Destra radicale e nazionalismo in Serbia. Parte 10ima
giovedì 14 aprile 2011

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Convinto, sotto l’influenza del grande filologo sloveno Jernej Kopitar, che la lingua del popolo ed il suo folklore dovessero costruire le basi su cui edificare una moderna coscienza nazionale, Vuk iniziò una raccolta di canti epici serbi, che pubblicò in varie riprese in parecchi volumi e con enorme fortuna.
In aspra polemica con coloro che difendevano il “Serboslavo”, una sorta di ibrido tra lingua liturgica e parlata colta, egli si fece propugnatore, con il motto “Scrivi come parli”, di una lingua letteraria più vicina possibile al vernacolo. Ma Vuk, con la sua Gramatika, con il suo Vocabolario Serbo-Tedesco-Latino e le sue narrazioni storiche, non solo fu il fondatore della moderna lingua letteraria serba, che scriveva in un cirillico semplificato, ma fu anche l’ispiratore del moderno nazionalismo serbo. In un articolo del 1836, sostenne, infatti, che tutti gli Slavi meridionali, la cui parlata apparteneva all’area dialettale dello što (cioè non solo i Serbi ed i Musulmani, ma anche buona parte dei Croati), al di là della religione professata, erano da considerarsi Serbi per appartenenza nazionale: rivendicava, dunque, per la Serbia, oltre alla Bosnia-Erzegovina, alla Dalmazia ed alla Vojvodina, anche gran parte della Croazia e della Slavonia.
Ma ad influire ancor di più sul nazionalismo serbo furono i canti popolari raccolti da Karadžić. Nel trasformarli da patrimonio orale del Popolo in un testo stampato e destinato ad essere letto nelle scuole ed inserito nelle antologie, Vuk li elevò dal livello folkloristico a quello ideologico, dando loro una valenza del tutto nuova. Il racconto dell’inconciliabile lotta tra la croce e la mezzaluna, tra Serbi cristiani e Turchi musulmani, visti come il Male assoluto, favorì nei Serbi il formarsi di una visione mitica di sé e della propria sorte, inducendoli a vivere altrettanto nel passato e nelle proprie illusioni, piuttosto che nella realtà quotidiana .
Proprio sotto la spinta delle critiche di Karadžić, il principe Miloš fu costretto ad accettare, nel 1835, di dividere il potere con un Senato ed un’Assemblea Popolare. Queste iniziative “liberali” non piacquero però né alla Turchia, né all’Austria e né alla Russia, che riuscirono a bloccare la nuova Costituzione, senza però tacitare gli avversari del regime di Miloš.
Per risolvere questa crisi, il sultano, con l’assenso della Russia, promulgò alla fine del 1838 un hattischerif, con cui limitava i diritti del principe, affiancandogli nel governo e nell’amministrazione un consiglio di maggiorenti.
Miloš dopo un debole tentativo di ribellione, decise di abbandonare la Serbia ed abdicare in favore del figlio Mihailo, che già nel 1842 dovette rinunciare alla dignità principesca, a causa della propria inesperienza.
Il potere passò, quindi, nelle mani di Aleksandar Karađorđević, figlio di Karađorđe Petrović.
Dotato di scarso vigore politico e di scarse capacità intellettuali, il giovane principe fu costretto a lasciare il governo del Paese nelle mani dei “difensori della costituzione”, tra i quali primeggiava Ilija Garašanin. Questi elaborò un programma segreto relativo alla politica estera della Serbia, prevedendo l’unione ad essa (dopo lo sfacelo dell’impero asburgico e di quello ottomano) di tutti i Serbi, considerati in senso lato secondo le idee di Vuk.
Il documento, che fu la prima espressione organica di idee grandi serbe, rimase, fino al 1918, un punto di riferimento per gli uomini al potere a Belgrado, ispirando, con la sua visione risorgimentale dell’“Impero di Dušan”, generazioni di patrioti.
Mentre Garašanin maturava un simile progetto politico, in Austria si conosceva una crisi di potere interna, dovuta all’incapacità di affrontare e risolvere le legittime istanze nazionali delle varie regioni imperiali. Ovviamente, tra queste, c’era la Vojvodina, che, nonostante la perdita nel 1782 dell’autonomia, riuscì ad evolversi, tanto che i Serbi della regione, in aspra contesa con gli Ungheresi, erano riusciti a costruire una comunità ricca e culturalmente matura.
Quando, nel 1848, scoppiò la rivoluzione a Budapest ed i liberali salirono al potere, i Serbi, guidati dal metropolita Josip Rajačić, chiesero la costituzione di un’entità autonoma nel sud della regione, comprendente la Vojvodina, la Bačka, la Baranja, lo Srem ed il Banato; non ottenendo risposta affermativa, insorsero in armi, concludendo un’alleanza con i Croati.
L’intesa rappresentò la prima occasione di collaborazione tra la due etnie, e, sebbene dal punto di vista politico non portò i risultati desiderati, l’accordo, stipulato a Vienna nel 1850 da intellettuali Croati e Serbi (tra cui Karadžić), imponeva di utilizzare, e coltivare, come lingua letteraria comune la variante iekava del dialetto štokavo.
Costretto all’esilio Karađorđević, nel 1858 tornarono in patria Miloš e Mihailo Obrenović. L’ultimo, inoltre, si comportò con maggior scaltrezza dei suoi predecessori, cercando un accordo con Garašanin e, tramite questo, con la Russia, con lo scopo di sbarazzarsi del giogo turco e di allargare il suo potere a tutte le popolazioni slave meridionali.
La sua politica, quindi, fu indirizzata non solo contro Istanbul, ma anche, e soprattutto, contro Vienna. Ed i primi risultati si ebbero nel 1862, quando, durante uno scontro con le truppe ottomane, l’esercito turco bombardò Belgrado. Il governo serbo sfruttò l’incidente con tale abilità da imporre ai Turchi, su pressione delle potenze europee, lo sgombro da una parte del territorio. Seguì, nel 1866, un tentativo di organizzare i popoli dei Balcani in una lega antiturca, cui si affiancarono anche colloqui segreti con esponenti croati, nella speranza di approfittare della debolezza dell’Austria. Ma proprio nel corso di quei colloqui, emersero sostanziali divergenze, che avrebbero condizionato ogni altro tentativo di collaborazione tra i due popoli: mentre i Croati miravano ad un rapporto paritario, i Serbi pretendevano il ruolo di popolo guida, chiedendo non solo la Bosnia-Erzegovina, ma anche territori che avrebbero intaccato l’integrità della Croazia.
Aspirazioni grandi serbe erano del resto coltivate, sia dai conservatori di Belgrado, sia dai liberali, a loro fieramente avversi, della “Gioventù Serba Unita”. In contatto con Mazzini ed i populisti russi, questo movimento, capeggiato dal giornalista Svetozar Miletić, aveva il suo centro a Novi Sad. Qui fu trasferita da Budapest la prima società serba di intellettuali, la Matica Srpska. Al fascino della Grande Serbia non seppe resistere neppure il fondatore del socialismo serbo, Svetozar Marković, per quanto guardasse con disdegno alle mitizzazioni vagamente storiche dei suoi contemporanei e avesse in orrore il connubio tra Chiesa Ortodossa e Stato: ma anche per lui, la Bosnia era “quella terra dove il popolo serbo era diviso in tre religioni” .
La politica avventurosa del principe Mihailo fu tragicamente stroncata nel giugno del 1868, quando, durante una passeggiata nel parco di Topčider, fu sorpreso da un sicario (agli ordini dei Karađorđević) e assassinato.
Nonostante la scarsa popolarità di cui ormai godeva, la monarchia austroungarica riuscì ad esercitare un forte influenza politica sulla regione. E difatti, proprio gli Austriaci imposero nel 1889 al principe Milan di abdicare in favore del giovane Alessandro, dopo aver reintrodotto una costituzione che riapriva al regime parlamentare.
Sebbene in esilio, Milan non rinunciò al potere: nel 1893 favorì un colpo di Stato, concentrando tutto il potere nelle mani del figlio, che cancellò la costituzione, mentre l’ex sovrano rientrava trionfalmente in patria.
Quelli della fine dell’Ottocento sono anni molto torbidi per la Serbia: mentre i sovrani si barcamenavano tra Austria, Russia, Bulgaria, Montenegro, Grecia e Turchia in un vortice di intrighi e congiure, all’interno della società ebbe rigoglioso sviluppo un nazionalismo xenofobo, che vedeva tutti i popoli vicini come nemici storici della Serbia; fra essi anche i Croati, considerati l’avanguardia delle forze del Male: il Vaticano, l’Austria e l’Ungheria. In questo fertile terreno, all’inizio del Novecento, maturò all’interno di un gruppo di ufficiali, una congiura contro Alessandro , di cui era l’anima il capitano Dragutin Dimitrijević. Convinti che, per ridare alla Serbia il suo ruolo di “Piemonte” dei Balcani , bisognava scrollarsi di dosso la tutela dell’Austria, la notte del 29 maggio del 1903 Dimitrijević ed i suoi uomini si impadronirono del konak reale, trucidando Alessandro e la regina Draga.
Alla congiura non furono estranei alcuni esponenti del Partito Radicale e di quello Socialista, ma neppure Pietro Karađorđević, nipote di Giorgio il “Nero” e figlio di Alessandro, il principe deposto nel 1858.
(pag 28)
"Destra Radicale e Nazionalismo in Serbia - Antonio Grilli - pubblicato dall'Università Orientale"
