Destra radicale e nazionalismo in Serbia. Parte 15esima

sabato 21 maggio 2011



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Appoggiato dagli ambienti liberali serbi, Tito concesse nel ’67 ai Macedoni la possibilità di dotarsi di una propria lingua nazionale e diede l’approvazione alla scissione dal patriarcato serbo di Peć, creando così una Chiesa autocefala macedone; riconobbe, inoltre, i Musulmani bosniaco-erzegovesi come gruppo etnico autonomo, e concesse nel ’68 alla minoranza albanese del Kosovo un’amplissima autonomia.
Tutte queste manovre furono portate avanti da Tito nella speranza di sedare gli attriti creati dai nazionalisti delle varie Repubbliche (Serbi in particolare), ma l’illusione di trovare un compromesso svanì presto: Tito e la vecchia guardia del partito, dopo essersi serviti dei liberali, non se la sentirono di seguirli su di una strada che minacciava l’unità della federazione ed il primato del partito.
I liberali serbi, infatti, portarono avanti un progetto politico mirato alla modificazione del rapporto tra la Serbia ed il resto della Iugoslavia, basato sulla rinuncia all’assioma “La Iugoslavia siamo noi”, tanto caro ai nazionalisti serbi.
Essi speravano, così, di rifondare lo Stato, creando una federazione più stabile e moderna, libera dalle pressioni etniche ed economiche.
La purga che colpì numerosi esponenti dei liberali in Serbia nel 1972, aprì le porte a forze scioviniste, dogmatiche e nazionaliste, tornate al potere dopo anni.
La situazione peggiorò decisamente quando, nel 1974, fu approvata la nuova costituzione, accettata con grande riluttanza dai Serbi. Essa, infatti, era nata dalla mente di Kardelj con lo scopo di limitare la volontà di potenza serba, cercando contemporaneamente la sopravvivenza della Iugoslavia, riconoscendone il pluralismo etnico sotto la vigile tutela di un forte Partito Comunista. Si trattava di un’illusione, poiché il Partito, frantumato in otto diverse fazioni, ognuna delle quali curava gli interessi della propria Repubblica, non era più in grado di mantenere le redini della situazione, avendo perso la sua forza, la sua compattezza e la sua capacità di collante tra le etnie.
La situazione precipitò con la morte di Tito nel 1980 e con le aspirazioni indipendentiste delle altre Repubbliche, unite nel criticare le aspirazioni serbe dirette verso la riforma della Iugoslavia in uno Stato centrale monolitico guidato da Belgrado.
Nella mente di politici, intellettuali e del Popolo serbo tutto scattò allora un meccanismo di autodifesa: di fronte alla crisi che la Federazione stava vivendo si volle un ritorno all’antico, o meglio, un ritorno al periodo in cui la Serbia ed i Serbi costituivano l’elemento dominante dell’intera compagine regionale.
Tra i vari soggetti, la cui libertà di manovra dopo la morte di Tito era aumentata, un ruolo di primissimo piano spettò all’Armata Popolare Iugoslava (JNA). Pur plurietnico alla base, l’esercito diventava sempre più serbo man mano che si saliva la scala gerarchica, e non solo per la nazionalità dei suoi ufficiali, ma anche, e soprattutto, per la concezione dello Stato, che doveva essere forte, compatto e dipendente da un solo centro (Belgrado).
In questo momento di crisi, in cui nessun ente era capace di mantenere l’ordine e la coesione all’interno della società serba, prese vita la protesta degli Albanesi del Kosovo, che si trasformò in un vero e proprio trampolino di lancio per il nazionalismo serbo, ormai pronto a tornare alla luce dopo gli anni del letargo socialista. Scattò, infatti, in Serbia, tramite un’abile campagna orchestrata dai maggiori quotidiani e dalla televisione di Stato, la sindrome del “sono tutti contro di noi”, accompagnata, ovviamente, dall’inat, una cieca e rabbiosa volontà di resistere a tutti i costi contro tutto ciò che non era serbo ed ortodosso (nel senso più ampio del termine). Tutto questo era il risultato di anni in cui gli intellettuali, scrittori soprattutto, avevano condizionato l’animo del Popolo, contribuendo a creare, con le loro opere, un clima malsano, basato sulla xenofobia e sulla volontà di potenza e di rivincita sui Popoli vicini. Il manifesto del redivivo nazionalismo divenne il romanzo del 1985 di Danko Popović, “Il libro di Milutin” .
Samo suglasnost sačuva Srbi (Solo la concordia salva i Serbi), l’antico motto della Grande Serbia medievale tornò ad essere sentito con fortissima emozione (soprattutto dai Serbi che vivevano al di fuori della Repubblica), tanto da iscriverlo nello stemma nazionale.
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"Destra Radicale e Nazionalismo in Serbia - Antonio Grilli - pubblicato dall'Università Orientale"

Pubblicato da Lina a 5/21/2011  
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