Destra radicale e nazionalismo in Serbia. Parte 11esima

mercoledì 20 aprile 2011


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Pietro I Karađorđević, uomo di spirito liberale, sebbene favorì lo sviluppo della democrazia, incontrò molte resistenze da parte dei militari, soprattutto da parte del gruppo di Dimitrijević, costituitosi in un’organizzazione segreta, la “Mano Nera”.
E fu proprio la Mano Nera che, dopo le due guerre balcaniche del 1912 e del 1913 , organizzò l’attentato di Sarajevo, contro l’arciduca Francesco Ferdinando. Convinti dell’invincibilità della Serbia, e convinti che fosse il momento di dare un’ultima spallata all’impero asburgico, il 28 giugno, il giorno di San Vito, Gavrilo Princip, assieme ad altri componenti della Mano Nera, assassinò a colpi di pistola sia Francesco Ferdinando che la moglie Sofia. Scoppiò così la Prima Guerra Mondiale.
L’esercito serbo dimostrò quanto fossero errati i calcoli fatti da Dimitrijević e da Nikola Pašić. La guerra della Serbia, difatti, durò meno di tre mesi prima di essere invasa dalle truppe imperiali. E proprio nel momento di crisi, materializzatosi nella fuga delle alte sfere verso Corfù, Alessandro decise di sbarazzarsi, di comune accordo con Pašić, di Dimitrijević e della Mano Nera, con l’accusa (inventata) di una congiura ai danni del re e del primo ministro. L’operazione fu svolta dalla “Mano Bianca”, che andò a sostituirsi nell’ambito dell’esercito, alla Mano Nera.
Soltanto verso la fine della guerra, il settembre 1918, quando l’Austria era ormai stremata dalla guerra e la Bulgaria costretta a ritirarsi, i Serbi riuscirono a rientrare nel loro Paese, che liberarono dalle truppe nemiche nell’ottobre del 1919.

1.5 Dal Regno dei Serbi, Croati, Sloveni alla Iugoslavia di Tito.
Dopo gli accordi di Ginevra, nacque, nel 1918, il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (SHS). Gli attriti tra Serbi e Croati si manifestarono immediatamente: durante le discussioni ginevrine, infatti, Nikola Pašić, sostituì d’autorità il programma che prevedeva uno Stato di tipo bipolare con uno nettamente serbocentrico, con un forte taglio centralista.
Durante i ventidue anni della sua esistenza, il regno di Karađorđević fu nei momenti migliori uno Stato autoritario ed in quelli peggiori una vera e propria dittatura: in esso si riconoscevano solo i Serbi, finalmente “uniti” in un solo Stato.
La nuova classe dirigente serba, composta da politici gravitanti intorno alla corte, dall’alto clero della Chiesa Ortodossa e da esponenti della Mano Bianca, considerava il nuovo Stato come “bottino di guerra”, da cui trarre i massimi benefici. E fu proprio questa classe dirigente a respingere l’idea di dare alla nuova realtà statale il nome di Iugoslavia, perché ciò avrebbe significato rinunciare all’individualità serba; tuttavia, pur adottando il termine “Regno dei Serbi, Croati e Sloveni”, l’oligarchia al potere non era affatto disposta ad accettare un programma trialistico, puntando, piuttosto, ad un assorbimento delle altre etnie, considerate come nemiche da eliminare, o, almeno, neutralizzare.
Questa politica creò, naturalmente, un’atmosfera di estrema tensione, sfociata spesso in moti di rivolta ed atti di terrorismo, cui si replicava brutalmente. A questa situazione, si aggiungeva la conflittualità con i Croati, che non erano assolutamente disposti a lasciarsi dominare da un popolo considerato di civiltà inferiore.
La čaršija riuscì a gestire la situazione finché rimase in vita Nikola Pašić: questi era un uomo di notevole abilità, che creò nel sistema politico un capillare sistema di clientele. Si trattava, ovviamente, di una politica di corto respiro, ignara degli enormi problemi che attanagliavano la regione. Ed infatti, quando morì nel 1926, cominciò il tramonto del suo partito e del suo sistema politico, poiché i suoi successori non possedevano né l’intelligenza, né la spregiudicatezza, né il carisma per gestire lo Stato.
In tale clima d’incertezza e di attrito maturò, nel luglio del 1928, l’attentato di un fanatico montenegrino contro Stjepan Radić, il leader dei Croati, ferito a morte all’interno del parlamento a Belgrado. Alessandro Karađorđević approfittò della situazione per abolire la costituzione e proclamare la sua personale dittatura.
Nei mesi seguenti il sovrano tentò di dare anche un contenuto ideologico al colpo di Stato, cambiando il nome del regno in Iugoslavia ed abolendo tutti i simboli, le bandiere e gli stemmi tradizionali, per favorire un’integrazione, che era solo di facciata: nella realtà, l’elemento serbo rimaneva saldamente al potere, raccogliendosi intorno al sovrano in una cerchia ancor più ristretta ed esclusiva.
La crisi economica mondiale del 1929 colpì anche la Iugoslavia, mettendo in ginocchio la sua già fragile economia agricola.
Invano il re cercò di dominare la situazione, sottraendosi alla responsabilità di una catastrofe annunciata, dando, nel 1931, una costituzione e riconvocando il parlamento; si trattò soltanto di un maquillage politico-istituzionale, che mirava a tranquillizzare i Paesi esteri, convincendoli ad erogare consistenti prestiti in favore della Iugoslavia. L’operazione, però, non ebbe il risultato sperato.
Perfino in Serbia, infatti, l’opposizione al regime dei Karađorđević cominciò a diffondersi tra le masse, culminando con l’assassinio di Alessandro: a premere il grilletto fu un sicario macedone alle dipendenze del nuovo leader dei Croati, Ante Pavelić, mentre il sovrano era in visita ufficiale a Marsiglia.
(pag.31)

"Destra Radicale e Nazionalismo in Serbia - Antonio Grilli - pubblicato dall'Università Orientale"

Pubblicato da Lina a 4/20/2011  
1 commenti
Lina ha detto...

uuuauuu.. siamo arrivati alla storia recente !

4/20/2011  

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