NON ESISTONO MATTONI PER RICOSTRUIRE GLI ANIMI

Friday, November 25, 2011


L'imponente sfilata, premier Jadranka Kosor e presidente Josipović in testa, compo-sta da gente arrivata da ogni parte della Croazia per il ventesimo anniversario dell'assedio del 1991, in una giornata forse radiosa per gli animi, in realtà nebbiosa e fredda, ha visto la presenza di molti giovani. Molti non erano nemmeno nati nei giorni tragici di Vukovar, ma hanno sfilato accanto a vedove, a molti anziani, ai redu-ci, a frati e suore, alla fine si calcola che circa 30 mila persone abbiano percorso le vie della Stalingrado croata.
Terminata la sfilata resta la realtà nebbiosa di questa cittadina della Slavonia orien-tale dove cerchiamo di ricomporre i fili di questa tela, forse irrimediabilmente strap-pata per sempre, con due esponenti della comunità serba di Vukovar.
Usiamo nomi di fantasia, la riservatezza e la precauzione sono basilari per entrare a riscaldarci nella casa di uno di loro. E quale momento migliore può essere se non quello davanti ad una tazza di turska cava per rompere non tanto metaforicamente il ghiaccio?
Il rito immutabile del “caffè alla turca”, che accomuna trasversalmente le genti di quel variegato paese che è la ex-Jugoslavia, caffè turco che rimane nonostante il bagno di nazionalismo imperante appena respirato per le vie.
Domande leggere di circostanza prima di arrivare al fulcro del nostro colloquio.
Dove erano i due abitanti di etnia serba nel novembre di vent'anni fa quando tutto è letteralmente esploso a Vukovar e dintorni, come vivevano?
Da un ricordo della fabbrica dove lavoravano, dal lavoro di artigiano dopo la chiusu-ra del kombinat, dalle case per operai vera realtà multinazionale, siamo passati a ri-vivere la vita nei seminterrati, senza acqua, col poco cibo che la moglie cercava di recuperare, con le bombe che cadevano, coi rifugi nei quali, per loro, era meglio non entrare. Pur non avendo nemici dichiarati, era meglio usare la tattica della "pruden-za", non mettersi in mostra, restare il più possibile in casa, anche oltre il necessario per difendersi dalle pallottole. Dopo vent'anni restano le emozioni, che vanno via via smarrendosi, ovviamente non ci si pensa più come una volta.
"Per giorni e giorni ci abbiamo pensato, le abbiamo rivissute, oggi rimangono indie-tro, i problemi quotidiani hanno il sopravvento. Ci siamo accorti che per giorni non ci pensavamo".
Come la sfilata. Difficile definirla vista da questa parte. Anche oggi è stato meglio essere "prudenti", specie con certa gente in giro (Si comprende il gran spiegamento di polizia).
"E' giusto ricordare, rispettare i morti, è un evento triste, che ha coinvolto una comunità intera estranea per la maggior parte al conflitto". Ma è vista oggi più come una fastidiosa speculazione politica.
Ecco, dopo una rakjia, scaturire la frase che più colpisce: "Nessuno si era vestito per andare in guerra tra di noi abitanti della città…".
Allora cosa ci facevano tutte quelle divise mimetiche, quelle facce dalla grinta belli-cosa, tutte quelle casacche nere oggi alla sfilata? La curiosità è forte e si passa all'a-nalisi della formazione dell'opinione pubblica per prepararla alla guerra etnica.
"Una notizia vera o falsa che sia diventa una verità a forza di ripeterla", mi dicono, " i media nazionali hanno martellato, ognuno con la propria versione, cosicché alla fine si nasconde la verità, siamo stati manipolati, ognuno dalla propria parte. Su certe menti deboli o semplici il gioco è diventato pericoloso".
“Se hai davanti macchine mediatiche organizzate da Zagabria , da Belgrado, da Sara-jevo, alla fine non capisci più niente o credi a quello che ti fa più comodo credere. Oppure fai come me, mi dice A., che oggi non leggo più nessun giornale, a malapena guardo la Tv, tanto nessuno mi dirà mai la vertita!”.
"La società socialista, lo Stato, ci risolveva ogni problema, per cui, al momento della spaccatura, delle tensioni interetniche, molti di noi hanno pensato che lo Stato alla fine avrebbe risolto anche questo problema, nessuno era pronto ad affrontare simili situazioni, ed infatti quando è cominciata la guerra abbiamo capito che era impossi-bile fermarla, il nostro Stato non c'era più…".
Come vive Vukovar questo ruolo di "città degli eroi"? Com'è la vita qui quando tutti se ne vanno?
"Troppo poco che funzioni economicamente, non vi sono le condizioni per attirare investimenti, Ci sono 2-3 aziende, ma non incidono sulla realtà locale. La burocrazia allontana le possibilità di avere nuovi insediamenti. Zagabria si interessa poco a noi, arriva puntuale la citazione della "memoria di Vukovar", ma non si mangia con la memoria!".
"Per noi serbi qui è ancora più complicato, abbiamo una posizione scomoda in Croa-zia, non abbiamo grande fortuna ad esser qui, ma alla fine siamo tutti sulla stessa barca, con gli stessi problemi e allora tutto si appiana un po' nella depressione gene-rale".
"Rimane una sostanziale divisione tra gruppi nazionali, talvolta sembra di essere davanti ad un punto morto appesantito dalle fratture, esistono riserve mentali tra i cittadini. Manca fiducia l'un con l'altro, manca coesione sociale.
Ci si incontra anche con una certa cordialità, ma rimane una cosa veloce, formale. Si percepisce la divisione tra le comunità".
I ritorni? "Non si torna dove non si hanno legami. Qui sono stati inseriti molti profu-ghi da altre zone di guerra per colmare i vuoti. Oggi forse l'80-90 per cento non è originario di qui. Si perde l'identità ed è più difficile creare legami. Come nel '45 quando si è riempita la città con altri profughi per colmare lo spazio lasciato libero dai tedeschi espulsi. Svuotata nel '45, semivuotata nel '91. Trasferito gente dalla Bosnia durante la Repubblica socialista, recuperato abitanti da varie zone dalla Croa-zia nazionalista. Una nuova Vukovar prima, una nuova Vukovar dopo. Pochi legami interni, pochi legami esterni. La storia come sempre si ripete!".
“Dopo il censimento del 2001 i serbi a Vukovar erano circa il 34%, i croati il 44. Ora i motivi economici hanno il sopravvento sui problemi nazionali. Se vi fosse una buona situazione economica si smusserebbero gli spigoli, si abbasserebbero le difficoltà. Le rimozioni hanno degli automatismi, specie nello spazio dei vent'anni, ma la crisi ren-de tutto più difficile".
"Non esistono mattoni per ricostruire gli animi" è la conclusione un po’ amara, ma molto realista, del nostro colloquio nella piccola cucina calda e ora anche piena di fumo, dove aleggia un po' di jugonostalghia. Di quando si andava Trieste a Ponterosso, oppure per un week-end a Dubrovnik.
"Si poteva andare in Cecoslovacchia, in vacanza in Ungheria. I nostri dinari valevano quando si andava in quei paesi. In casa c'era cibo in abbondanza, lo Stato pensava a tante cose. Ma oggi è improponibile una nuova Jugoslavia, sarebbe un'altra polve-riera e quindi…".

Bruno Maran da Vukovar per balkan crew

Posted by Lina at 11/25/2011  
2 comments
Lina said...

bruno.. io ti amo troppo troppo senza fine !!!
potete vedere le foto di bruno in
osservatoriobalcani.org
o meglio
balcanicaucaso.org
Vukovar, l'anniversario - Bruno Maran

11/25/2011  
Lina said...

allelujaa !!!
è resuscitato samopravo !!!!
e si è trasformato in WordPress !!!!
daj alberto... da solo 6 mesi stiamo aspettando la seconda parte del documentario
http://samopravo.net/

11/25/2011  

Post a Comment

Related Posts Widget for Blogs by LinkWithin

Design by Carl.