormente il regno dei Nemanjići, marcando una netta linea di frontiera tra mondo ortodosso e cattolico nei Balcani. Il riconoscimento di una Chiesa nazionale con sede a Peć, nel cuore del Kosovo, che ebbe ben presto anche i suoi santi, Stjepan e Sava in prima fila, diede un contributo decisivo all’unità del Popolo serbo, ispirandogli una forte coscienza della sua identità storica, religiosa e culturale, privandolo, però, di una razionalità e di un’obiettività, necessarie per affrontare le sfide che, in seguito, sarebbero state poste loro.
Seguirono decenni di rapido sviluppo culturale, caratterizzato dalla costruzione di numerose chiese e monasteri ad opera dei sovrani e delle loro mogli, quale segno tangibile della loro grandezza e della loro fede.
Nel campo narrativo, invece, si affermò soprattutto un filone assai popolare: quello delle vite dei santi, tra cui spiccano le biografie dedicate ai santi Nemanja e Sava.
Fine quinta parte

"Destra Radicale e Nazionalismo in Serbia - Antonio Grilli - pubblicato dall'Università Orientale"

Pubblicato da Lina a 3/02/2011 4 commenti Link a questo post  

Amato / odiato turbo folk

martedì 1 marzo 2011

Il Turbofolk è un genere musicale molto discusso, e molto più complesso di quanto appaia a prima vista. Il termine fu coniato nel 1993 dal cantante montenegrino Rambo Amadeus, ma le origini risalgono a qualche anno prima, per l’esattezza al 1991, con le sperimentazioni musicali delle radio clandestine ed in particolare del DJ W-Ice.
Turbo da velocità, simbolo di modernità, di potenza e anche libertà. (Si ascoltino Gas gas di Severina o Kawasaki di Bora Majstorovic). Folk da popolo, tradizione, voglia di non scordare le proprie origini.
Ma cosa si intende per Turbofolk? Musicalmente lo si può definire come l’incontro della musica tradizionale serba (e non solo) con il rock’n’roll e la moderna dance music. Tuttavia una definizione univoca non è facile, data la quantità di influenze alle quali il Turbofolk è soggetto, tanto che a volte le canzoni sembrano appartenere a generi completamente differenti. Si consideri poi che alcuni critici musicali negano addirittura l’esistenza del Turbofolk e lo ritengono semplicemente un’evoluzione della musica folk commerciale.


Sicuramente ciò che colpisce del Turbofolk è il suo immaginario: i video sono spesso glam, provocanti e con cantanti molto sexy, grosse macchine, tanti soldi e una forte componente erotica (basti citare Dara Bubamara o Goga Sekulic').
Ma forse l’aspetto più interessante è il suo essere un fenomeno di massa, soprattutto dopo la nascita, nel 1994, di emittenti come Pink Radio, che va oltre i confini serbi e abbraccia, con nomi differenti, tutta la penisola balcanica (Chalga in Bulgaria, Laika in Grecia, Manele in Romania, ecc).


Proprio questo aspetto di “massificazione” ha attirato le più grosse critiche al Turbofolk. Da sinistra viene accusato di essere una sottocultura di massa che rappresenta l’involuzione generale della società basata sul populismo, su status symbols consumisti, con la riscoperta di un passato mitologico revisionato, nonchè autoreferenziale. Di fatto è vero che il regime serbo dopo un primo momento di tolleranza scoprì l’uso “politico” che il Turbofolk poteva avere in un grave contesto di crisi, rappresentando sia la possibilità di una “fuga” dal presente sia il mezzo per veicolare slogan e concetti nazionalistici.
Le critiche al Turbofolk provenienti da destra invece si incentrano sulle sue influenze ottomane, in particolare l’”arabesque” turco, e per il suo spirito troppo “orientale”.
Il Turbofolk è quindi un fenomeno molto complesso, dove la voglia di guardare avanti, di essere “moderni” viene cantata su basi della musica tradizionale e con forti influenze turche. Significativo è come il fenomeno non riguardi solo nuove generazioni di cantanti ma anche cantanti “storiche” del panorama balcanico, come Lepa Brena, abbiano avuto la loro fase Turbofolk sexy e provocante.


Purtroppo non avendo la padronanza della lingua non posso dire con certezza quanto l’elemento “patriottico” sia presente e predominante, ma il fatto che ai concerti di Ceca (moglie del fu Arkan) giungano migliaia di persone anche dalla Croazia e che in Bosnia ragazzi musulmani si trovino a ballare con canzoni di cantanti serbi mi fa pensare che la volontà di controllo di chi comanda, e anche di chi è sempre pronto a criticare in nome di “alti ideali”, non sarà mai in grado di manipolare i sogni e i sentimenti delle persone.
Piotr Ac

Gas gas
Kawasaki
Dara Bubamara
Goga Sekulic'
Lepa Brena
Ceca
Severina in balkan-crew
Ceca in balkan-crew

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