Destra radicale e nazionalismo in Serbia. Parte 12esima
venerdì 29 aprile 2011

Continua da qui
La morte violenta del re, cui successe il figlio undicenne Pietro II, protrasse l’agonia del regime, perché consenti al reggente Paolo, cugino di Alessandro, di sbarazzarsi della vecchia cerchia di maggiorenti, per sostituirla con una nuova. Il principe, però, non si dimostrò fortunato nella scelta del primo ministro. Milan Stojadinović era, infatti, un abile banchiere ed un buon amministratore della cosa pubblica, ma aveva un difetto: era troppo affascinato dalle figure di Benito Mussolini e di Adolf Hitler per non cercare di imitarli, introducendo anche in Iugoslavia un sistema totalitario, tanto da apparire pericoloso per lo stesso principe reggente; inoltre era fieramente avversato dalla čaršija che, estromessa dal potere dalle “camicie verdi” (un corpo simile alle SA naziste create dal primo ministro), aveva sete di vendetta.
Quando Stojadinović cercò di firmare un concordato con la Santa Sede per regolarizzare i rapporti tra la Chiesa Cattolica e lo Stato iugoslavo, rafforzando così il suo prestigio internazionale, l’establishment serbo, con in testa tutta la gerarchia ortodossa, insorse in un violentissimo movimento di protesta, che, cinicamente pianificata da esponenti del vecchio regime, dimostrò come le masse serbe, se toccate nel vivo, potevano essere manovrate a piacimento e strumentalizzate a fini politici, anche quando completamente estranei al loro intendimento. Il concordato, infatti, non ledeva assolutamente né gli interessi della Chiesa Ortodossa, né quelli del popolo serbo; suscitò, però, nell’animo della popolazione oscuri sentimenti antioccidentali ed antipapisti, dando il via ad una reazione che assunse aspetti quasi rivoluzionari.
Quando nel 1938 fu chiaro che, senza un accordo con i Croati, la Iugoslavia sarebbe divenuta facile preda delle truppe di Hitler, il principe reggente decise di agire: rovesciato Stojadinović, chiamò al governo un uomo di propria fiducia, Cvetković, che riuscì a concludere, nel 1939, un accordo con il rappresentante croato, Vladko Maček. Tale accordo prevedeva la trasformazione della Iugoslavia in uno Stato bipolare, che ricordava la duplice monarchia degli Asburgo.
Dal punto di vista serbo, l’accordo Cvetković-Maček fu visto come un tradimento dei loro interessi: non solo perdevano il ruolo di Nazione cardine, ma erano nuovamente smembrati in due entità amministrative separate, in una delle quali, la Croazia, l’elemento serbo veniva a trovarsi nella spiacevole situazione di minoranza.
Gli elementi più radicali del palcoscenico politico serbo, a cui si aggiunsero intellettuali ed esponenti della Chiesa Ortodossa, reagirono all’accordo organizzandosi nel “Club serbo”, deciso a chiamare il Popolo “sulle barricate”.
Questo movimento di carattere aggressivo e nazionalista, animato dall’idea della Grande Serbia, attrasse ampi strati della popolazione, incapace di comprendere la necessità di un’intesa con i Croati, e puntò ad un’immediata rivincita. Il nemico era, ovviamente, il principe reggente Paolo, accusato di aver violato la costituzione, che proclamava lo Stato come uno ed indivisibile, e sospettato perfino di volersi sbarazzare del giovane re per salire lui stesso sul trono. Nell’esercito e nei circoli vicini alla “Mano Bianca” riaffiorò il gusto del complotto. Per realizzarlo, però, si dovette aspettare il 1941.
All’inizio di quell’anno, infatti, dopo i successi hitleriani contro Francia ed Inghilterra, e quelli italiani in Albania e l’attacco alla Grecia, la Iugoslavia era praticamente accerchiata, avendo, inoltre, l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria aderito al “Patto d’Acciaio”. Le opzione si ridussero a due: schierarsi con gli Inglesi, impossibilitati a dare un qualunque tipo di aiuto, o scendere a patti con Hitler. Si optò per la seconda ipotesi, calcolando anche che Hitler non chiedeva nulla allo Stato iugoslavo: né di partecipare alla guerra, né di dare alle truppe tedesche il diritto di transito.
Era evidente, dopo l’attacco alla Russia, che della parola del Führer non ci si poteva fidare, ma ogni giorno di pace guadagnato avrebbe risparmiato alla Iugoslavia enormi perdite umane.
Dello stesso avviso, però, non erano né i militari, ancora inebriati dalle vittorie nella Prima Guerra Mondiale e nelle due Guerre Balcaniche, né gli esponenti del Club serbo: erano convinti di poter resistere alle truppe nazifasciste.
Così, quando il 27 marzo del 1941 il primo ministro Cvetković firmò a Vienna l’adesione della Iugoslavia all’Asse, gli alti ufficiali dell’esercito, sostenuti dal Club serbo e con l’appoggio dell’Inghilterra, approfittarono dell’occasione per rovesciare il principe reggente, proclamare la maggiore età di Pietro II e prendere il potere in suo nome.
La masse serbe funsero ancora una volta da coro a questa tragedia, scendendo nelle piazze per acclamare i golpisti e scandire slogan degni di un canto epico: Bolje rob nego grob, Bolje rat nego pakt , era il motto con cui la Iugoslavia dichiarò guerra all’Asse.
Quando il successivo 6 aprile la guerra bussò effettivamente alle porte, con un attacco simultaneo alla Iugoslavia di truppe tedesche, italiane, ungheresi e bulgare, fu chiaro come l’opinione pubblica fosse stata manovrata da persone non solo senza scrupoli, ma anche senza cervello.
L’esercito iugoslavo, dilaniato da odi etnici, mal preparato e male armato, scomparve sotto l’urto dei panzer tedeschi.
Mentre il re ed il suo governo si misero in salvo, fuggendo in Grecia, sotto la protezione britannica, la Serbia venne occupata dai tedeschi e fu ridotta entro i confini antecedenti alle guerre balcaniche: una parte della Vojvodina fu assegnata all’Ungheria, un’altra alla Germania; il Kosovo, insieme alla parte occidentale della Macedonia, fu unito dall’Italia all’Albania, mentre il resto della Macedonia passava sotto il dominio bulgaro; il Montenegro fu occupato dagli Italiani.
Quello che rimaneva della Serbia si trasformò in un protettorato della Wehrmacht, che pose al governo un emulo del generale Pétain, il generale Milan Nedić. Ma la tragedia del Popolo serbo non si esaurì con questo smembramento: gran parte dei Serbi, infatti, rimase soggetta allo Stato Indipendente di Croazia, costruito da Ante Pavelić sotto l’egida della Germania, oltre che nella Croazia vera e propria, in parte della Dalmazia ed in Bosnia-Erzegovina.
Pag.34
"Destra Radicale e Nazionalismo in Serbia - Antonio Grilli - pubblicato dall'Università Orientale"
povera serbia... sotto il controllo della croazia e il kosovo all'albania....
pero' adesso è chiaro a chi apparteneva il kosovo !!!
