Destra radicale e nazionalismo in Serbia. Parte 21esima

venerdì 28 ottobre 2011


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Nel corso di tutti gli anni novanta si svolsero regolarmente elezioni democratiche, nel corso delle quali, però, Milošević fece ricorso a mezzi extralegali per vincere, ma la sostanziale tenuta della sua base elettorale era riconosciuta anche dai suoi oppositori.
Dall’inizio fu un politico populista ed autoritario, che ricorreva spesso a strumenti extracostituzionali, ma non fu un dittatore totalitario. Di certo fu anche un politico nazionalista, ma non più di quanto lo fossero i suoi avversari e sempre con il fine ultimo del tornaconto personale. Anzi, si può dire pacificamente che Milošević è stato certamente meno nazionalista della sua opposizione di destra. Una delle prove che porta a questo opinione, è che Milošević ha sempre utilizzato la causa nazionale, nella fattispecie quella dei Serbi al di fuori dei confini nazionali, e, soprattutto, ha sempre giocato con le passioni dei Serbi della Krajina e del Kosovo. Svetozar Pribićević, un politico serbo-croato che giocò un ruolo fondamentale nella fondazione e nel primo anno di vita del regno di Iugoslavia, scrisse:
Coloro che detengono il potere a Belgrado invocano sempre l’aiuto dei Serbi di Croazia quando c’è da difendere l’unità statale o combattere contro il separatismo croato. Ma nello stesso istante in cui un qualsiasi ufficiale di Belgrado sentiva la possibilità di un accordo con i Croati, non c’erano remore nel sacrificare i Serbi di Croazia, utilizzandoli senza esitazione come un drappo rosso dinanzi gli occhi dei Croati . Esempio pratico di questa teoria furono gli avvenimenti accaduti immediatamente prima e dopo gli accordi di Dayton. Se questi, da un lato, segnarono il culmine del potere di Milošević, non solo per il riconoscimento internazionale, dall’altro sancivano anche l’emarginazione di Karadžić e della causa dei Serbo-bosniaci dal contesto politico serbo. Alla prova dei fatti risulta confermato il giudizio su Milošević, come politico interessato essenzialmente all’arena politica della Repubblica di Serbia, alla “Piccola Serbia”. Egli non fu l’ispiratore, né approvò il Memorandum dell’Accademia Serba delle Scienze e, soprattutto, non ebbe mai il progetto di una “Grande Serbia” oltre i confini della Repubblica serba (aspirazione che, invece, aveva l’opposizione di destra). Milošević ebbe sempre diversi progetti politici, a volte anche contraddittori, sempre, però, mirati a cogliere una qualsiasi opportunità che potesse recargli vantaggio. Ed infatti la base di forza e di legittimazione [di Milošević] era la Repubblica di Serbia, non la Nazione serba sparpagliata nel territorio della Federazione iugoslava. Questo naturalmente non escludeva – come poi è avvenuto – un’eventuale strumentalizzazione delle minoranze serbe fuori dalla Repubblica serba per mettere in difficoltà le altre Repubbliche, ed avviare processi di ristrutturazione globale della Federazione iugoslava. Ma la base di forza e di legittimazione di Milošević è la Piccola Serbia .
In effetti l’uso delle minoranze serbe al di fuori della Serbia si rivelò strumentale. Milošević abbandonò al loro destino sia i Serbi della Krajina croata , sia i Serbi della Bosnia prima degli accordi di Dayton. La Krajina e la Bosnia (a differenza del Kosovo) non facevano parte della Repubblica di Serbia.
Il peso elettorale del Partito Socialista Serbo non era mai tornato ai livelli del 1990, ma Milošević era comunque riuscito ad ottenere abbastanza consensi per poter governare con i suoi alleati, che venivano cambiati regolarmente.
Tuttavia alle elezioni del 1997 il Partito Socialista iniziò a perdere voti, e cominciò a crescere l’opposizione della destra radicale di Šešelj. Nel 1990 lo SPS (Socialistička Partija Srbije) aveva ottenuto il 46% dei voti, nel 1992 il 29%, nel 1996 il 42% e nel 1997 il 34%. Lo SRS (Srpski Radikalna Stranka) di Šešelj aveva ottenuto nel 1992 il 23% e nel 1997 il 28%. In altre parole, la presa demagogica di Milošević sulla Serbia cominciava a vacillare, anche se il suo controllo sulle istituzioni pubbliche e private rimaneva ben saldo.
Un altro elemento che iniziava a farsi sentire, e che non giocava a suo favore, era la stanchezza materiale di un Paese come la Serbia, sottoposto a sanzioni economiche internazionali, e comunque in una situazione economica estremamente precaria.
Come spiegò il rapporto del governo della Repubblica Federale di Iugoslavia:
Nel 1994 il tasso d’inflazione mensile aveva superato il livello di 300 per cento, mentre la produzione industriale era scesa a meno di un terzo del livello del 1991.
Nel periodo 1994-1998, la crescita annuale della produzione e dell’inflazione furono rispettivamente del 6,3% e del 43% .
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"Destra Radicale e Nazionalismo in Serbia - Antonio Grilli - pubblicato dall'Università Orientale"

Pubblicato da Lina a 10/28/2011  
2 commenti
Lina ha detto...

(ANSA) - BELGRADO - La polizia serba ha arrestato stamane 15 persone per l'attacco di ieri di Mevlid Jasarevic all'ambasciata degli Stati Uniti in Sarajevo. Lo ha reso noto il direttore della polizia serba, Milorad Veljovic, precisando che gli arresti sono avvenuti nel Sangiaccato, regione nel sud della Serbia prevalentemente popolata dai musulmani. Jasarevic (23), originario di questa zona, è nato nel Novi Pazar capoluogo del Sangiaccato.Le misure di sicurezza erano state rafforzate specie a missione Usa.

10/29/2011  
Lina ha detto...

per capire questo attentato si possono leggere due nostri post

balkancrew.blogspot.com/
2010/02/gornja-maoca-un-piccolo-villagio-in.html

Gornja Maoca un piccolo villagio in Bosnia

balkancrew.blogspot.com/
2011/03/uuuuuaaaaauuu-piotr-scrive-su-east.html

piotr è giornalista

a proposito.. da un anno non abbiamo notizie di piotr !

10/29/2011  

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